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Padre del siglo:
I HAVE FALLEN IN LOVE ALL OVER AGAIN!! MY MAN!! FREE HIM FROM ALL THE SUFFERING PLEASE
Vol.2 of mashing all my bbgs into one post
After a “long” while of my last post I decided to finally get around to putting peoples requests and recommendations of their fav priests into the format. Keep in mind I don’t know who most of these characters are and I mainly put them in here because they were requested and matched up to the descriptions. Id be lying if I said it wasn’t impossible to squeeze them all into one thing. Thank you all for showing off your deranged priest bbgs!
Questa foto mi ha preso allo stomaco.
Ho aspettato un po' prima di pubblicare un mio pensiero, perché probabilmente da padre avrei di sicuro trovato difficoltà nel commentarla. Ma alla fine ho preso una decisione, così ho buttato fuori ciò che mi bloccava lo stomaco.
Ilia Malinin, 21 anni, il ragazzo che tutti chiamano “Dio dei quadrupli”, esce dal ghiaccio dopo due cadute pesanti. Ha gli occhi lucidi. Cerca lo sguardo di suo padre. E suo padre, che è anche il suo allenatore, ha la testa bassa, le mani tra i capelli, la faccia di chi ha appena visto crollare un sogno.
Non un abbraccio. Non una parola. Solo delusione.
Da padre, mi sono fermato a guardarla per minuti. E ho pensato: se fosse mio figlio?
Io lo stringerei forte. Gli direi: «Figlio mio, hai dato tutto quello che potevi oggi. Sono orgoglioso di te come sempre, anzi di più. Domani si riparte». Perché un figlio che cade non ha bisogno di un giudice in più. Ha bisogno di sapere che il suo valore non è appeso a un punteggio.
Invece quel ragazzo, in quel momento, sembra chiedere scusa. Scusa per aver deluso. Scusa per non essere stato “abbastanza”. E fa male, cazzo.
Quanti di noi padri facciamo lo stesso, senza rendercene conto? Proiettiamo i nostri sogni non realizzati, le nostre medaglie mancate, la nostra voglia di rivincita. Soprattutto quando siamo stati noi per primi su quel ghiaccio, su quel campo, in quell’ufficio. Pensiamo di “prepararli alla vita” e invece gli carichiamo sulle spalle anche la nostra.
Ma la vita non è una gara a chi arriva primo. È una strada lunga, piena di cadute. E il compito di un padre è essere il punto fermo quando il figlio inciampa, non la voce che gli ricorda quanto è costato quell’errore.
Il vero amore non si merita. Si dà. Punto.
E un figlio lo sa: l’abbraccio dopo la vittoria è facile. Quello dopo la sconfitta è quello che resta per sempre. Io, da figlio, questo insegnamento l'ho avuto purtroppo dalla vita.
Se si è padre, ci si deve guardare dentro. La prossima volta che un figlio, in qualsiasi cosa, non ce la fa, ci si deve fermare. Aprire le braccia prima di aprire la bocca. Dicendogli che va bene lo stesso. Che come padre ci sono. Che lui è abbastanza.
Perché questa foto non parla solo di Olimpiadi. Parla di tutti noi.
Che siamo stati figli, che siamo oggi padri.
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Ordained: vintage priests.
¿Puedo ser tu mascota, Papi?