La statua parlante di Pasquino e i Settecenteschi leoni di Palazzo Braschi. Oggi è la sede del Museo di Roma, un'esposizione di tele, acquerelli, foto e plastici che narrano la storia della città.
Per 50 anni, dall'Unità al 1921, fu sede del Viminale, prima del trasferimento all'attuale sede dietro via Nazionale.
Dal portone del palazzo entrave e usciva Giovanni Giolitti, forse, dopo Cavour, il più importante, discusso e discutibile ministro della storia italiana pre-repubblicana.
Il palazzo nasce sulle macerie del più antico palazzo Orsini a Pasquino: è il 1792, un brutto momento per il potere teocratico e monarchico in un'Europa che assiste inorridita ed impotente allo scatenarsi della furia giacobina.
Papa Pio VI Braschi se ne frega: vuole un bel palazzo per l'amato nipote, il principe Luigi Braschi-Onesti, e lo avrà alle spese del preesistente edificio.
Questo Luigi, per altro, è, forse suo malgrado visto lo sprezzante giudizio che della sua intelligenza dà il procuratore per il Tevere napoloenico, de Tournon, un personaggio formidabilissimo della Roma a cavallo tra papato e era napoleonica. Dico a cavallo a ragion veduta, perché Luigi sa stare in sella sia prima, che dopo l'avvento di Bonaparte: un talento raro in un epoca così turbolenta.
Il futuro papa è zio suo e del piccolo Romualdo: cesenatesi, nascono da Giulio Onesti e da Francesca Braschi, che di Pio VI è sorella. Quando Luigi è abbastanza grande, Pio lo richiama a Roma con il fratello che diverrà cardinale. Il papa celebra nella Cappella Sistina le nozze tra Luigi e Costanza Falconieri, nobildonna della potente famiglia nobile residente nel bel palazzo borrominiano di via Giulia (segue foto mia di una delle arpie di palazzo Falconieri, aggiunte più tardi ma su progetto di Borromini).
Adotta inoltre i nipoti, che da Onesti diventano Braschi e, come tali, principi.
Luigi ha il fiuto per gli affari ed è anche ben raccomandato: conduce lucrosi affarucci nella campagna romana, uno dei quali sfocia in un'incresciosa causa di cui si sobbarca sempre lo zio. È la causa Lepri, che finisce davanti a tribunale rotale perché gli eredi Lepri, defraudati della loro eredità alla morte del padre Amanzio, ricusano la legittimità del testamento in favore del papa (che intendeva allegare i ricchi beni del possidente pontino a Luigi).
Alle soglie della Rivoluzione Francese, Luigi viene mandato dallo zio a trattare con i Francesi giacobini a Tolentino. Tuttavia, le trattative vanno maluccio e per giunta Luigi, tornato a Roma, si trova i Francesi in città ed il palazzo ancora in costruzione devastato: il popolo romano lo detesta e ha salutato con soddisfazione lo scempio francese nelle sue proprietà.
Tra l'altro, poiché il principe era di bocca buona e aveva collocato nel suo palazzo la sua collezione di preziose tele (Caravaggio, pittori Cinque-Seicenteschi, sciocchezzuole del genere) i francesi, quel che non rompono lo rubano e lo spediscono in Francia.
Però, Luigi, che forse non è sveglio, sostiene de Tournon, ma evidentemente ha la furbizia degli imbelli, riesce a rimontare anche da questa disgrazia: dopo alterne vicende di prigionia condivisa con lo zio, diventa infatti il primo sindaco della Roma giacobina e repubblicana e, come tale, pure scomunicato.
Intanto si procura come segretario privato Vincenzo Monti, e pare che i rapporti del poeta con la famiglia del suo datore di lavoro siano intimi, mooolto intimi. Così intimi, infatti, che forse la piccola Costanza Braschi è figlia di Monti, più che di suo padre.
Comunque, passata la fulgida tempesta napoleonica, Luigi, come le lumache dopo la pioggia, rifà capolino e mostra nuovamente il suo talento opportunistico: riesce a rientrare al servizio del pontefice, un altro, Pio VII, e a farsi levare pure la scomunica.
