Mezzi busti pixellati: vaghiamo come satelliti nella galassia
Osho scrive che “la consapevolezza è la chiave che aiuta a vivere in armonia” e può essere utilizzata come strumento per un nuovo equilibrio. L’invito è quello di ri-guardare alle cose con uno sguardo diverso da quello di prima. Per farlo ci occorre questa lente d’ingrandimento tra le mani che è la consapevolezza stessa. Il nostro sguardo si apre così al mondo in modo più aperto e al contempo più profondo di prima, riuscendo a riscoprire la bellezza che caratterizza quei dettagli che ci siamo persi lungo il cammino della frenetica esperienza pre-pandemica. La bellezza delle piccole cose, diventa il piano sul quale concentrare i nostri sforzi per tessere un filo capace di tenere agganciata l’esperienza passata con quella presente. Il tempo e l’identità umana, non possono essere frammentati, ma dobbiamo essere curiosi di scoprire i significati che sottendono alla natura del loro divenire. È in virtù di questa curiosità, che s’impone una riflessione e una metaconoscenza su quanto sta accadendo, affinchè possiamo continuare ad essere attori e non spettatori, soggetti e non oggetti, all’interno di questo cambiamento che in modo così inaspettato e imprevedibile si è presentato. In particolare, ciò che si presta ad essere pensato, mentre scrivo sulla consapevolezza, è quanto, paradossalmente, la ricerca del dettaglio continui ad abitare nella relazione con gli altri. Scambio fotografie, conversazioni e videochiamate e ho il tempo di con-dividere sia l’esperienza sia le scelte strategiche con cui costruire la nuova routine. Mi ispiro alla volontà e allo sforzo con cui anche gli altri cercano di non essere preda degli eventi. Così facendo, riscopro la bellezza nell’abbracciare quel tempo per accingermi ad amalgamare con cura degli ingredienti per preparare una torta in cucina, lasciando agli altri l’interrogativo se sarà buona o meno. Condivido e scambio con loro questo particolare come se fosse l’evento dell’anno. Ebbene sì! Lo faccio perchè quando hai una lente di ingrandimento tra le mani, tutto assume una visione e un significato più ampio e probabilmente più autentico. Assaggio quella torta e mi accorgo che potevo prepararla meglio, correggendo le dosi degli ingredienti che la compongono. Così la mia scelta è quella di utilizzare il tempo per curare le piccole cose
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Sono davanti all’edicola, in fila insieme ad altre tre persone: ognuno di noi con la sua mascherina e i suoi guanti, tutti a distanza di almeno un metro l’uno dall’altro, ci scambiamo sguardi e piccoli sorrisi, consapevoli di vivere una straniante condizione comune.
Mi trovo a pensare come questa fosse una scena a me estranea fino a tre mesi fa, prima dell’arrivo di una pandemia globale, che ha reso le nostre vite nuove.
Sì… nuove, non mi piace dire che le ha stravolte, perché vorrebbe dire essere spettatori di quello che accade, vivere passivamente gli eventi.
Essere consapevoli vuol dire essere a conoscenza di ciò che viene percepito, ed anche se la conoscenza non potrà mai essere globale e solo singolare nell’accezione di non totalità, averne comunque un buon quadro permette di controllare o prevedere meglio gli eventi.
La coscienza di ciò che ci sta accadendo, lo sguardo lucido, l’utilizzo preciso delle parole, sono gli strumenti che ci possono salvare dall’essere trascinati dalla corrente verso lidi perduti.
In un cambio di scenario così repentino, imprevisto, inaspettato, ognuno di noi ha trovato dentro di sé le sue forze per poter rimanere integri, per non essere scissi e infranti dal cambio di tutto ciò che fino al giorno prima era conosciuto e dato per assodato.
Nel mio piccolo, la prima ancora di stabilità mi è arrivata dall’individuare lessicalmente, in modo quasi “chirurgico”, la parola per dare sostanza a ciò che stavo vivendo… non era paura, non era stravolgimento, non era cambiamento… era angoscia.
Termine che ha un senso negativo nel comune sentire. Io la trovo, invece, paradossalmente rassicurante. Se si ha il coraggio di dire a se stessi che ci si sente completamente persi, perché non si hanno più riferimenti e non si hanno esperienze pregresse per capire, si prova una grande incertezza; ma ironicamente, come solo la vita sa essere, hai la certezza di non averne nessuna ed è già un ottimo punto di partenza.
Da quella base che è tanto concreta quanto inesistente puoi ricostruire il tuo agire del domani, puoi identificare te stesso in modo più veritiero ed assoluto, la creazione si genera solo dalla distruzione, quando noi compiamo un atto creativo lo facciamo in modo imprescindibile da un precedente atto distruttivo.
Ed è su queste consapevolezze, l’angoscia affrontata con il coraggio di guardarla in faccia e la capacità creativa, che questa imprevista nuova condizione di vita ci dà la straordinaria possibilità di ricostruire noi stessi, le nostre relazioni, il nostro agire, le nostre giornate fatte di amici, famiglia e relazioni.
