C’è un uomo, come tanti, che rischia di essere ammazzato, per una condanna a morte arbitraria, in Iran. Si chiama Ahmadreza Djalali. Qualcuno ne parla, rispetto a tanti altri nella stessa condizione in Iran, perché ha lavorato come ricercatore in Italia.
Io non riesco a prendere sonno. Non è per Ahmad, sono sincero. Qualche pensiero, qualche impegno da portare a termine con cui ci riempiamo la vita. Sicuramente non i pensieri di un uomo, come tanti altri, che sa che tra poco tutto potrebbe essere finito. Progetti, sogni, affetti. Che sarà mai perdere qualche minuto di sonno per buttare giù qualche riga, anche per una persona che non hai mai conosciuto e mai conoscerai, ma per cui i minuti sono contati. Non lo conosco Ahmad, non so se sia buono come potrebbe far intendere il viso che si vede nelle foto che girano su internet, anche se mi permetto di parlarne come fosse un vecchio amico. E chissà quanti come lui, per il mondo, civilizzato e non.
Due sono le considerazioni politiche che mi suscitano questa storia, senza arrivare a parlare di grandi valori, di libertà o pena di morte.
La prima: il silenzio assordante. Delle istituzioni, dei governi. Rimangono solo associazioni e liberi pensatori a poter gridare al vento. Un uomo può girare per l’Europa, può essere riconosciuto e valorizzato per le sue qualità e competenze, può dispensarle al mondo moderno, e poi essere ammazzato senza che neanche una minima protesta giunga per lui. Non vorremmo disturbare.
La seconda: vi sono luoghi, più di altri, in cui tanti diritti, per noi scontati, non valgono, non esistono. Se la triste vicenda di Ahmad vi appare per quella che è, un’ingiustizia, una privazione, una violazione, vi sarà più facile comprendere il perché un essere umano decida di emigrare, a costo di essere umiliato e calpestato nuovamente.
Tutti pensieri ingenui di chi, dal caldo di casa sua, fa fatica a prendere sonno. Ma due parole, per quanto rimangano tali, vale sempre la pena di spenderle, per non abituarci al silenzio.
Come diceva il maestro di Pavana in quella canzone dedicata a chi pure era rinchiusa in una prigione: “che sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte".