Max Verstappen talking to German media ahead of the 2025 British GP
My goal still is to stay with the same team
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Max Verstappen talking to German media ahead of the 2025 British GP
My goal still is to stay with the same team
Immaginate una pista che non è solo asfalto, ma un nastro di ricordi che si srotola sotto le gomme, con curve che mordono come rimpianti e rettilinei che sfrecciano via come sogni rubati al tempo. È così che ho iniziato a seguire la Formula 1, decenni fa, in quei pomeriggi degli anni Ottanta dove gli amici si stringevano intorno a un televisore sgranato, e l'odore di benzina immaginaria, o forse era solo il fumo delle sigarette, ci accendeva dentro qualcosa di selvaggio.
Non era solo sport, era un rituale: motori che ruggivano come cuori in subbuglio, non solo bolidi da F1, ma anche le MotoGP che ti facevano sentire il vento in faccia, o i Rally che ti sporcavano di fango le mani. Io, che venivo dal calcio, da quel pallone che rotola piano e ti inganna con le sue finzioni, mi sono lasciato ingoiare piano piano da questo mondo. È come se la vita, con le sue accelerazioni improvvise e i suoi pit-stop forzati, trovasse lì il suo specchio perfetto: un giro dopo l'altro, dove ogni errore ti costa un secondo, e ogni vittoria è un'eco di chi eri prima di partire.
E poi arrivò la scintilla, quella che non si spegne più, come un motore grippato che tossisce ma non molla. Era il 1991, Interlagos, il GP del Brasile. Ayrton Senna, quel brasiliano con gli occhi di un profeta tormentato, occhi feroci da bambino, come li ha descritti qualcuno in un libro che sembra un sussurro dal passato, combatteva su un bolide inceppato alla sesta marcia, il corpo un fascio di dolore, la macchina un tradimento. Eppure vince, la prima volta nella sua terra, e alla fine crolla: lacrime che non sono solo sale, ma l'urlo represso di una nazione intera, di un uomo che corre non per i titoli, ma per riscattare l'anima. Quelle lacrime mi aprirono gli occhi. Non era più un gioco, era passione pura, quel tipo di emozione che ti fa capire come la vita sia una qualifica eterna, dove parti dal box con i tuoi demoni e arrivi al traguardo pregando che il carburante basti. Libri come "Suite 200", che rivivono l'ultima notte di Ayrton in una stanza d'albergo a Imola, piena di ombre e confessioni, mi hanno insegnato questo: i piloti non sono eroi di latta, sono noi, con le nostre marce inceppate e i nostri rettilinei di grazia.
Sono passati gli anni, e la F1 ha cambiato pelle, come un romanzo che si allunga in capitoli troppo freddi. Le vittorie di Schumacher con la Ferrari erano fuochi d'artificio, belle da vedere, ma distanti, come applausi da un palco lontano, numeri su un tabellone, non storie che ti stringono la gola. Alonso, con quella tempra latina che sa di polvere e rivincita, ha portato un po' di calore, un lampo di umanità in mezzo ai diagrammi aerodinamici. Ma poi sono arrivati Raikkonen con il suo gelo da lupo solitario, Vettel e i suoi calcoli precisi come equazioni, Hamilton con la sua armatura di record, Verstappen con la fame di un predatore digitale. Hanno reso la Formula 1 un'arena di algoritmi, dove i tempi di percorrenza sono più importanti delle storie che ci portiamo dietro, e lo sport si è fatto artificiale, un bolide senza benzina nel cuore.
Finché ieri, a Abu Dhabi, un ragazzo da Bristol ha ricordato a tutti che sotto il casco c'è ancora carne e sangue. Lando Norris, con un terzo posto che sa di sudore e di notti insonni, si laurea campione del mondo, e scoppia in lacrime sul podio, non per i trofei, ma per il peso di quel viaggio, per le curve sbagliate che la vita ti fa sbagliare prima di arrivare dritti. È come se avesse letto quelle pagine di "Formula 1: Storie di piccoli e grandi eroi", dove Mario Donnini raccoglie confessioni di piloti che non hanno mai vinto il titolo, ma hanno corso con il cuore in mano, insegnandoci che l'eroismo non è il primo posto, è resistere al prossimo giro. Quelle lacrime di Lando non erano solo gioia, erano il riconoscimento che la pista è un intreccio di vita: acceleri per inseguire un padre che non approva, freni per un amore che ti sfugge, e superi per chi ti ha visto cadere mille volte.
