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De Grieux era come tutti i francesi, cioè allegro e amabile quando ciò era necessario e vantaggioso, e insopportabilmente noioso quando non era più necessario essere allegro e amabile. Di rado i francesi sono allegri per natura; sono sempre allegri su ordinazione o per calcolo. Se, per esempio, un francese ritiene necessario fare l’originale, il capriccioso, insomma il tipo un po’ eccezionale, ebbene i suoi capricci – incredibilmente sciocchi e innaturali – assumono invariabilmente delle forme già comunemente accettate e involgarite. Il francese «al naturale» è una quintessenza del più borghese, meschino e comune «spirito positivo», è insomma l’essere più noioso di questo mondo. Secondo me, soltanto dei novellini – e specialmente le signorine russe – possono lasciarsi sedurre dai francesi. A qualsiasi persona perbene appare immediatamente evidente e insopportabile il burocraticismo di quelle forme di amabilità, disinvoltura e allegria da salotto accettate una volta per tutte.
Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Garzanti, 1977 [Libro elettronico]
[ 1ª ed. originale: Игрокъ, Fyodor Stellovsky editore, 1866 ]
Pacini the Cosmoem
Like Cosmog, my Cosmoem had no choice but to be piggybacked to 100. It also does not learn any actual attack moves. The only difference is it can no longer learn Splash naturally, and instead learns Cosmic Power. Again, this remains true even in Galar apparently. No Technical Records or such for them.
Un autentico gentleman non deve mai agitarsi, neppure se perdesse tutta la sua sostanza. Il denaro dev’essere tanto al disotto del gentleman che per lui non vale quasi la pena di preoccuparsene. Naturalmente poi è un tratto estremamente aristocratico non accorgersi minimamente della marmaglia né dell’ambiente circostante. Ma viceversa talora può essere non meno aristocratico un atteggiamento opposto, e cioè invece osservare e guardare perfino con attenzione – magari col monocolo – tutta quella marmaglia: ma ciò va fatto come se si considerasse tutta quella folla e quel sudiciume come una forma sui generis di divertimento, come uno spettacolo organizzato appunto per distrarre il gentleman. Ci si può perfino confondere nella folla, ma sempre con l’assoluta convinzione di essere soltanto un osservatore e di non appartenere a essa. Del resto, non sta nemmeno bene osservare troppo fissamente; nemmeno questo si addice a un vero gentleman, giacché comunque lo spettacolo non è degno di una troppo concentrata o prolungata attenzione. In generale poi vi sono pochi spettacoli che siano degni di prolungata attenzione da parte di un vero gentleman. E invece a me personalmente sembrava che tutto questo fosse degnissimo della più attenta considerazione, specialmente per chi non fosse capitato lì soltanto in veste di osservatore, bensì si considerasse sinceramente e semplicemente parte della marmaglia. Per ciò che riguarda le mie più recondite convinzioni morali, per esse naturalmente non c’è posto in queste mie considerazioni. Ma lasciamo pure che sia così; parlo soltanto per sgravio di coscienza. Ma almeno questo voglio osservare: che in tutti questi ultimi tempi per me era assolutamente intollerabile riferire tutti i miei pensieri e azioni a un qualsiasi criterio morale.
Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Garzanti, 1977 [Libro elettronico]
[ 1ª ed. originale: Игрокъ, Fyodor Stellovsky editore, 1866 ]
Io mi trovo qui da poco tempo, eppure tutto ciò che ho fatto a tempo a osservare e a verificare fa ribollire il mio sangue tartaro. Proprio non so che farmene di certe virtù! Ieri ho fatto qui intorno un giretto di una decina di verste. Be’, quello che si vede qui corrisponde esattamente a quel che si legge in quei libriccini tedeschi di dottrina morale corredati da illustrazioni: qui in ogni casa hanno il loro «vater» terribilmente virtuoso e straordinariamente onesto. Talmente onesto che fa paura avvicinarlo. Io non posso sopportare le persone così oneste che fa perfino paura avvicinarcisi. Ognuno di questi bravi «vater» ha la sua famiglia, e la sera in casa si fanno delle letture istruttive ad alta voce. Alti sulla casetta stormiscono al vento olmi e castagni. Laggiù tramonta il sole, sul tetto c’è la cicogna e tutto è così straordinariamente poetico e commovente... Non si arrabbi, generale, ma mi permetta di raccontarle qualcosa di ancor più commovente. Io stesso ricordo che mio padre buon’anima, la sera, sotto i tigli del giardinetto davanti casa, leggeva anche lui ad alta voce a me e a mia madre dei libretti del genere... Dunque anch’io posso dare una giusta valutazione di questo. Ma qui ogni famiglia di questo tipo è completamente sottomessa e addirittura schiavizzata dal «vater». Tutti lavorano come bestie e tutti accumulano soldi come giudei. Mettiamo che il «vater» abbia già accumulato una certa quantità di fiorini e conti di lasciare al figliolo maggiore la sua bottega o il suo pezzetto di terra. Per questa ragione loro sono capaci di non dare la dote alla figliola, e così quella rimane zitella. Per la stessa ragione vendono il figlio minore come servo della gleba o come soldato, e i soldi così guadagnati li aggiungono al capitale familiare. È proprio vero che qui si fa così: mi sono informato. Ed è vero che tutto ciò si fa proprio e soltanto in nome dell’onestà, di un’onestà esasperata, a tal punto che lo stesso figlio minore è convinto che se l’hanno venduto