Sono sempre stata una donna forte.
Almeno così dicevano tutti.
Indipendente.
Determinata.
Capace di affrontare qualsiasi problema.
Nessuno sapeva però quanto mi sentissi intrappolata.
Avevo venticinque anni e vivevo ancora nella grande villa della mia famiglia.
Una famiglia rispettabile.
Influente.
Perfetta all’apparenza.
Ma dietro le porte chiuse esistevano soltanto controllo, giudizi…
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RACCONTI ROSA RACCONTI AL FEMMINILE
UGO FOSCOLO E IL SUO MODERNO SGUARDO SULLE DONNE
di Laura Candiani
Può stupire il fatto che nel 2023 si parli di Ugo Foscolo come di un proto-femminista e che si scopra dopo quasi due secoli un articolo praticamente sconosciuto in cui riflette sulla condizione della donna e si ispira a figure femminili esemplari. Eppure è proprio così. Durante il convegno rivolto agli istituti superiori Donne tra passato e presente. Un viaggio dalla letteratura foscoliana fino alla toponomastica femminile e alla psicologia moderna, tenutosi a Pistoia presso il Piccolo Teatro Bolognini il 31 marzo scorso nell’ambito delle manifestazioni correlate alla Giornata internazionale della donna, il prof. Andrea Pellegrini è intervenuto illustrando il testo di Foscolo, dal titolo Le donne italiane. In attesa di parlare di Toponomastica femminile, ho ascoltato con interesse e ho appreso qualcosa che ignoravo, nonostante i miei studi e i tanti anni di insegnamento di Materie letterarie, ennesima dimostrazione che non si finisce mai di imparare e che ogni occasione è buona per avere nuove sollecitazioni e fare scoperte.
Che il sommo letterato abbia vissuto in Gran Bretagna dal 1816 fino alla morte prematura avvenuta a Londra il 16 settembre 1827 si sa bene, e si sa inoltre che in quel travagliato periodo di salute malferma dà lezioni private, collabora a riviste, scrive saggi su Dante e Boccaccio, procede all’edizione definitiva dell’Ortis, porta avanti Le Grazie e completa la Lettera apologetica. È in gravi difficoltà economiche e finisce persino in carcere per debiti, ma nonostante ciò ha una gran voglia di fare ed evidentemente è anche curioso, attento, aggiornato non solo sugli eventi a lui tanto cari della situazione politica italiana, ma pure sui personaggi più brillanti del suo tempo. Così appare sul London Magazine del 1°ottobre 1826, un anno prima della morte, il pamphlet The Women of Italy, che al tempo stesso è un vero e proprio saggio storico-politico di grande lucidità, incentrato sulla anacronistica condizione in cui versano le donne italiane, costrette a matrimoni combinati con uomini che soddisfano le esigenze dei padri, non le loro, obbligate all’ignoranza, soggette a una famiglia, quella di nascita prima, quella del marito dopo, in attesa di un cognome che dia loro un minimo spazio di libertà e la rispettabilità, anche se poi non manca l’usanza deplorevole dei cicisbei o “cavalier serventi”. Non c’è da meravigliarsi che, appena possibile, sfuggendo alla sorveglianza assidua e ai mariti vecchi e sgraditi, le giovani spose cerchino alternative altrove, fra le braccia di uomini prestanti di cui sono davvero innamorate, senza badare alla dote e alle convenienze sociali. Foscolo parla ovviamente delle donne borghesi o di alto ceto, perché tutto sommato le popolane vivevano esistenze senz’altro faticose e difficili, fra lavori domestici e prole numerosa, ma avevano maggiore indipendenza nel muoversi in città come in campagna, nel fare la spesa, nell’incontrarsi con altre donne al mercato o al lavatoio; insomma la povertà rendeva paradossalmente più libere. Lo scrittore trae una conclusione amara, ma veritiera: quanta ipocrisia! E una società basata sulla bugia, sull’inganno, sulle apparenze, in cui le aspirazioni femminili non contano, i sentimenti sono soffocati, le speranze deluse e le donne sono costrette a “rubare” la propria istruzione di nascosto, non può che essere condannata alla decadenza.
