ieri sul bus sono saliti alcuni ragazzi di un centro diurno. ad accompagnarli c’era un operatore con gli occhi belli, si è seduto vicino alla carrozzina di una delle ragazze tenendole la mano per tutto il tragitto. si vedeva quanto affetto provavano per lui che continuava a chiamarli, a chiedere se andava bene, a sorridere raccomandando di reggersi forte. ero seduta sul lato opposto, presa dai miei pensieri insicuri che da giorni non mi danno pace. osservando quella dolcezza e quel tatto ho sorriso anche io, è stato istintivo. per un attimo folle mi sono trovata a sperare che quell’accompagnatore guardasse me, che si soffermasse sui miei vuoti e li riempisse, anche solo ripetendomi “tutto va bene, non avere paura. c’hai messo tanto per superarlo, non cadere di nuovo”. mi sono vergognata da morire. non si possono paragonare situazioni così distanti, pur sapendo che cosa possa rappresentare quella vita solo guardando mio fratello. la verità è che continuo ad arrancare cercando approvazione, indossando il mio vestito di seconda scelta e portando gli altri a vedermi come sostituibile. va avanti da quando avevo sei anni e cercavo di essere perfetta per i miei genitori. forse è per questo che crollo quando mi accorgo che le persone che amo girano lo sguardo altrove e se ne vanno, mi abbandonano. forse è per questo che non ho perdonato la diversità di mio fratello per tanto tempo. se hai bisogno ci sarà sempre qualcuno per te, ma se sai gestirti sei capace di cavartela da solo. il punto è che io, per non pesare o per indipendenza, ho sempre fatto da sola, non sono stata abituata a chiedere aiuto. e adesso tutto sta tornando indietro, tutto quanto ho sopportato urla forte e non trova scampo perché c’è differenza tra lo stare soli ed essere lasciati soli. sono orribile.


