Ma le fortune economiche della famiglia sono state duramente messe alla prova dalle ruberie e dai rovesci bonapartisti. È il 1816: Luigi muore, sepolto a Santa Maria Sopra Minerva, e per cinquant'anni gli eredi campicchiano di rendita senza replicare le fortune paterne e anzi, indebitandosi oltre il tollerabile.
Infine, ridotta con le pezze al culo come si dice a Roma, tenta di alienare il palazzo che tanti grattacapi ha causato all'avo Luigi per ripagarsi i debiti con una riffa nel 1866.
Gli va male, però: non vendono sufficienti biglietti, e l'ingombrante e costoso casermone resta loro sulle croste, sebbene per soli cinque anni. Infatti lo Stato Italiano, sin dalla sua nascita contrassegnato da un brillante fiuto per le cause perse e le sòle più solenni, interviene a salvare la situazione e se lo compra nel 1871.
Il palazzo diventa così residenza e ufficio di Giolitti però il suo ruolo nelle vicende di storia patria e cittadina non è finito. Dopo il trasferimento del Viminale alla sua attuale sede, infatti, iniziato nel 1921 e terminato nel 23, il palazzo Braschi subisce una curiosa sorte, proprio lui, sorto alle spalle di Pasquino, voce del popolo contro le assurdità e gli abusi del potere su Roma la sua gente. Infatti, diviene epicentro dell'attività propagandistica fascista, finché, dopo l'Armistizio e fino alla Costituente, è perfino sede del PNF e dei gruppi di repressione.
Dalla fine della guerra al '49, ecco che si ripete, pur con le debite differenze, la vicenda di spoliazione e devastazione già vista nel 1798: stavolta, a far danni sono i poveri cristi degli sfollati, morti di fame e di rabbia e di disperazione dopo la fine della guerra. Le belle sale, gli eleganti affreschi sono deturpati e danneggiati da gente abbrutita dall'orrore della guerra, dell'occupazione nazista e della guerra civile.
Solo dal 1952, Palazzo Braschi viene infine risistemato alla bell'e meglio e istituito a sede del Museo di Roma.
Ancora adesso ci accoglie con una bella carrozza settecentesca nell'androne, memoria di uno sfarzo e di un'indolenza verso la miseria e le piccole cose che è forse quella della grande Storia, ai cui margini questo luogo ha tanto fortunosamente galleggiato.
Le prime due foto, tutte mie, sono scatatte nel settembre 2024, le ultime due le scattai nel 2009 e infatti sono barochissime, storte e filtrate con i potenti mezzi di Paint su un PC che montava Windows Vista.
Dopo 15 anni sono sempre a spasso per Roma a fotografarla, però!
Video. Il morbo giansenista. La bolla "Auctorem Fidei" di Pio VI (1794)
Video. Il morbo giansenista. La bolla “Auctorem Fidei” di Pio VI (1794)
Quarta puntata della video-rubrica Magisterium del M° Aurelio Porfiri in cui viene presentata la bolla Auctorem Fidei del papa Pio VI.
Raccolta fondi e donazioni
Giovanni Battista Bugatti, más conocido como Mastro Titta era el verdugo del papa en una época en la que la pena de muerte era legal para muchos países, incluyendo los Estados Pontificios.
Oficialmente, su trabajo era el de pintor de paraguas, pero en realidad era el verdugo del Estado Pontificio, el “maestro de la justicia”,o sea, de allí deriva el…
A Terni, dalla parte est, si entra traversando Ponte Carrara, e percorrendo via Carrara fino a Piazza Carrara. Lì c’è Palazzo Carrara che fu sede del municipio, poi della pinacoteca, biblioteca e raccolta archeologica. Un’ala era destinata a carcere, e per decenni “tu stai bene a via Carrara” era augurare a qualcuno di finire in galera. Insomma, di “segni” della famiglia Carrara ce ne sono parecchi. Ad esser pignoli, però, c’è da dire che i Carrara, quelli veri, con Terni c’entrano pochino. E già perché i Carrara stavano a Bergamo, dov’erano diventati ricchi commerciando lana. Nel 1747 furono anche nominati conti. A Ghisalba, appunto nel bergamasco, nacque colui che nella storia della famiglia è stato il più noto e potente, il cardinal Francesco che a Roma, in curia era uno che contava: fu segretario della congregazione del concilio più tutta una sequela di altri incarichi ivi compreso quello di conduttore dell’Indice.
