“ Siamo «nell'anno quarto dell'episcopato di Cirillo, decimo del consolato di Onorio, sesto di Teodosio II, nel mese di marzo». Narra Socrate [Scolastico] che quando l'aggressione ha luogo la rabbia dei monaci è accresciuta, ironia della sorte, «dal tempo di digiuno». Monaci e parabalani* si riuniscono sotto il comando di Pietro il Lettore, anche costui un chierico, come il nome rivela, e insieme concepiscono, scrive Socrate, «un piano segreto». Afferma Suida, con Damascio, che «una moltitudine di uomini imbestialiti piombò improvvisamente addosso a Ipazia un giorno che ritornava a casa come suo solito». La figlia di Teone è tratta giù dalla lettiga e trascinata «alla chiesa che prende il nome dal Cesare imperatore» e cioè nel cortile del Cesareo recentemente edificato da Teodosio. Qui, «incuranti della vendetta e dei numi e degli umani questi veri sciagurati massacrarono la filosofa», scrive Damascio, «e mentre ancora respirava un poco le cavarono gli occhi». «La spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi, la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaron, vi appiccarono fuoco», riferisce Socrate. «I pezzi del suo corpo brutalizzato vennero sparsi per tutta la città, e ciò ella patì per ostilità (phthonos) contro la sua straordinaria sapienza, specie astronomica» secondo la fonte pagana, che definisce il linciaggio «macchia enorme e abominio alla loro città». Nell'epitome che Fozio ci procura d'una fonte in gran parte perduta ma di pochi anni successiva ai fatti, la Storia ecclesiastica di Filostorgio, dichiaratamente ariano e perciò ostile al vescovo di Alessandria, si legge: «La donna fu massacrata per mano di quanti professavano la consustanzialità». Ma anche per il costantinopolitano Socrate fu «una non piccola infamia questa compiuta da Cirillo e dalla Chiesa di Alessandria. Poiché assassinii e guerriglie e cose simili sono qualcosa di totalmente estraneo allo spirito cristiano».
È ben diverso il racconto di Giovanni di Nikiu, schierato con Cirillo in modo netto e quasi provocatorio. La narrazione copta mostra di considerare il linciaggio di Ipazia addirittura un'esecuzione legittima, un titolo di vanto per «il popolo dei fedeli» che l'ha compiuta. Pietro non è solo un lettore ma un magistrato e un perfetto servitore di Cristo. L'incontro fra i giustizieri e la vittima predestinata, colpevole «di ipnotizzare i suoi studenti con la magia» e di esercitare la «satanica» scienza degli astri, non è casuale né avviene nella clandestinità dell'agguato, ma in pubblico, là dove Ipazia insegna: emblematicamente è dalla cattedra, non dalla carrozza, che Ipazia viene trascinata via.
Dunque, a parte la breve indicazione di Filostorgio, nelle antiche testimonianze cristiane a noi giunte abbiamo una doppia versione dei fatti: l'una, la Storia ecclesiastica di Socrate, a questi contemporanea, ne fornisce probabilmente la versione ufficiale; l'altra, la cronaca di Giovanni di Nikiu, poco più tarda, rispecchia con evidenza non solo la tesi ma l'ideologia della Chiesa locale egiziana, che dal cirillianesimo si sviluppò in antitesi all'ortodossia costantinopolitana. A conclusione il cronista dichiara, trionfale: «Tutta la popolazione circondò il patriarca Cirillo e lo chiamò nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città dagli ultimi idoli». “
*Corpo di «infermieri-barellieri», setta di chierici in effetti, che costituiva in quel periodo ad Alessandria d’Egitto la milizia privata del vescovo Cirillo, papa della Chiesa Copta poi riconosciuto e venerato come santo anche dalla Chiesa Cattolica e da quelle Ortodosse.
AA. VV., Roma al femminile, a cura di Augusto Fraschetti, Laterza (collana Storia e Società), 1994¹; pp. 221-22.