Tornando alla recente edizione italiana, che comprende anche l’originale inglese tradotto da Silvia Franzoni, va detto che in appendice presenta un breve saggio del curatore Pellegrini, dal titolo allusivo: «Vi ha ingannato, madama, chi mi ha dipinto come un libertino», che riprende parole dello stesso Foscolo e che ripercorre la carriera amorosa di un uomo che le donne le conobbe bene, fino da giovanissimo; non era particolarmente bello, era rosso di capelli, con gli occhi scintillanti e la fronte alta, vestiva in modo trascurato ma appariva seducente, vivace ed espressivo, aveva una gran parlantina e fu amante appassionato. La sfilza delle sue conquiste è lunga: da Isabella Teotochi Albrizzi (di cui divenne amante a soli 16 anni) ad Antonietta Fagnani Arese, da Sophia Hamilton (che gli diede la figlia Mary, da lui chiamata Floriana) a Quirina Mocenni, da Teresa Pikler, affascinante attrice moglie del poeta Vincenzo Monti, a Isabella Roncioni. E si potrebbe continuare, quasi come il catalogo di don Giovanni cantato da Leporello.
Questo breve testo ha un altro aspetto di notevole interesse che non può non appassionare noi toponomaste, sempre alla ricerca di donne esemplari da conoscere e valorizzare. Foscolo infatti fa concreti esempi di figure eccezionali del suo tempo o appena precedenti che rappresentano dei modelli di vita, di cultura, di affermazione personale e che è bello scoprire. Probabilmente non le conobbe di persona, ma notizie precise gli devono essere pervenute sia da amicizie e confidenze sia dalla fama che le circondava. Due di loro sono piuttosto note ancora oggi, mi riferisco soprattutto alla bolognese Laura Bassi (1711-1778), celebrata fisica sperimentale, maestra di Spallanzani, fra le prime laureate e insegnanti universitarie al mondo, a cui sono state intitolate scuole, strade, un asteroide, un cratere su Venere e in anni recenti persino la prima nave rompighiaccio italiana. L’altra è Maria Maddalena Morelli, letterata pistoiese che arrivò agli onori della corte di Vienna, detta in Arcadia Corilla Olimpica (1727-1800), a cui una via è stata dedicata in città. A Roma fu incoronata Poeta laureata e le fu conferito l’ambìto titolo di Nobile romana; fu lei a ispirare a Madame de Staël il suo romanzo Corinne o l’Italie.
Mi vorrei dunque soffermare su altre tre, iniziando da un personaggio incredibile: Clotilde Tambroni, bolognese, nata nel 1758 e morta nel 1817. Il prof. Pellegrini ha spiegato che questa bambina geniale e di famiglia modesta non poteva studiare, ma ascoltava nascosta in un angolino le lezioni private del celebre prof. Emanuele Aponte che era a pigione in casa sua. La piccola aveva una capacità di apprendimento fuori del comune, tanto che, quando fu intorno ai 15 anni, l’ospite si rese conto che aveva imparato il greco antico come fosse la lingua madre, lo parlava addirittura, così si prestò a insegnarle personalmente anche il latino. Dopo essere entrata in Arcadia con lo pseudonimo Doriclea Sicionia, Clotilde, con una audacia impensabile per il suo tempo, si presentò all’esame pubblico all’Archiginnasio, divenendo nel 1793 la prima donna docente nella prima cattedra di Eloquenza greca di Bologna, senza avere una laurea, visto che le era stata preclusa la frequenza universitaria. Sapeva pure padroneggiare le lingue moderne: spagnolo, francese, inglese. Con l’arrivo del dominio napoleonico, Clotilde perse il lavoro perché rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica cisalpina; si ritirò in Spagna, entrando nella Real Academia Española, ma nel 1799 per decreto di Napoleone poté ritornare in patria e riprendere l’insegnamento fino al 1808, quando la cattedra di Lingua e letteratura greca fu abolita. Di lei ci rimangono lettere e componimenti vari in italiano e in greco, come l’Elegia in onore di Giambattista Bodoni, celebre tipografo. Il suo imponente sepolcro si trova nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna. Nella regione d’origine viene ricordata da alcune intitolazioni di scuole e da tre strade: una nella sua città, le altre a Rimini e a Parma.