Ma non è finita lì, no, la vita ama i colpi di scena, come un copione che si riscrive all'ultimo atto. Negli studi di Sky, dopo la bandiera a scacchi, si è consumato un momento che mi ha preso alla sprovvista, come un safety car che entra quando meno te lo aspetti. Davide Camicioli, con la voce che trema come un motore al minimo, saluta Carlo Vanzini scoppiando in un pianto che non si finge. Due voci del circus televisivo, due anime che hanno narrato curve e sorpassi per anni, lasciando da parte microfoni e grafici per dirsi addio, o forse arrivederci, con una sincerità che brucia. Carlo affronterà un cancro nei prossimi mesi, una battaglia che non si corre in pista ma dentro, dove non ci sono ali per volare via dal dolore. Davide gli augura, con il cuore in mano, di rivederlo al prossimo Gran Premio, a condurre come se niente fosse, come se la chemio fosse solo un pit-stop lungo.
E io, che ho visto amici, familiari lottare contro mostri simili (alcuni ancora in trincea, mentre altre battaglie stanno per cominciare personalmente), altri che hanno mollato il volante troppo presto, e chi ha vinto sa raccontare il terrore di quel giro buio, mi sono trovato a pensare: ecco, questo è il vero sorpasso. Non quello in curva, ma quello sulla paura.
Perché le lacrime, che siano di gioia sul podio o di addio in uno studio semivuoto, sono il carburante che rende umana questa macchina infernale. La Formula 1, con i suoi computer e le sue regole piegate come ali spezzate, aveva dimenticato che siamo fatti di questo: di pianti che lavano via l'asfalto, di storie che si intrecciano come cordoli consumati. E mentre guardavo Camicioli asciugarsi gli occhi, ho rivisto Senna a Interlagos, e Norris ieri, e tutti quei piloti di libri dimenticati che correvano per un "perché" più grande dei punti. La vita non è una gara a eliminazione, è un campionato dove conti i giri non per vincere, ma per arrivare intero.
E quando Carlo tornerà, come spero con un nodo in gola, sapremo che ha fatto il giro più bello: quello che ti riporta al via, con un sorriso storto e il motore ancora caldo. In quel momento, amico mio che leggi, alza un bicchiere immaginario alla prossima partenza perché la pista ci aspetta, e noi, con le nostre lacrime, la renderemo eterna.
La Formula 1, ieri, è tornata umana, teniamocela stretta così.
I'm so done with all these hate towards Daniel. Jacques Villeneuve has always to complain about drivers, never hear him say something positive. And then you have Crofty fat shaming Daniel about being a heavy driver and it is better to put Liam in for that. Remember 2022?
I don't understand why they can say all these things. Daniel had an eating disorder in 2022 and now we are starting this shit again. Weight should be no reason to put Liam in. And there should be no room in here for body shaming. Ugh I hate @SkySportsF1
Tiktok of Crofty body shaming Daniel Ricciardo:
Thank you Mekkies for giving a good awnser and not continue to Shaming Daniel ❤️ Not everyone is so little and light like Yuki. Everyone has a diffrent body and needs more of things when they are higher.
Eric's prematch interview ahead of the game against Everton (16.04.21)
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Last game of the journey :-( Wolves - Manchester United... third new stadium discovered this season ;-) #iltifosogiramondo #premierleague #wolverhamptonwanderers #wolves #manchesterunited #manutd #wolmun #skysport #skysport24 #skysports (presso Wolverhampton Wanderers FC) https://www.instagram.com/p/B1Wu4wzioeMNlpYM4n0apyeEt3fUMN6l4Y1kEM0/?igshid=16uurc1adghfi
Channel 24. Good time. ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ ➖ #nadiamori #sexy #nice #skysport #burlesquedancer #burlesqueshow #burlesqueperformer #burlesqueartist #spot #model #sky #atleta #cabaret #funny (presso Sex) https://www.instagram.com/p/Bv2lHJ0Ah-E/?igshid=rpdusnw2izko