ciò è stato fatto soltanto in nome dell’onestà, e quando la stessa vittima si rallegra di essere portata al sacrificio, cosa si può volere di più? E sapete cos’altro c’è? C’è che anche per il figliolo maggiore la situazione non è allegra: capita infatti che lui si sia unito sentimentalmente con una certa «Amalchen», ma il guaio è che non ci si può sposare, perché non si sono accumulati fiorini a sufficienza. E così anche loro aspettano morigeratamente e vanno al sacrificio con la coscienza tranquilla e il sorriso sulle labbra. Intanto le guance di «Amalchen» avvizziscono, la ragazza sfiorisce. Finalmente, dopo vent’anni, il patrimonio familiare si è rimpinguato con i fiorini guadagnati con l’onesto lavoro. Il «vater» dà la sua benedizione al quarantenne figliolo maggiore e alla sua trentacinquenne «Amalchen» dal petto avvizzito e il naso rosso... Intanto piange, impartisce lezioni di morale e finalmente muore. Il figliolo maggiore diventa adesso un virtuoso «vater» e la storia ricomincia daccapo. E così tra cinquanta o settant’anni il nipote del primo «vater» ha messo insieme un capitale rispettabile da lasciare al figliolo, questi a sua volta lo lascia al suo e questi ancora al suo, e infine dopo cinque o sei generazioni viene fuori da quella famiglia il barone Rotschild in persona, oppure la ditta Hoppe & C., o che diavolo so io. Be’, guardate un po’ che magnifico spettacolo! Ecco il risultato di un lavoro ereditario di cento o duecent’anni, di pazienza, intelligenza, onestà, carattere, fermezza, calcolo e cicogne sul tetto! Cosa volete di più? Non c’è nulla di più alto a questo mondo, e così in base a questo criterio essi cominciano a giudicare tutto il mondo e a giustiziare direttamente tutti i colpevoli, e cioè coloro che sono anche solo un po’ diversi da loro. Be’, ecco come stanno le cose: io preferisco invece far baldoria alla russa e cercare di far fortuna alla roulette. A me non interessa diventare Hoppe & C. tra cinque generazioni. I soldi mi servono per me stesso, e io non considero tutto me stesso come un necessario attributo del capitale. So benissimo di aver detto un sacco di sciocchezze, ma fa lo stesso. Queste sono le mie convinzioni.»
Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Garzanti, 1977 [Libro elettronico]
[ 1ª ed. originale: Игрокъ, Fyodor Stellovsky editore, 1866 ]
«A Parigi ho attaccato briga con un polacco», ho risposto io, «e poi con un ufficiale francese che appoggiava il polacco. Ma poi una parte dei francesi presenti è passata dalla mia parte quando ho raccontato che volevo sputare nel caffè di un monsignore.» «Sputare?» ha chiesto il generale con dignitosa e scandalizzata meraviglia, guardandosi perfino intorno. Il francesino mi ha gettato un’occhiata incerta. «Proprio così», ho risposto io. «Siccome per due giorni interi ero convinto che probabilmente avrei dovuto fare un salto a Roma per i nostri affari, mi sono recato alla cancelleria dell’ambasciata del Santo Padre a Parigi per farmi vistare il passaporto. Là sono stato ricevuto da un abatino sui cinquant’anni, asciutto come un chiodo e dalla fisionomia gelida, il quale dopo avermi ascoltato mi ha pregato cortesemente ma freddamente di aspettare. Sebbene avessi fretta, naturalmente mi sono seduto ad aspettare, ho tirato fuori “L’Opinion nationale” e mi sono messo a leggere le più terribili insolenze contro la Russia. Intanto ho sentito che qualcuno, passando dalla stanza accanto, veniva introdotto da monsignore e ho visto il mio abatino che si profondeva in inchini. Allora mi sono rivolto a lui ripetendo la mia richiesta, e di nuovo lui mi ha pregato seccamente di aspettare. Poco dopo è entrato un altro sconosciuto, evidentemente per qualche faccenda, un austriaco: è stato ascoltato e subito è stato accompagnato di sopra. Allora mi sono seccato sul serio; mi sono alzato, sono andato dall’abate e gli ho detto con decisione che dal momento che monsignore riceveva, poteva sbrigare anche la mia faccenda. L’abate allora si è scostato da me guardandomi con straordinaria meraviglia; evidentemente per lui era assolutamente incomprensibile che un qualsiasi russo da quattro soldi osasse paragonarsi agli ospiti di monsignore. Col tono più insolente, quasi si rallegrasse di potermi offendere, mi ha misurato con un’occhiata dalla testa ai piedi e ha gridato: “E così lei s’immagina che monsignore lascerà per lei il suo caffè?” Allora io mi son messo a gridare più forte di lui: “Allora sappia che io ci sputo dentro al caffè del vostro monsignore! E se lei non mi vista immediatamente il passaporto, andrò io stesso da lui.” «Come! Proprio nel momento in cui c’è da lui un cardinale!» ha gridato l’abatino scostandosi da me inorridito; quindi si è precipitato sulla porta allargando le braccia a formare una croce, esprimendo con tutto il suo aspetto la risoluzione di morire piuttosto che lasciarmi passare. Allora gli ho risposto che io sono un eretico e un barbaro, «que je suis hérétique et barbare», e che per me tutti quegli arcivescovi, cardinali, monsignori, eccetera, eccetera, non valevano un fico secco. Insomma gli ho fatto capire che non avrei desistito. Allora l’abate mi ha fissato con una rabbia indescrivibile, poi mi ha strappato il passaporto di mano e se l’è portato di sopra. Un minuto più tardi il passaporto era già vistato.
Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Garzanti, 1977 [Libro elettronico]
[ 1ª ed. originale: Игрокъ, Fyodor Stellovsky editore, 1866 ]