L'uomo è tanto meno se stesso quanto più parla in prima persona. Dategli una maschera e dirà la verità.
Oscar Wilde

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L'uomo è tanto meno se stesso quanto più parla in prima persona. Dategli una maschera e dirà la verità.
Oscar Wilde
“ Alcuni hanno aspettato il crollo delle Torri per includere la malattia e la morte nei cosiddetti orizzonti di attesa. Hanno scoperto che si può morire “da un momento all'altro”. Che si può parlare di affari e dopo pochi minuti precipitare nel vuoto per trecento metri. I Greci l'avevano presente migliaia di anni fa, anche se non avevano costruito grattacieli. Gli uomini li chiamavano “mortali”, mentre noi li abbiamo privati di questo incidente di percorso. Noi viviamo nell'universo della pubblicità commerciale, dove non esistono la malattia e la morte, tranne che in quella dei farmaci e delle pompe funebri. Ma nei momenti duri della vita gli uomini ritrovano la verità della parola. Sono i momenti euforici a renderli idioti. “
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.
“ Il calcio appariva come l'oppio, se non dei popoli, almeno delle domeniche. E la religione del calcio, che celebrava i suoi riti verbali durante la settimana, diventava una vacanza catastrofica delle masse. Ricordo il rammarico sgomento di un mio amico organico (non a me, ma al partito), quando mi aveva testimoniato una sua convinzione: che se in Italia non ci fosse stato il calcio, la situazione politica sarebbe stata diversa. La vittoria di Bartali al Tour, nel 1948, aveva distratto una sollevazione popolare dopo l'attentato a Togliatti. E il calendario del calcio domenicale assolveva, più che una funzione rituale, una funzione ipnotica. Non so che cosa direbbe oggi che la funzione si celebra alla televisione tutti i giorni. Ma non mi stupirei se, convertito, vi partecipasse anche lui. Gli intellettuali che si appassionavano al calcio venivano guardati - diciamo così - con delusione, tranne che dai compagni di vizio. E sembravano cooperare al Tradimento dei chierici, come Julien Benda aveva chiamato nel 1924 il progressivo laicizzarsi della religione dei valori: un libro che tutti gli intellettuali conoscono, ma quasi nessuno ha letto, me per primo. Naturalmente i transfughi sapevano reagire con allegria al ricatto del rigore, parola molto amata in quegli anni rigidi. Alcuni sottolineavano anzi la propria corruzione, con una sfrontatezza spavalda. Altri dedicavano maggior tempo alla propria droga, a conferma che le virtù si perdono rapidamente, ma non altrettanto i vizi. La risposta ambientale non era comunque confortante. E la diffidenza che li circondava induceva i tifosi a cercare la solidarietà dei pochi complici. Ricordo Vittorio Sereni che dell'Inter amava non solo la squadra, ma le bandiere. Lo riconosceva con la sua reticenza crucciata. Mi aveva confessato che una sconfitta della nostra squadra (io andavo allo stadio alle undici di mattina, per appollaiarmi nei posti migliori sulle gradinate) poteva cambiargli l'umore fino al mercoledì, quando cominciava a pensare al riscatto della domenica. E appariva ormai rassegnato a quel tratto infantile. La svolta degli intellettuali (ancora un tradimento?) è avvenuta all'epoca del campionato mondiale vinto dall'Italia, nel 1982. Ho visto editori che fino ad allora definivano il calcio come ventidue uomini in mutande a caccia di un pallone parlare improvvisamente - come avessero ricevuto il dono della glossolalia - di fasce laterali e di interdizione a metà campo. Ho visto scrittori che ignoravano che cosa fosse il fuori gioco discettare sulla linea invisibile dei difensori. Ho visto insegnanti cultori della civiltà nei rapporti (divinità invocata soprattutto dalle coppie che divorziano) accanirsi con epiteti infamanti sull'arbitro. Che cosa stavano vivendo gli innamorati dell'impegno? Forse l'amore nascente per un disimpegno che da allora non ha fatto che crescere, pur tra alibi, coperture e transfert. “
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.