La nostra consapevolezza non può essere arrogantemente singolare, pensando di aver compreso tutto, ma può essere plurale, una pluralità di piccole consapevolezze che messe insieme ci danno le navi per costruire la flotta con cui navigare nello sconosciuto oceano del domani.
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Sarebbe interessante indagare come l’uomo riesca ad adattarsi non solo a contesti nuovi, ma a contesti inaspettatamente nuovi. Immersi in un tempo sconosciuto, tutto da rinnovare e da ri-costruire, a partire dalle coordinate che scandivano le nostre giornate. Tolta la sveglia, tolto l’appuntamento di lavoro fisso, tolte le passeggiate domenicali, tolte le relazioni fisiche. Un uomo denudato da tutte le sue certezze. Da qualcosa bisognava pur partire, abbiamo la necessità impellente di avere un appiglio che ci sorregga mentre tutto intorno sta cambiando. L’unica cosa che ci accomuna tra il mondo pre-pandemico e il mondo post pandemico è la rete internet. Con i tutti i suoi strumenti, nei quali si sostanzia. Cellulari, tablet, computer. Ecco quello che ci è rimasto, ed ecco da che cosa è stato necessario ripartire. Tutto del nostro vivere deve/dovrà essere mediato da un dispositivo elettronico a casa, di sicurezza fuori di casa. È una svolta epocale, il cui punto focale sarà capire quali strascichi relazionali ci porteremo nel prossimo futuro. Per interloquire con l’altro occorre una mediazione, una barriera, fisica e ben tangibile. E le relazioni sono immerse in un tempo espanso, poco definito e difficilmente definibile. Ma non tutto ha risvolti negativi, o, per lo meno, dobbiamo essere capaci di ritrovare una bellezza formale e sostanziale nei nostri percorsi di vita. Ripensarci partendo dalla consapevolezza della nuova cornice che ci definisce, che è quella di un quadro di Dalì, che cambia forma repentinamente correndo il rischio di crepare anche il dipinto. Se non abbiamo potere sulla cornice, abbiamo il dovere di trasformare il materiale usato per dare sostanza al quadro, un materiale morbido, che non produce spaccature, ma si allinea in maniera naturale ai cambiamenti. Il tempo di vita quotidiana scandito rigidamente, dovrà quindi diventare non un tempo flessibile ma oserei dire flessibilmente rigido; il pregiudizio insito nelle sovrastrutture cognitive di ogni uomo, dovrà mutare i propri riferimenti pregiudiziali, in un mondo che ha aumentato relazioni orizzontali, se non in qualche modo, capovolto le competenze che ci attribuivamo e pre-attribuivamo all’altro; dovremo necessariamente fare ricorso alle nostre migliori doti empatiche, perché dietro al tuo schermo siede una persona, che è però una persona diversa da quella che conoscevamo fisicamente; dovrà necessariamente cambiare il nostro modo di interpretare la realtà.
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Lo spazio delle idee coincide con quello del lavoro, dello svago, dell’intimità.
In questo quadro confusionario abbiamo dimenticato i nostri riferimenti spazio-temporali ed essi sono diventati fluidi, non più facilmente definibili.
In un attimo noi esseri umani siamo tutti uguali: mezzi busti pixellati vaghiamo come satelliti nella galassia sconfinata della rete Internet, sotto forma di immagini -formato fototessera- arriviamo in ogni angolo del mondo.
In questa realtà virtuale parallela all'isolamento del corpo, i ruoli cambiano e le gerarchie si appiattiscono: bambini che insegnano agli adulti, adulti polifunzionali che si ritrovano a governare i punti di riferimento, dirigenti che esprimono le medesime incertezze dei loro dipendenti. La situazione di immobilità che ci circonda attiva la nostra adattabilità, in certi casi anche assumendo un adeguato riconoscimento.
Gli unici strumenti per stare in relazione sono i cosiddetti “beni di prima necessità”, pochi e molto simili per tutti: oltre al cibo, s’ intende un telefono, un pacchetto abbondante di giga a disposizione, e se possibile un computer. Tutti interagiamo senza sosta con questi mezzi tentando di prenderci confidenza, perché solo pochi sanno realmente utilizzarli con agilità.
Su tutti i fronti ci è stata richiesta un’estrema dose di autonomia personale, ma noi siamo stati in grado di trasformarci e creare nuove alleanze. L’individualità si organizza, si rimette insieme e fonda forme evolute di comunicazione.
La relazione è combattiva, si riconferma modulare e flessibile, sa rigenerarsi e costruire nuovi contesti e nuove modalità. E’ possibile sempre, anche quando tutto ciò che abbiamo intorno di conosciuto si trasforma, si estrania e si annulla.
Questo strano viaggio sul posto che stiamo facendo ci rinnova. Il livello di competenza, ovvero saper attivare determinate risorse per pianificare le nostre azioni, è un prerequisito dell’autonomia e della maturità delle nostre strutture e delle nostre stesse funzioni corporee, emozionali e cognitive. Questo significa avere la consapevolezza di sé e del proprio agito nello spazio e nel tempo, qualunque esso sia.
Ecco come abbiamo potuto vivere e affrontare questo imprevisto.
Ecco come è possibile ripartire per andare avanti.