L’illustre ginecologa Maria Dalle Donne (1778-1842) vanta altrettanti primati, fu infatti fra le primissime laureate in Medicina e la seconda donna, dopo Laura Bassi, ammessa al prestigioso ordine dei Benedettini Accademici Pensionati; fu pure la prima docente nella scuola ostetrica di Bologna. Figlia di modesti braccianti, le fu risparmiata la fatica del lavoro manuale a causa di una lieve malformazione a una spalla; fu dunque affidata a uno zio sacerdote che la avviò agli studi e poi la presentò a un medico, Luigi Rodati, che ne comprese le doti eccezionali: a 11 anni già parlava e scriveva in latino. Cominciò così la sua formazione sia in campo umanistico sia in campo medico; non solo divenne una apprezzata poeta, ma pure suonava l’organo quando si trasferì nel capoluogo ed ebbe un nuovo maestro, Sebastiano Canterzani, che la formò in àmbito filosofico, fisico, matematico. Il 19 dicembre 1799, a soli 21 anni, Maria si presentò all’Archiginnasio (accompagnata da Clotilde Tambroni) e discusse pubblicamente con gli accademici con tale disinvoltura da ottenere il dottorato in Filosofia e Medicina e poter esercitare la professione medica. In breve ottenne pure l’abilitazione all’insegnamento grazie a dottissime dissertazioni in latino e infatti insegnò per quasi un quarantennio nella scuola di formazione di levatrici e ostetriche, professioni che da allora ricevettero una idonea istruzione per assistere al meglio le partorienti e le donne in generale. A Maria sono state intitolate alcune scuole e due sculture la raffigurano, nel palazzo comunale del paese natale, Loiano, mentre una lapide indica la sua tomba nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna.
Da Bologna, sede della prima università del mondo e dagli esempi appena fatti più aperta verso le donne rispetto ad altre, con Maria Angela Ardinghelli (1728-1825) ci spostiamo a Napoli, dove la versatile studiosa nacque, si formò, visse una lunghissima esistenza e morì. In un’epoca in cui le donne erano relegate in casa e senza cultura, Maria Angela ricevette una ampia e varia formazione grazie alla premura dei genitori: Caterina e Niccolò, un nobile decaduto di origini toscane. Studiò filosofia, retorica, geometria, calcolo infinitesimale, matematica, fisica, latino di cui si impadronì con grande disinvoltura tanto che giovanissima già componeva in prosa e in poesia. Fece parte di un circolo intellettuale che si occupava in maniera innovativa di esperimenti di fisica e di elettricità e che disponeva pure di laboratori e di una biblioteca, intitolata al fondatore, principe di Tarsia, e aperta al pubblico. D’altra parte siamo nella piena fioritura dell’Illuminismo partenopeo che vide emergere personalità come Galiani, Filangeri, Genovesi, ispirati da Mario Pagano e coinvolti direttamente nel rinnovamento sociale e politico. Maria Angela, i cui interessi spaziavano in ogni campo del sapere, aveva padronanza anche delle lingue moderne, francese e inglese, fu così che si dedicò tutta la vita a traduzioni specie in ambito botanico e chimico. Intrattenne numerosi rapporti epistolari con matematici, cosmologi, scienziati illustri come Buffon, Clairaut e l’abate Nollet, che le dedicò la prima delle sue Lettere sull’elettricità e a sua volta tradusse in francese lettere di argomento naturalistico ricevute dall’amica. Della studiosa rimangono due preziose pubblicazioni relative a traduzioni dall’inglese di opere del celebre chimico e fisiologo Stephen Hales che si occupò fra l’altro di esperienze idrauliche, statica degli animali viventi e analisi dell’aria intorno alla metà del secolo XVIII. Non ci resta che ringraziare lo studioso Andrea Pellegrini, docente di Materie letterarie e già autore di Piccole indecenze, romanzo sugli amori giovanili di Ugo Foscolo, per averci offerto l’opportunità di conoscere Le donne italiane, saggio di grande modernità che allarga il nostro sguardo sull’attività letteraria dello scrittore e ce ne fa scoprire aspetti inediti.
