Il viaggio in Romania è andato all’incirca bene tranne solo un episodio in cui ho rischiato di morire o essere arrestata, o morire in prigione. Spiego: come è noto a Bucarest c’è questo mega enorme edificio frutto della mente malata di Ceaușescu che è la Casa del Popolo, il secondo edificio più grande al mondo dopo il Pentagono, oggi adibito a sede del Parlamento. Il sig. Ceaușescu, autonominatosi "Geniul din Carpați" ("Genio dei Carpazi") per costruire questa abnorme torta quadrata da un milione di metri cubi di marmo 12 piani e quattro livelli sotterranei, compreso un bunker nucleare, con saloni grandi come campi da cacio e alti venti metri, tappetti e lampadari da svariate tonnellate, ha raso al suolo una collina centinaia di case e sfrattato decine di migliaia di persone. Domenica il Palazzo del Popolo era chiuso e il Boulevard Unirii di fronte era occupato da una mezza maratona che ha bloccato la circolazione con mio grande disappunto perché ho dovuto fare un giro largo e lungo della madonna per arrivare all’ala ovest del palazzo che invece era aperta perché è stata adibita a Museo di Arte Contemporanea. Il museo apre alle 12, sono le 11.30 e io mi metto fuori ad aspettare fumando e mangiando le ciliegie che mi hanno elargito al mercato dell’Obor. Visito il Museo praticamente deserto la cui parte più bella è la terrazza panoramica, sono stanchissima e delle opere non me ne frega niente. Il biglietto mi è costato solo 4 lei, circa 80 centesimi di euro. Rido. Esco annoiata dal Museo e penso bene di non prendere la strada da dove sono arrivata, ma di farmi un bel giretto nel parco del Realismo Totalitario e Socialista che si estende nei pressi della Casa del Popolo, solo che appunto l’ingresso principale della Casa è chiuso e io non posso uscire da lì, quindi continuo a inoltrarmi del parco del Realismo Totalitario sperando di trovare un’altra uscita. Naturalmente sono l’unica scema a trovarmi in quella situazione e teoricamente non dovrei trovarmi lì perché non è contemplato usare l’entrata dell’ala ovest del Museo per fare il giro intorno alla Casa del Popolo, appunto perché è di una scomodità disumana e devi camminare fino allo sfinimento. Arrivo fino al confine del parco cinto da un muro che dà sulla strada, muro ogni tot. presidiato da guardie armate. Non so come uscire da questo cazzo di Palazzo e non ho le forze per tornare da dove sono venuta. La stessa sensazione di quando nuoti troppo a largo e ti accorgi di aver fatto una pirlata perché a tornare hai la corrente a sfavore. Potrei sdraiarmi da qualche parte nel parco e aspettare di riavermi, ma ho l’ansia che possa trovarmi qualcuno e giudicare severamente questa azione. Non credo che sia contemplato bivaccare nei giardini del Realismo Totalitario e Socialista senza una buona ragione. Quindi cosa faccio? Cerco di trovare un punto del muro di cinta che dà sulla strada non presidiato dalle guardie da dove posso saltare giù. Ad occhio il muro è alto circa 4-5 metri e penso sia fattibile, quindi lancio prima lo zaino poi mi faccio il segno della croce e salto. Cado a cento metri da una rumena che sta parlando al cellulare, mi vede e urla qualcosa (in effetti vedersi cadere una persona dal muro del Palazzo del Parlamento può destare un certo sconcerto) ma io dico - I’m fine! That’s ok, that’s ok! -E mi allontano il più velocemente possibile da lì, esultando come una scema perché - incredibilmente - sono tutta intera. A me piace viaggiare da sola per questo motivo: è un esercizio di improvvisazione continua che mi costringe a trovare sempre nuove soluzioni punk per arrivare al fine del turismo borghese. Che in effetti non approvo quegli intellettuali che si lanciano in raffinate distinzioni tra viaggiatori e turisti, dove i primi sono culturalmente più preparati dei secondi. Nell’Occidente di oggi gli unici spostamenti possibili sono turistici, viaggiare è un’altra cosa, è uno spazio mentale per cui non serve spostarsi fisicamente. A volte le due cose coincidono, ma non necessariamente. Una delle cose più pazze degli ortodossi è il modo velocissimo con cui si fanno il segno delle croce, con il pollice l’indice e il medio unito e al contrario rispetto ai cattolici, che poi non una volta, ma in serie, a intervalli regolari. I protestanti invece niente segni, niente acqua santa, niente oro, che noia. Nostalgia di Bisanzio e ansia attanagliante per il futuro prossimo. Che Dio abbia pietà di me.















