Il dramma del dubitatore è più grande di quello del negatore, perché vivere senza scopo è di gran lunga più difficile che vivere per una cattiva causa. Ora, di scopi, lo scettico non ne conosce nessuno: dato che sono tutti ugualmente fragili o inconsistenti, quale scegliere? La negazione, in confronto, è un programma: può occupare, può persino riempire l’esistenza più esigente, senza contare che è bello negare, soprattutto quando ne è vittima Dio: la negazione non è vacuità, è pienezza, una pienezza inquieta e aggressiva. Se si ripone la salvezza nell’atto, negare è salvarsi, è perseguire un disegno, svolgere un ruolo. Si capisce perché lo scettico, quando si pente di essersi spinto su una strada pericolosa, invidia il demonio: il fatto è che, malgrado le riserve che ispira la negazione, niente potrà impedire che essa sia fonte di azione o di certezza: quando si nega, si sa quel che si vuole; quando si dubita, si finisce col non saperlo più.
E. M. Cioran

