A Napoli le donne sono state da sempre delle grandi protagoniste della storia e spesso la gioia, i dolori ed i furori della città hanno trovato espressione in personaggi femminili, dalla forza impulsiva, dalla irruenza generosa, dallo slancio materno, una storia fatta di donne che vivono al di fuori del tempo, custodendo dentro di sé il mistero della vita e della morte, tutto ciò avviene da tempo
immemorabile fino ai nostri giorni. All’ombra del Vesuvio si sono espressi nei secoli degli archetipi ideali della città femmina dal ventre materno. La Napoli generosa e tenace è stata rappresentata da Filumena Marturano, quella terribile e materna dalla Medea di Porta Medina, l'eroica da Marianna De Crescenzo, detta la "Sangiovannara", la quale combatté a fianco dei garibaldini durante il crepuscolo borbonico, fino a giungere ai giorni nostri con le Madri coraggio dei quartieri spagnoli, emule di Don Chisciotte, che combattono la loro difficile battaglia contro la droga e le signore della camorra, che riproducono una sorta di primato simbolico della donna nella cultura napoletana.
Tutte queste figure di donne sono tra loro molto diverse, alcune parto della fantasia di qualche scrittore, ispiratosi a personaggi realmente vissuti, altre sono donne in carne ed ossa, sangue e muscoli, personalità vulcanica e furia indomabile.
Napoli è stata sempre definita una città femmina per il suo adagiarsi placida come una sirena sul mare e per la delicata sensualità del suo clima, dei suoi odori e dei suoi colori. La storia cittadina ha visto, sin dalle primitive leggende legate alla sua fondazione, un susseguirsi di figure femminili assurte al ruolo di protagoniste: dalla mitica Partenope, a tante regine e sante protettrici, aristocratiche e popolane, intellettuali, eroine, donne di spettacolo, non tutte nate a Napoli, ma che hanno fatto della città la loro patria di elezione, lasciandovi un segno tangibile con le espressioni del loro ingegno e della loro creatività.
Tra le figure femminili più antiche vanno ricordate le Matres matute, i cui ex voto fittili, sono conservati nel museo di Capua. Esse rappresentano uno dei culti matriarcali più antichi dell’area mediterranea. Altre figure femminili avvolte nella mitologia sono le sibille, dette anche pitonesse, vergini sacerdotesse di Apollo, adibite agli oracoli, alcuni dei quali, tra i più famosi, erano localizzati nei dintorni di Napoli come la Sibilla Cumana, che fungeva da tramite tra i vivi ed i morti.
Anche le sacerdotesse nella Napoli greca avevano un ruolo rilevante, a differenza che a Roma ed alcuni culti come quello di Demetra Cerere furono importati nella capitale del mondo proprio dalla Campania.
