Non smettiamo mai di giocare. Iniziamo con le giostrine, le costruzioni, le bambole, i peluche, i soldatini, le matite colorate, i carillon, le macchinine, le palline, la sabbia, gli aquiloni, le altalene, gli scivoli. I giochi di gruppo, il pallone, il tennis, le gare di corsa, nascondino, i castelli di sabbia, i videogiochi. Poi i casinò, i giochi di azzardo, la tombola, le scommesse, i giochi di società. A chi arriva primo, a chi mangia più costolette, a chi centra la boccia dei pesciolini rossi con la pallina. Immaginiamo, inventiamo, scherziamo. Giochiamo a carte, ai cruciverba, a sudoku, ai quiz, alla corsa dei sacchi. A chi fa i tuffi più spericolati, a chi indovina più canzoni, a chi mangia più salsicce. Giochiamo tanto e giochiamo sempre. Ed è bellissimo che sia così.
Tra i giochi, un tempo, ce n’era uno terribile. Un gioco che solo poche persone amavano e del quale loro decidevano le regole. E poi obbligavano tutti a giocarlo. Un gioco crudele inutile. Era un gioco in cui nessuno vinceva e milioni di persone perdevano. Un gioco dove non si rideva mai e si moriva per davvero. Ma per fortuna ormai non lo ricorda più nessuno e nessuno ci chiede più di giocarlo. Per fortuna…
Domani si va di lotto e superenalotto, e a guardare il Milan che gioca a Torino. Chissà come andrà. Scommettiamo? VB
(Immagine di Thomas Bossard)











