A volte ho la sensazione di guardare un film della mia stessa vita
Sono seduto in prima fila, capisco la trama, vedo i dettagli che sfuggono agli altri, sento la colonna sonora prima ancora che inizi... ma non sono mai davvero sulla scena. Le mie mani mi sembrano quelle di un attore e la mia voce, a volte, non la riconosco.
Il problema è che vedi tutto. E sentire tutto è una condanna che somiglia a un dono.
Vedi la crepa sottile nel sorriso di un amico che insiste nel dire che "va tutto bene". Vedi la paura che si nasconde dietro una frase arrogante. Assorbi le emozioni non dette nella stanza come una spugna, e la sera ti ritrovi fradicio del dolore altrui, senza più spazio per te stesso.
E ti stanchi. Ti stanchi da morire di capire, di analizzare, di sentire così tanto. In quei momenti, non desideri altro al mondo che essere semplice. Ignorare. Vivere un'emozione senza doverle prima fare l'autopsia. Ridere e basta, senza sentire l'eco di una possibile tristezza futura. Vorresti, per un solo istante, non vedere il vetro che ti separa dalle cose.
Perché amare, per te, è questo. È guardare qualcuno attraverso un vetro. Lo vedi, perfetto e reale, e il tuo cuore si spezza di una tenerezza che non sai spiegare. Ma quando provi a toccarlo, le tue dita incontrano solo una superficie fredda e invalicabile. E ti chiedi se il problema sei tu, o il vetro. E se, in fondo, siate la stessa cosa.
Non sei disconnesso. Sei sintonizzato su una frequenza diversa, una piena di interferenze, di sussurri e di cose rotte. È un dono? È una condanna? Forse sono solo due nomi per la stessa solitudine.
E il tuo unico, estenuante compito è imparare a convivere con la musica e con il rumore, sperando che, ogni tanto, le dita di qualcun altro incontrino le tue su quello stesso, maledetto vetro. Anche solo per un istante.