La notte è fresca ma l’aria è umida e promette caldo. La gatta inseguiva qualcosa nella casa buia, non voglio sapere cosa. Adesso si è distesa sul davanzale, gli occhi socchiusi, l’aria soddisfatta, di nuovo, non voglio sapere da cosa. Il paralume di pizzo proietta strani disegni sul muro dove gli insetti zampettano, attirati dalla luce. Passo le mie serate con i fratelli Winchester, un tuffo nel passato. Una volta Dean mi piaceva, adesso che sono invecchiata, gli direi di cambiare giacca e mettersi un maglione, che fa freddo. Da compagna cacciatrice a vecchia zia è un attimo. D’altra parte, nel tempo ho sviluppato tutta una mia teoria sulla magia da serial che un giorno, forse, vi spiegherò. Comunque qui, a Secoli Bui, i fantasmi sono buoni, al massimo camminano o nascondono le cose o fanno aprire o chiudere le porte degli armadi. Sarà perché abbiamo una testa di Dante più o meno in ogni stanza. Chissà perché, poi.
Mia figlia dice che ho un taglio da tamarra ma io sono contenta, mi piacciono le strisce laterali e mi piace seguire, ogni tanto, questa vena di follia che mi fa, ad esempio, entrare in un barber shop in cui sono, giustamente, l’unica donna e quella con la pelle più chiara, e chiedere al barbiere nerissimo e perplesso di farmi qualcosa di strano, tanto normale non sarei in alcun caso. Da dove mi vengono certe idee? C’è in me come un mare inesplorato di incoscienza, di anarchia, qualcosa che non conosco con esattezza, qualcosa che mi impedisce di fare alcune cose normalissime e me ne fa affrontare con tranquillità altre, spesso parecchio più inusuali. E non saprei dire perché o quando una cosa mi pare semplice e un’altra inaffrontabile. L’anarchia interiore non dà spiegazioni e non ne chiede. Sarà la luna che illumina la stanza e il giardino, tanto forte da umiliare le lucciole. Ho colto il mio riflesso nel rimpallarsi degli specchi tra l’armadio e la specchiera. Il riflesso del riflesso, un’altra me, oltre la solita altra me, un baluginio, un guizzo, l’ombra dell’anarchia, una dei tanti, troppi, “potrei essere” e non sono. Siamo tutti circondati da queste miriadi di copie simili ma difformi, queste possibilità non realizzate come una nube di probabilità, un orbitale di persone che non siamo stati o che saremo? Oppure vi sentite univoci? il risultato di una serie precisa di eventi, una forma stabile, un reticolo cristallino condensato in un’unica persona? Mantenere la mia forma mi stanca ma il livello minimo di energia non garantisce la stabilità, potrei esplodere comunque in frammenti irriconoscibili. E quante volte non mi riconosco? Ri-conoscere come un conoscere di nuovo o come un distinguere? ri-conoscere in fondo non è un bloccare l’attimo? catturare il riflesso? cercare qualcosa di noto nell’ignoto e fermarsi su quel preciso confine? non mi ri-conosco perché non mi conosco, non posso trovare il noto nell’ignoto perché il noto cambia, muta e si trasmuta e il mare dell’anarchia, come il vuoto, ribolle di universi.