Da queste antiche figure derivano delle figure classiche della tradizione popolare napoletana dalla Bella ‘Mbriana, un’entità femminile invisibile, ma immaginata come una donna bella e capricciosa, che se ben accolta protegge la casa ed i suoi abitanti, alla fattucchiera, detentrice di un arcano sapere e di misteriosi poteri, fino alla janara, che prende il nome dall’antica dianara, sacerdotessa di Diana, connotata di simboli funesti e da riti infernali.
Altre figure come le tre sorelle: Donnalbina, Donna Romita e Donna Regina, innamorate dello stesso uomo e fondatrici di tre famosi conventi, create dalla fertile fantasia di Matilde Serao in una sua leggenda ambientata nella Napoli trecentesca di Roberto d’Angio, sono divenute presso il popolino, dopo averne ascoltato tante volte la storia, personaggi reali.
Vi sono poi le numerose sante napoletane, molte elevate al rango di patrone della città al fianco di San Gennaro e di tanti celebri colleghi maschi. Da S. Restituta a S. Patrizia, da S. Candida a S. Maria Francesca delle Cinque Piaghe, l’ultima in ordine di tempo ad essere salita alla gloria degli altari.
Vi sono poi le grandi benefattrici come Maria Longo, fondatrice dell’ospedale degli Incurabili o Orsola Benincasa, una figura di spicco nel panorama religioso cittadino della Controriforma, alla quale è intitolata una delle università napoletane.
Lungo è l’elenco di grandi regine, alcune pie, altre passionali, quasi tutte sfortunate. Tra queste spiccano Giovanna I e Giovanna II, angioine, Lucrezia, regina ma senza corona, di cui si invaghì Alfonso il Magnanimo, e poi le spose dei re aragonesi, per concludere con una famosa viceregina: Donn’Anna Carafa, innamorata di Posillipo e divoratrice insaziabile di uomini.
Pugnaci e volitive furono poi le sovrane borboniche, da Maria Amalia a Maria Caterina, la più dispotica del reame, fino a Maria Sofia, l’ultima regina di Napoli, che con grande dignità rimase al fianco del marito, mentre si consumava la tragedia finale di casa Borbone.
Vi è poi un lungo capitolo che include donne diverse da Berardina d’Amalfi, compagna di Masaniello ad Emma Hamilton, l’avventuriera che tenne in mano le sorti del regno, grazie alle sue grazie ammaliatrici.
Di grande rilievo fu il ruolo che ebbero le donne nel 1799, ricordiamo la volitiva Eleonora Pimentel Fonseca, alla quale hanno dedicato pagine memorabili i suoi contemporanei ed in seguito Benedetto Croce, Striano, che ne ha fatto la protagonista del suo romano storico Il resto di niente e Dacia Maraini con il suo testo teatrale Donna Lionora giacubina, nel quale si ricorda la scena dell’impiccagione, quando la folla sghignazzante poté sbirciare sotto la sua gonna e Luigia Sanfelice, eroina per caso, che fu anche lei giustiziata in maniera atroce, in un lago di sangue e con il boia che le troncò la testa con un coltello.
Infinito è poi il capitolo delle donne di ingegno, che hanno lasciato una traccia tangibile nella storia del pensiero e dell’arte, dalle pittrici: Artemisia Gentileschi ed Angelica Kauffmann, nate altrove ma pienamente napoletanizzate, alle indigene, figlie d’arte, Elena Recco e Dianella De Rosa, più conosciuta come Annella di Massimo, per il fantasioso racconto del De Dominici, che la identificava come amante dello Stanzione, fino al nutrito drappello delle scrittrici, quali Matilde Serao e Anna Maria Ortese o delle vedette dello spettacolo, come Elvira Donnarumma, una leggenda del palcoscenico, Gilda Mignonette, la cantante degli emigranti, che faceva impazzire la folla di New York con l’indimenticabile ‘A Cartulina ‘e Napule, Titina De Filippo, l’indimenticabile interprete di tante commedie o Sophia Loren, archetipo della bellezza napoletana nel mondo ed ambasciatrice delle forme procaci e generose.
