Per andare al liceo prendevo il bus ogni giorno alle 6:58 per passarci poi sopra 40 minuti, seduta sempre nello stesso posto, a fianco della mia migliore amica. Ogni giorno dopo le lezioni lo riprendevo alle 13:21 o alle 14:10 per tornare indietro, al paese.
Dopo qualche settimana di tragitti, io e la mia amica avevamo un nome per tutti gli altri passeggeri sul bus con noi: “il surfista”, ragazzo che non si teneva mai ai pali ma ondeggiava per mantenere l’equilibrio; “Kefiah”, quello che aveva la kefiah in qualsiasi periodo dell’anno e che una volta ho visto disegnare sul vetro appannato la scritta “BR” e circondarla da un cuore; “Ascella”, beh “Ascella” si spiega da solo, meglio non capitargli vicino. Poi c’era La Beige. La Beige aveva i capelli beige, gli occhi beige, il cappotto beige, lo zaino beige. La Beige non era una cattiva persona, ma era veramente beige in tutto, non restava mai nulla di quello che raccontava, era un po’ insipida, poco interessante, slavata. Insomma, beige.
Questo è stato un anno del cazzo. Non di merda, non è morto nessuno, niente di grave, ma del cazzo sì. Più o meno in questo periodo dell’anno scorso iniziavo ad avere paura di nuovo per la crescita dei contagi, a tornare in provincia dai miei genitori, a smettere di fare le cose che mi piace fare, un po’ per le limitazioni del lockdown, un po’ perché quando fuori il mondo smette di seguire le logiche a cui sei abituata, diventa faticoso continuare a seguirle, mentre sei chiusa dentro.
La meditazione che avevo iniziato nel 2020 è diventata un vizio borghese, la passeggiata delle 18:30 una routine in stile Giorno della marmotta, le videochiamate coi miei amici lasciavano solo la frustrazione di non potersi incontrare dal vivo. Basta musica, basta film, basta serie tv.
Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 sono diventata, io, La Beige: stanca, con poco da dire, poco da fare, niente più energia, colori, gioia. Pochi progetti, libri abbandonati sul comodino, troppo difficile lanciare lo sguardo oltre l’ennesima zona rossa, arancione o gialla, oltre l’ennesima festa che avremmo passato in casa, l’ennesima giornata uguale a quella precedente.
Ho passato del tempo senza riconoscermi più. Proprio io avevo vissuto in Russia? Io avevo trovato lavoro subito dopo l’università? Io vivevo nel centro di Milano? Impossibile.
Io ero la sfigata terrorizzata dall’uccidere i propri genitori con il virus, incastrata in routine senza senso, in un lavoro normale e piatto, sempre più incazzata dall’essere la pallida imitazione di quella persona che credeva di essere o pensava di stare diventando, solo poco tempo prima.
A questo si aggiungeva il senso di colpa per sentirmi così impotente, bloccata, triste, quando non avevo alcun dramma, non stavo vivendo lutti, avevo un lavoro: sentirmi stupida, egocentrica e superficiale mentre mi sentivo anche così inutile, bloccata, “Beige”, non ha fatto che peggiorare il gorgo di insoddisfazione in cui mi stavo tuffando, delusa da me stessa e dall’idea di me, del mio carattere positivo e forte, non così positivo e forte, evidentemente, se così facilmente pronto a crollare.
Paura paura paura. Paura di essere tutto, di non essere niente, di avere un cattivo carattere, di essere troppo molle, paura di non avere occasioni o di perderle, di essere troppo giovane o troppo vecchia, troppo timida o troppo rigida, troppo esigente o troppo sciatta. Paura che toglie l’aria e che blocca, che non fa crescere e che ti rende sfumata, opaca, slavata, con la paura, ancora una volta, di esserti sbagliata, di non essere una persona colorata, brillante, in un periodo “no”, ma di essere proprio quella persona beige, difficile da sopportare, con poco da dire e da dare. Una voce ha avuto il sopravvento per lunghi mesi, rimbombando dentro di me, negli spazi ormai svuotati da divertimenti, interessi, desideri.
Quella voce ha trovato eco nelle parole di chi mi sarei aspettata mi sostenesse e invece mi ha confermato che sì: ero io, ero io “la colpevole”, ero io spenta, ero io Beige, lo ero sempre stata, lo sarò sempre. Ero io io io a causare cose cattive, a me e agli altri. Con la mia ansia, la mia severità, la mia ‘mania’ di incasellare tutto. Ero io che non davo attenzioni, ero io che ne davo troppe, ero io a generare male e tristezza e sfortuna, e noia e grigiume. Sempre io, sempre più ferma, bloccata nella terra, con radici secche però.
Eppure sembra che un rivolo d’acqua le abbia raggiunte. Certo, è presto per dirlo, ma se “La volontà non si impara”, dev’essere che un po’ di quella volontà c’era ancora dentro di me. Sembra che qualcosa ricominci a germogliare, che qualcosa cresca, che la vita ritorni. Per me ora Vivere vuol dire tornare a fare qualcosa per cui valga la pena chiedersi “Sto facendo una cazzata?” e non sapere assolutamente che risposta darsi. Una paura, sempre una paura, ma che ti tiene sospeso in aria e che si affronta buttandosi in avanti, non nascondendosi sotto strati di scuse, soffocandosi con cuscini di cattive idee e cattive parole.
Tornano, forse, anche i colori. Mi ricordo che all’asilo una delle attività era soffiare in una cannuccia direzionando la tempera liquida, già sul foglio, stando attenti a non uscire dai bordi. La mia tempera dai bordi usciva sempre, si formavano rigonfiamenti e grumi, e parti più o meno colorate. Io voglio soffiare le tempere, voglio uscire dai bordi, voglio chiedermi “Starò facendo una cazzata?” senza sapere che risposta darmi, e soprattutto non voglio, mai più, credere di essere, io, “La Beige”.