Ieri, a due passi da casa mia, un’esplosione di colori ha invaso un angolo di Bergamo. Era la chiusura del Pride 2025, un evento che pulsava di vita in un’area trasformata in spazio di festa: musica, cibo, voci, e un mosaico di iniziative.
Ma quel luogo, pensate, non era nato per la gioia. Era un cimitero. Sconsacrato, abbandonato per oltre mezzo secolo dall’ultima sepoltura, bonificato. I vialetti che un tempo segnavano il passo tra le tombe sono spariti, i colombari e le cappelle rasi al suolo. Dell’antico camposanto resta solo un portale a sud, che un tempo accoglieva il silenzio dei visitatori e ora ospita il tintinnio delle casse o il gorgoglio della birra spillata. Da luogo di lutto a palcoscenico di risate giovani, di suoni, di vita. Non è solo rigenerazione urbana: è una resurrezione umana.
L’evento si chiamava “Identità in rivolta”. Un nome che sa di tempesta, in un mondo che brucia di ribellioni. Non sapevo nulla di quella festa. Mi ci sono trovato in mezzo per caso, con l’auto che arrancava tra la folla. Una marea di giovani e meno giovani, vestiti di estate e provocazione: colori sgargianti, abiti che sfidano ogni regola, dettagli che gridano libertà.
Nel tentativo di raggiungere casa, taglio per un parcheggio, sperando di aggirare l’ingorgo. All’uscita, il mio sguardo incrocia un marciapiede dove due ragazze camminano mano nella mano, dirette alla festa. Per non costringerle a scendere in strada, infilo la retromarcia e cedo loro il passo. Fa caldo, i finestrini sono spalancati, e una brezza carica di temporale mi accarezza il viso. Così, nitide, mi arrivano le loro voci. “Guarda questo,” dice una, con un sorrisetto, “pensa di fare il cavaliere. Non ha capito che con noi non attacca.” L’altra scoppia a ridere. Ribelli.
Rimango fermo, con un dubbio che mi morde. Meglio il rimorso di passare per un “matusa” fuori tempo, o il rimpianto di aver tirato dritto, rischiando di sentirmi un boomer arrogante, figlio di un patriarcato che ancora resiste, ostinato?
Non ho il tempo di rispondermi. Poco più avanti, un gruppo di ragazzi, quelli che la gente etichetta “maranza”, sta molestando una coppia. Uno dei due, un ragazzo, porta al collo una bandiera palestinese. Le parole che volano sono taglienti, cariche di rabbia senza radici. Nessuna solidarietà, solo il vuoto di chi cresce senza un’identità, se non quella del rifiuto di ogni appartenenza. Ribelli, a modo loro.
Mentre mi muovo a passo d’uomo, il mio sguardo curioso attira reazioni di chi incrocia il mio sguardo. C’è chi sorride, chi alza due dita in segno di vittoria, chi mi regala un dito medio o una linguaccia. E poi, due baci soffiati nell’aria: uno da una lei, uno da un lui. Ribelli del gesto, dell’amore.
Ma la brezza, che aveva annunciato il suo arrivo, non mente. Il temporale scoppia, improvviso, e la folla si disperde in un fuggifuggi caotico. Chi corre sotto i portici, chi si rifugia nei portoni, chi cerca riparo nei locali o sotto le pensiline degli autobus. Alla fine, forse, la vera ribelle è la pioggia: sa smuovere tutti, senza distinzioni.
La strada si libera d'incanto, come il Mar Rosso si aprì davanti a Mosè, così due ali di folla sgomberano la strada. Posso velocemente avviarmi a casa, sotto il tamburellare di una pioggia che potrebbe trasformarsi in grandine. Io ribelle a una vita che mi sta levando il sorriso, un poco alla volta.
p.s. prego astenersi da eventuali commenti che inneggiano, avviliscono, creano polemiche. Il mio è un puro racconto di cronaca. Non cerco pareri oppure opinioni che, in questo contesto, non servono a nulla. Grazie a chi mi leggerà.














