Lei dice non importa.
Lo fa con voce calma
senza una brezza
A me ricorda il mare.
Nuotiamo fino a riva
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Lei dice non importa.
Lo fa con voce calma
senza una brezza
A me ricorda il mare.
Nuotiamo fino a riva
la cura
Un’antica novella iraniana, tramandata da madre in figlia, racconta la storia di una bambina malata terminale.
Dalla finestra della sua camera riusciva a vedere un albero che perdeva le foglie. Quello spogliarsi dei rami la immalinconiva tanto da dire al padre che sarebbe morta il giorno in cui sarebbe caduta l’ultima foglia.
Così un giorno il padre incollò l’ultima foglia all’albero in modo che non cadesse mai.
Ogni giorno lei guardava l’albero e vedeva quella foglia solitaria. E grazie a quella foglia solitaria, riprese fiducia e sopravvisse.
“La speranza, ragazza mia, tiene in vita l’anima oltre l’impensabile, anche se il corpo soffre.
Raccontalo alle tue figlie”.
the place
Un posto dove il bucato si asciuga al sole, come libere anime bagnate.
Dove le lucertole ti attraversano la strada e i gatti sono pigri.
Dove i bambini raggiungono la scuola a piedi prendendo a calci un barattolo; e gli anziani, che tutto sanno, non hanno voglia di parlare ma di stare seduti, davanti la porta di casa, ad asciugare le ossa al sole.
Un posto dove l’essenziale è pane e formaggio, ed il superfluo è una gazzosa ghiacciata.
Dove il grano si piega al volere del vento e la pioggia bagna la terra e la fa profumare.
compagni di corsa
Ogni giorno, durante la corsa mattutina, incontro un anziano signore anche lui impegnato nella sua camminata sportiva. Ci incrociamo nel tratto di strada che attraversa i giardini.
Io, con la mia andatura veloce, il mio abbigliamento termico, il monitoraggio cardiaco e GPS.
Lui, con la sua comoda tuta in acetato bicolore, un passo caparbio aiutato da ampi movimenti alternati delle braccia e con la serenità di chi conosce bene il ritmo del proprio cuore e la strada di casa.
Ormai ci riconosciamo da lontano.
Lui mi vede e accelera il passo, come a voler avvicinarsi il più velocemente possibile al sogno della mia età. Io invece rallento per dimezzare le distanze tra le nostre vite.
Al momento dell’incrocio lui sorride sempre. Ho imparato a farlo pure io.
Alza il braccio sinistro con la mano aperta in segno di saluto. Come si fa tra amici, coetanei, sportivi di pari livello.
Nella mano destra tiene invece stretto in pugno un mazzolino di fiori di campo, sempre diversi, piccoli, coloratissimi, forse felici di essere stati raccolti.
Chissà a cosa o a chi saranno destinati.
Onoreranno una foto custodita in casa, renderanno più bello il tavolo in cucina o semplicemente gli faranno colorata compagnia durante il tragitto.
Ci allontaniamo ognuno verso la nostra direzione.
Da qualche tempo ho imparato a fermarmi e guardalo mentre si allontana con la sua andatura marziale, incerta e dignitosa, con il suo mazzolino profumato e la sua vita stretta salda tra le dita.
Andare: infinito, presente.
Non ho mai sopportato la luce di quel neon in cucina. Eppure siamo entrambi lì, seduti con un calice di vino in mano. Ultimo suono quello dei bicchieri che si riempiono. Ultima parola: nessuna.
La finestra sbatte. Prende il calice e va di là. Resto solo.
Con il bicchiere in mano mi alzo. Mi incammino verso la porta. La supero. Senza pensarci procedo oltre le scale. Il portone. La strada. Le case dei vicini. Di là, via. Lontano verso la città. Oltre la città. Scompaio.
Andarsene è una tentazione, un sollievo. Una muta, non violenta, ribellione. È un tradimento. È un rischio, un salto nel vuoto. Andarsene è un ode alla fragilità e alla forza di ogni essere vivente, che sia uomo, animale, pianta.
Andarsene è una storia d’amore.
la grammatica di un finale
“È meglio così. Credimi.”
“Si. Forse. Non so.”
Si salutarono cordiali, senza un abbraccio, senza sorridere. Lui uscì e non pioveva. Lei rimase al suo posto nell’angolo defilato, a guardare come ipnotizzata, attraverso la vetrina, il grigiore della strada.
Fuori, il pomeriggio si faceva scuro. Passavano auto con i fari accesi. Gente nel locale? Poca.
Sola, disorientata, non le veniva in mente dove andare.
“Come si fa a vivere così lontano dal mare?” Ecco. A questo pensò.
la storia raccontata cento volte
Ho di nuovo bisogno di te.
Ancora. Si, ancora.
Evidentemente la nostra vita non procede in linea retta ma in modo circolare, è questo il motivo per cui ricadiamo sempre nelle stesse buche.
È il passato che ritorna. È l’abbraccio consolatorio che non sa o non vuole andare via.
Giorno. Stazione. Treno. Stavi per salire. Mi hai dato ancora un abbraccio. Quello. Cerca di stare bene. Hai detto. Lo prometto. Ho risposto.
E sono stato bene.