" La morale utilitaristica riconosce negli esseri umani la capacità di sacrificare il proprio sommo bene per il bene degli altri. Rifiuta solamente di ammettere che il sacrificio sia, di per se stesso, un bene. Un sacrificio che non aumenta o non tende ad aumentare la somma totale della felicità, è sciupato: l'unica abnegazione che approva è il consacrarsi alla felicità degli altri, o a tutto ciò che concorre alla felicità dell'umanità collettivamente intesa, o degli individui nei limiti imposti dagli interessi collettivi. Devo di nuovo ripetere, benché i critici dell'utilitarismo di rado lo riconoscano, che la felicità, fondamento della norma utilitaristica come giusto criterio di condotta, non è la felicità personale di chi agisce, ma la felicità di tutti gli interessati. Tra la propria felicità e quella degli altri, l'utilitarismo pretende che colui il quale agisce sia del tutto imparziale come uno spettatore disinteressato e benevolo. Nella regola aurea di Gesù di Nazareth scorgiamo chiaramente lo spirito dell'etica utilitaristica: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» e «Ama il prossimo tuo come te stesso» costituiscono l'ideale perfezione della morale utilitaristica.
Come mezzo per avvicinarsi il più possibile a questo ideale, l'utilità vorrebbe imporre che le leggi e le istituzioni sociali ponessero la felicità, o (in termini pratici) l'interesse di ciascuno, il più possibile in armonia con l'interesse della collettività; e in secondo luogo che l'educazione e l'opinione, che hanno così ampia influenza sul carattere, dovrebbero volgerla a consolidare nell'animo di ogni individuo un'indissolubile unità tra la propria felicità e il bene di tutti; soprattutto fra la propria felicità e la traduzione in pratica di norme di condotta, negative o positive, come prescrive il riguardo per la felicità universale. Cosicché egli non solo può essere incapace di concepire una possibile felicità per se stesso, in antitesi al bene comune, ma può comprendere altresì che un impulso diretto a promuovere il bene comune può essere una motivazione di comportamento abituale in ciascun individuo, e i sentimenti a questa connessi possono svolgere un ruolo preminente nell'esistenza di ognuno.' Se i critici della morale utilitaristica avessero una chiara idea della sua vera natura, non so quali altre norme che mancherebbero nell'utilitarismo potrebbero essere trovate in una qualsiasi altra morale: quale più bello e più nobile sviluppo della natura umana possono supporre in altri sistemi etici, o su quale molla d'azione, sconosciuta all'utilitarismo, tali sistemi si basano per dare effetto alle loro obbligazioni? "
John Stuart Mill, L'utilitarismo, Traduzione di Mario Baccianini e Milojka Saule, SugarCo Edizioni (Collana Tasco n° 165), 1991; pp. 34-35.
Nota: L'opera ebbe origine da tre articoli pubblicati nel 1861 sulla rivista letteraria conservatrice londinese Fraser's Magazine, raccolti in volume (Utilitarianism) nel 1863.





