Fuori (2025) by Mario Martone
Book title: Il lungo addio (The Long Goodbye in English; 1953) by Raymond Chandler
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Fuori (2025) by Mario Martone
Book title: Il lungo addio (The Long Goodbye in English; 1953) by Raymond Chandler
FUORI di Mario Martone (2025) - Clip "Metro"
“È nell'amore per le donne che mi perdo.”
Fuori (2025) di Mario Martone e Ippolita Di Majo
Nostalgia Mario Martone. 2022
Catacombs San Genaro Catacombs, Via Capodimonte, 13, 80100 Napoli NA, Italy See in map
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Morte di un matematico napoletano, 1992., Mario Martone
LAGGIU’ QUALCUNO MI AMA_MARIO MARTONE
Non so se Mario Martone scegliendo il titolo del film-documentario dedicato a Massimo Troisi, abbia voluto schermirsi, ma quel che è certo è che Massimo Troisi è ancora, a tuttotondo, nel cuore di molti, forse di tutti. In realtà Troisi non appartiene a tutti, appartiene ai figli di un’epoca precisa della nostra storia e, se posso permettermi, appartiene ad un certo mondo politico e culturale. Solo a fatica e, forzatamente, possiamo dire che appartenga a tutti. Troisi non è patrimonio di tutti e in quest’epoca di facili ecumenismi, Martone lo ha voluto sottolineare nel taglio dato al suo magnifico film-documentario, nei prossimi giorni nelle sale. Massimo Troisi non appartiene, prima di tutto , alla cultura di destra, ammesso che esista o sia mai esistita una cultura di destra. Troisi è stato un militante della sinistra, lo è stato da uomo e lo è stato da regista, tanto da non accettare la censura preventiva che la Rai gli aveva imposto prima di un suo intervento al Festival di Sanremo, rinunciando alla partecipazione. Ma Troisi non è ascrivibile, forse proprio perché militante di sinistra, alla pletora di artisti, o pseudo tali, che la retorica italiana arruola nelle fila degli amanti della “napoletanità”, quella più stucchevole e ipocrita. Per fortuna Napoli ha, e ha avuto, grandi intellettuali e grandi artisti, che sanno distinguere ciò che è deteriore per Napoli e tra questi possiamo certo annoverare Mario Martone, Pino Daniele, Paolo Sorrentino, tutti e tre protagonisti, insieme a Troisi del documentario. Martone ripercorre, senza troppi geroglifici intellettuali la carriera di Troisi e lo fa nel miglior modo possibile, quello cioè di non partire da un teorema dimostrato, ma di lasciare che il teorema, o meglio la sua soluzione, si riveli nel finale del film. Ne esce così un ritratto delicato, umano e professionale, del Troisi regista comico e di un suo esistenzialismo a posteriori, condito non dalla insopportabile “napoletanità”, ma da quella sapienza napoletana che è parte importante della cultura italiana; non per nulla, credo, lo stesso Martone in una delle più belle sequenza del film, legge alcune illuminanti pagine di Raffaele La Capria, anch’esso “napoletano non-allineato”. Preziosissime nel racconto filmico le testimonianze di chi con Troisi, ha intrattenuto rapporti umani e intellettuali a cominciare da Anna Pavignano, con la quale, oltre ad aver scritto molti film, ha intessuto una relazione sentimentale, per proseguire con i registi Paolo Sorrentino ed Ettore Scola, il critico Goffredo Fofi, lo sceneggiatore Giuseppe Bertolucci, lo scrittore Francesco Piccolo. Martone racconta e analizza i materiali in compagnia del montatore Jacopo Quadri e l’inizio del film non è lusinghiero e illuminante, per il confronto tra il Troisi regista e personaggio dei film che mette in scena, anche con una certa ritrosia, con il suo scettico e dubitativo alter-ego, e quell’Antoine Doinel che è tutt’uno con gran parte del cinema di un mostro sacro come François Truffaut. Stesse introspezioni (formidabili quelle allo specchio), stessa timidezza, stessa incapacità di vivere il reale e le relazioni interpersonali. Ma se in un mero gioco di rimandi formali i due personaggi si assomigliano, diverso è l’ambiente in cui Troisi-personaggio si trova a vivere ed operare. Ed è proprio qui che è salutare la rottura con il cliché del napoletano, sempre emigrante e mai viaggiatore, come dice una delle più famose battute di “Ricomincio da tre”. Passo passo arrivano tutti gli altri film e la collaborazione con Roberto Benigni nel surreale “Non ci resta che piangere”, per finire con lo struggente “Il postino” del 1994 diretto da Michael Radford e montato da Roberto Perpignani e che, tra l’altro, valse l’Oscar per la miglior colonna sonora a Luis Bacalov. Pochi giorni dopo la fine del film Massimo Troisi morì. Dire però che Troisi lasciò un vuoto incolmabile è dire una banalità, per fortuna (e per bravura), Martine non ne ha fatto un santino partenopeo. Da vedere.
Qui rido io (2021) dir. Mario Martone
Nostalgia (O-Ton)...
...lässt den im Ausland lebenden Felice nach vierzig Jahren in seine Heimatstadt Neapel zurückkehren, wo neben nostalgischen Erinnerungen vor allem die Dämonen der Vergangenheit darauf warten, alte Rechnungen mit ihm zu begleichen. Regisseur Mario Martone hat dabei zu Beginn wenig Interesse, Protagonist und Stadt so schnell wie möglich ihre Geheimnisse zu entlocken und lässt den Plot und den Film zunächst eine ganze Weile angenehm entspannt treiben, die Atmosphäre von Neapel einsaugen und die eigentümliche Melancholie einer Stadt erlebbar machen, die wie von der Zeit eingefroren zu sein scheint. Getragen wird das mühelos von Pierfrancesco Favino, dessen markantes Gesicht in sanften Momenten wie denen, in welchen Felice seine Mutter pflegt, eine tief berührende Verletzlichkeit zeigt, wie es später beim Rückblick in eine Jugend, die von einem furchtbaren Ereignis beendet wurde, in klaffende Abgründe blicken lässt.
"Nostalgia" nimmt ab der Hälfte deutlich an Tempo auf und entwickelt sich mehr und mehr zu einer zornigen Anklageschrift gegen die Camorra sowie einer Solidaritätsbekundung und Liebeserklärung an die mutigen Menschen, die sich ihre unter Einsatz ihres Lebens entgegenstellen. Das Motiv von Schuld und Sühne ist dabei genauso vorherrschend wie das der Hybris, eine Charaktereigenschaft, die Favinos Felice mehr und mehr mit dem Feuer spielen lässt, wodurch sich gerade im letzten Viertel die Spannungskurve hochpotentiert, mündend in den vielleicht nervenaufreibendsten letzten zehn Minuten meines diesjährigen Kinojahres, in denen es nicht mehr wirklich die Frage ist, was passieren wird, sondern wann es denn nun geschieht - das Ende ist ein krasser Kontrast zum tiefenentspannten Beginn des Filmes und in seiner Kompromisslosigkeit sehr erfrischend.
Ein anfangs wunderbar titelgebend nostalgischer Trip, der sich nach und nach den gesellschaftlichen Gegebenheiten seines Erzählortes stellt und damit zwangsläufig im Alptraum endet. Ich war sehr fasziniert.
D.C.L.