E vogliamo concludere parlando di un aspetto poco edificante, ma di pregnante attualità: il ruolo occupato dalla donna nella criminalità organizzata.
La “famiglia” malavitosa è tanto più potente quanto più alto è il capitale di violenza posseduto e nel gruppo la posizione occupata dalle donne non è di secondo piano, come avviene nelle strutture mafiose. Basterebbe ricordare i nomi di Pupetta Maresca e di Rosetta Cutolo per convincersene. La donne napoletane sono state oramai contaminate dalla modernità ed hanno dato un impulso decisivo alla dinamicità delle strutture familiari. Divorziano, hanno amanti, mettono gli uomini l’uno contro l’altro, prendono in mano le redini degli affari, quando i maschi sono costretti ad essere assenti dalla scena, perche carcerati o latitanti, o addirittura perché passati a miglior vita.
In questa galleria ideale di soggetti femminili Pupetta Maresca occupa una postazione particolare, come una sorta di spartiacque tra principi, valori e comportamenti femminili tradizionali e gli stessi ruoli visti in un'ottica più moderna, illuminati da un femminismo antifemminista. Pupetta è bella, giovane, coraggiosa e fedele alle tradizioni, che nella cultura meridionale vogliono la donna depositaria della vendetta, una implacabile vestale custode della famiglia, di cui tiene perennemente acceso il fuoco, anche, se necessario, col fuoco delle armi.
Pupetta interpreta però in senso moderno il codice della vendetta; non affida infatti il compito di santificarla agli uomini della famiglia, ma si fa giustizia da sola, affrontando in pieno giorno ed a viso scoperto il colpevole della morte del marito con la furia di una leonessa.
La vicenda che la riguardò avvenne negli anni '50, all'epoca vi fu un grande risalto sulla stampa dell'episodio e tutti gli italiani furono straordinariamente impressionati, non solo per la personalità di Pupetta, ma anche per le modalità del delitto, che presentò tutti gli aspetti della tragedia sofoclea, inscindibilmente connessi sia alla modalità dell'assassinio, sia alla reazione istintiva dell'opinione pubblica, la quale ebbe grande comprensione e compassione, nel senso greco del termine, verso la protagonista.
L’amore per le donne di Marina dellaRagione
“Cosa vogliono le donne” si chiedeva Freud un secolo fa e la domanda conserva la sua attualità, anche se oggi sappiamo molto di più sulle differenze tra sessualità maschile e femminile.
Un vecchio detto popolare recita: “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”. Il fatto che la bellezza non sia l’unico criterio di scelta del partner è indubbiamente consolante per quanti si noi, e siamo la maggior parte, non possiedono le caratteristiche che, nei diversi contesti culturali, vengono associate all’idea di bellezza. Esiste però almeno una caratteristica in base alla quale le donne scelgono il proprio partner, che è, in un certo senso, trasversale alle diverse culture: la forza.
Il fatto certo non sorprende se pensiamo al mito del macho: a un fisico prestante associamo, in genere, la capacità di proteggere e rassicurare, un carattere deciso e la prestanza sessuale. In un’epoca in cui machismo è spesso costruito in palestra, la presenza simultanea delle caratteristiche appena descritte non è sempre garantita. Non tutte le donne sembrano interessate alla prestanza fisica e le dimostrazioni di fisicità fra maschi per attirare l’attenzione delle femmine sono meno diffuse rispetto a una cinquantina di anni or sono.
L’attrazione della prestanza fisica ha una chiara origine biologica: in natura si assiste spesso a dimostrazioni di forza da parte dei maschi in fase di corteggiamento e la scelta delle femmine ricade, per lo più, sui soggetti più forti. Anche in questo caso la scelta è funzionale all’evoluzione della specie: il maschio più forte garantisce approvvigionamento di cibo e di protezione della prole oltre alla trasmissione di geni che rappresentano un vantaggio per coloro che ne saranno portatori.