La retorica nasce in Sicilia, nelle colonie greche. È un dato non privo di interesse. Dei Greci conosciamo le virtù, un po' meno i difetti. “Graeca fides”, la affidabilità dei Greci, era una espressione che i Romani non potevano pronunciare senza una inflessione ironica, come “Punica fides”. Assomiglia alla accezione con cui i popoli nordici usano l'aggettivo "italiano" e non stanno parlando del Rinascimento. Il "credito greco" per Plauto (“Asinaria”, 199) era quello che mai si sarebbe potuto riscuotere se non alle calende greche, che appunto non esistevano. Astuzia, menzogna e tradimento erano praticati con una destrezza intensificata dall'orgoglio. Sullo sfondo di questo inquinamento ambientale si colloca l'aneddoto del siracusano Corace, che insegna a Tisia la tecnica del parlare efficace — questo il significato originario della parola "retorica" —, così da persuadere l'ascoltatore. E Tisia, al termine delle lezioni, si rifiuta di pagarlo. La sua argomentazione è questa: se mi hai insegnato bene la retorica, devo convincerti che non ti devo niente. E non ti pago. Se invece non riesco a convincerti, vuol dire che non mi hai insegnato bene la retorica. E non ti pago. In tutti e due i casi non ti pago. La disputa sembrerebbe conclusa, ma l'aneddoto ha un compimento ad anello. Corace replica: se riesci a convincermi che non mi devi niente, vuol dire che ti ho insegnato bene la retorica. E mi paghi. Se non riesci a convincermi, mi paghi. In tutti e due i casi mi paghi. Non sappiamo quando ha termine la disputa. O meglio, sappiamo che non ha termine. Corace e Tisia disputano in eterno, l'uno opponendo all'altro gli stessi argomenti, simmetrici e capovolti. È questo il senso immortale dell'aneddoto, che ci svela aspetti essenziali della retorica. Uno è che l'arte del dire può essere tanto efficace da inibire l'emergere della verità e da imporre un risultato di parità ai due contendenti. Una sorta di terrorismo intellettuale li costringe alla paralisi, come le armi moderne nella strategia del terrore. L'altro è ancora più sinistro. Nessuno vince, ma uno ha ragione e tutti e due lo sanno. È il maestro che ha ragione. La retorica — non essendo la saggezza, ma una tecnica che offre vantaggi a chi la pratica — non può che comportare un compenso per chi la insegna. I sofisti, che la divulgano in Grecia, sono i primi maestri a esigere remunerazioni elevate. Aristotele racconta nella “Retorica” (III, 14) che Prodico di Ceo, quando vedeva il pubblico distratto, gridava: «Eccovi il punto da cinquanta dracme!» e otteneva subito l'attenzione dell'uditorio. Corace quindi dovrebbe ricevere il compenso. Ma, assoggettandosi alle regole della tecnica da lui stesso insegnata, disputa sterilmente in eterno. Un terzo aspetto è infatti la sterilità — etica, intellettuale ed estetica — della retorica, quando da mezzo si trasforma in fine. Questo in politica ci consente di considerarla con indulgenza, come un innocuo esercizio verbale: perché serve a coprire ciò che non lo è.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.
Ricordo la frase di un vecchio amico di famiglia, «Spero di valere più del mio titolo di studio», che mi pareva unire un sobrio orgoglio alla coscienza dei limiti di ogni scuola.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.
Non c'è niente di più preciso, di più breve e di più aperto al futuro che "Non lo so". È ancora più sapiente del "So di non sapere" socratico, che esprime pur sempre una consapevolezza orgogliosa. "Non lo so" è disarmato e pronto ad arrendersi alla verità.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002 .
Confessate al giudice che più temete, voi stessi, di essere stanchi. È un giudice che incarna il volto dei vostri genitori, ma il vostro volto è diverso. Non obbedite loro tutta la vita, fateli scontenti. Disubbidire ai genitori, quando coltivano speranze sbagliate su di voi, è il primo passo verso la maturità. Il secondo è pensare ad altro.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.
«Lie detector», rivelatore di bugie, in Italia è stato tradotto "macchina della verità". Paese morale.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.