Il cardinale Francesco Carrara
Pio VI lo nominò protettore dei pubblici ospedali di Roma, Narni, Perugia, Viterbo, Spoleto. A Narni fece così buona impressione nella “gestione” del Beata Lucia, che lo inserirono tra i protettori della città. Ma sempre a Roma stava e non a Terni, dove aveva un prete, certo don Provantini, che gli faceva da segretario e ne curava gli interessi in loco.
Uno dei ricchi lanieri del bergamasco era “sbarcato” a Terni intorno alla metà del 1600, entrando in società con un ternano per importare e commercializzare la lana. Vi restò una trentina d’anni fino a che decise che era ora di andare in pensione e se ne tornò a Bergamo, dopo aver affidato baracca e burattini in usufrutto a un giovane che gli era stato il suo braccio destro; l’usufrutto aveva validità quarantennale, poi tutto sarebbe ritornato in proprietà ai bergamaschi. C’era però una condizione: il giovane, che di chiamava Pietro Riccardi, doveva da quel giorno diventare Pietro Carrara, cambiare cognome, cosicché il “marchio” restava su piazza. Una specie di franchising ante literram.
Riccardi diventato Carrara, fece a sua volta un pacco di soldi e investì: terreni, una villa di campagna, e il palazzo su quella che oggi è Piazza Carrara, ma allora si chiamava piazza San Sebastiano. Si ingrandiva il portafogli e cresceva di pari passo il “peso” sociale della famiglia, tanto che alla fine del 1600, tra i Carrara ex Riccardi si potevano annoverare personaggi che avevano ricoperto incarichi di governo cittadino e qualche abate. I soldi non mancavano e i Carrara, poco tempo dopo, si allargarono acquisendo dalla famiglia Giocosi un palazzetto attiguo al loro. Dopo di ché accorparono i due fabbricati, abbellendo la facciata con una serie di fregi. Era nato il Palazzo Carrara così come oggi si presenta, ex carcere compreso.
Come finì? Non tanto bene, per i Carrara di Terni. Intanto uno dei rampolli di Pietro Riccardi Carrara, “il tenente Giuseppe” – com’era da tutti conosciuto – ammucchiò un debito consistente col Comune di Terni, nonostante ne fosse stato priore e camerlengo (o forse proprio per questo, chissà?) fattostà che il palazzo dovette essere venduto “dimenticando” che esso era ancora in usufrutto. Se lo ricordavano bene, però, i Carrara “doc”, quelli di Bergamo, i quali innervositisi, pretesero dal tenente, già al verde, il pagamento di una penale di diecimila scudi, cifra rispetto alla quale il debito col Comune era roba da ridere. Un bel guaio! Buon per loro che qualcuno dei Carrara ex Riccardi si era comunque dato da fare. Fu il caso di Marcantonio, che sposò una Castelli, ossia una componente di una prestigiosa famiglia ternana. Ma lei lo lasciò vedovo, senza figli, e con parecchi debiti (pure lui). L’unica fonte di guadagno sembra restasse per lui la cessione dei diritti ereditari a due giovani nipoti.
S’era ormai nella seconda metà del Settecento, quando intervenne il potente “cardinal zio”, Francesco. D’altra parte si chiamavano pur sempre Carrara, senza contare che c’erano da recuperare parecchi soldi per il “ramo” bergamasco. Il cardinale riuscì a far sì che le figlie di Marcantonio rientrassero in possesso del palazzo di città, che volle acquistato dal Comune anche per la sede del municipio era stata individuata una soluzione più conveniente. E della villa di Papigno, poi nota per il nome di uno dei generi di Marcantonio, il conte Graziani.
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Terni e il “mistero” dei Carrara A Terni, dalla parte est, si entra traversando Ponte Carrara, e percorrendo
"El Papa Pio VI". por Fondo Antiguo de la Biblioteca de la Universidad de Sevilla
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Ilustraciones de la obra : Historia del Consulado y del Imperio : continuación de la historia de la Revolución Francesa / por A. Thiers. - Barcelona : Montaner y Simón, 1879-
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Può un Papa errare nella promulgazione di leggi ecclesiastiche? E, in caso di dissenso, non è comunque doveroso un atteggiamento di silenzio nei suoi confronti? (more…)