Miope e presbite
Quando sei giovane ci vedi bene. A meno che uno non sia come me, miope. Perché i miopi ci vedono benissimo da vicino ma appena un po' più lontano del proprio naso, beh almeno io non vedo più un cazzo. Poi invecchiando, inizi a diventare presbite e ti capita, anche se tutta la vita hai avuto la vista di un'aquila. A quel punto diventa tutto un avanti e indietro. Un oscillazione da collo d'oca nel tentativo, spesso vano, di azzeccare quella sottilissima finestra che ti permette di incrociare il tuo limitato spazio di visione con le posizioni variabili degli oggetti del mondo. Sposti le braccia, indietro la testa, in alto il mento, in basso la testa, avanti, troppo avanti, un po' indietro, troppo, allunga, accorcia, togli gli occhiali, rimetti gli occhiali, perdi gli occhiali... Insomma, il riuscire ad inquadrare con precisione quello che devi vedere nella sua interezza e complessità, dalla dimensione totale al dettaglio, è un gioco di equilibrio, la capacità di cogliere l'attimo e mantenerlo, l'impegno della bolla di sapone.
Bene, ho questo stesso rapporto con la mia malattia. È tutto da un "va beh non ho avuto niente di ché " a un "oddio, sono quasi morta e sto morendo". È un "sei pigra e lagna e dovresti impegnarti a fare di più " e un "ma ti rendi conto che ti hanno aperto il cervello? E poi l'hanno bombardato di radiazioni?" Avanti e indietro, dal piccolo al grande, lontano, vicino, enormità e dettaglio. Non riesco ad abbracciare con un solo sguardo tutto lo specchio. Non riesco a trovare il punto esatto di messa a fuoco. Mi manca l'occhio del fotografo, la capacità di fissare la totalità dell'attimo. E oscillo, senza equilibrio, in cerca del punto perfetto in cui capire e accettare diventano la stessa cosa.