Raramente il maschio dovrà esibire i muscoli, a volte basta mostrare il portafoglio, oppure mostrarsi deciso ed attento ai bisogni della partner.
Vi siete mai chiesti perché le donne più belle, secondo gli standard delle diverse culture, preferiscono avere relazioni con uomini ricchi e, spesso, più maturi? Sapere che l’età’ non è alla base della scelta ma semplicemente una conseguenza del vero criterio, le risorse economiche che in genere si acquisiscono con il passare degli anni, certo non rende meno dolorosa la constatazione che, con tutta probabilità, non avrete modo di intrattenere una relazione con una donna da copertina patinata. Il fatto che le donne, in generale, considerino favorevolmente il possesso di risorse economiche nel processo di selezione del partner cozza con la vostra idea romantica di rapporto di coppia? Fatevene una ragione. Ancora una volta sono le leggi dell’evoluzione a fornirci la chiave di lettura di questo atteggiamento femminile.
Scopo di maschi e femmine, secondo le teorie evoluzionistiche, è garantire la sopravvivenza della specie. Se per il maschio il problema principale è la disseminazione del proprio patrimonio genetico, per la femmina, nella stragrande maggioranza dei casi, il compito principale consiste nel far nascere e nel crescere la prole: il fatto che il maschio sia in grado di mettere a disposizione tali risorse rappresenta un criterio preferenziale di scelta da parte delle femmine.
La natura delle risorse è variata nel corso dell’evoluzione della specie umana: tra i nostri progenitori essere un abile cacciatore rappresentava una risorsa importante (garantiva il sostentamento alla compagna e alla prole); in tempi successivi essere un forte guerriero è stato considerato un fattore discriminante per la scelta del partner per motivi analoghi; attualmente è il possesso di beni e denaro a costituire un indicatore della disponibilità di risorse e quindi a influenzare la scelta del partner.
Esibire l’ultimo oggetto tecnologico (cellulare, computer, tv satellitare ecc.), sfoggiare abiti griffati, presentarsi al volante di un’automobile di lusso, frequentare locali alla moda e ostentare una certa generosità, offrendo agli amici le consumazioni, rappresentano atteggiamenti volti a comunicare alle potenziali partner un messaggio tranquillizzante rispetto alla disponibilità di risorse, aumentando, potenzialmente, il proprio potere di attrazione. Non mancano ovviamente coloro che millantano il possesso di risorse: all’esibizione di beni, messa in atto per aumentare la propria desiderabilità sociale e le proprie chance di attrarre una partner, non corrisponde il reale possesso di risorse. Pensate che l’interesse per le risorse economiche, per il possesso di beni sia semplicemente l’effetto di una società dedita ai consumi che inculca nelle giovani generazioni l’importanza dell’”avere” a scapito dell’importanza di “essere”?
Avete ragione tutte le donne dedicano attenzione alla scelta del padre dei propri figli, sono molto selettive, danno importanza all’aspetto finanziario ed allo status sociale.
Gli uomini danno più importanza allo aspetto fisico ed alla giovane età, perché ogni nuova compagna rappresenta una opportunità di proiettare i propri geni nel futuro. Le curve: seno, glutei, cosce sono indicatrici di fertilità e capacità di allattamento. Sono proprio queste differenze a rendere le schermaglie amorose più elettriche ed eccitanti. Gelosia, seduzione, affidabilità si confrontano da millenni e questa battaglia senza fine rappresenta la natura intrinseca dell’amore. Forse il sublime sentimento è una guerra senza né vincitori, né vinti. Forse la forza dell’amore, come nelle arti marziali risiede nella maestria nel condurre la lotta, più che sul risultato da raggiungere.
L’aspetto più pregnante dell’amore consiste nel delicato equilibrio tra conquista e resa, nello imparare a vincere cedendo, senza abbozzare una inutile resistenza.
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