L’ufficio postale del mio paese è minuscolo, tipo dieci metri quadri per il pubblico, due sportelli in tutto.
Stamattina io e mio figlio entriamo e ci troviamo già in sei: due persone agli sportelli e quattro signore anziane entrate subito dietro di noi che occupano immediatamente le uniche sedie disponibili. Poi ne arrivano altre sei, di persone e tutte anziane. Una piccola tribù stipata in uno spazio ridicolo. Togli le quattro sedie, il tavolino con i moduli, il cassone d’acciaio appeso alla parte dove, da fuori, puoi imbucare le lettere (ma chi le manda più le lettere, con mail, WhatsApp e tutto il resto?), e ti rimane giusto lo spazio per respirare male.
Mi chiedo ancora a cosa serva quel cassone. Una volta lì dentro finivano gli auguri di Natale, le cartoline dagli amori estivi, le notizie ai parenti lontani. Oggi sembra un reperto archeologico.
Le quattro sedie sono state tutte occupate da nonne, una con il deambulatore. Agli sportelli la situazione è drammatica.
Sportello 1: una signora sta pagando qualcosa di complicatissimo, l’impiegato ripete a voce alta «Eh, queste cose sono lunghe, ci vuole pazienza», chiaramente rivolto a noi branco di gnù ammassato vicino alla porta. Ogni volta che lo dice parte un coro di sospiri che sanno di caffè, grappa (c’è il bar accanto) e mentine.
Sportello 2: un signore anziano ritira contanti. Niente postamat esterno in questo ufficio, quindi tutto allo sportello, a voce alta chiede una determinata cifra, poi digita il pin dopo aver inserito il suo postamat. Noi, branco di gnù, siamo a un metro, schiacciati come sardine. Lui dà le spalle, nessuno vede niente, ma per sicurezza guardiamo tutti altrove: pavimento, soffitto, vetrata. Io e mio figlio giochiamo a chi ride per primo, fissandoci negli occhi.
A un certo punto l’impiegata prende i soldi da consegnare e ci fulmina con lo sguardo: «Allontanatevi!». Ci stringiamo ancora di più. Non basta. Nessuno vuole uscire al freddo, soprattutto i vecchietti dietro di noi. Così io e mio figlio facciamo slalom tra le gambe delle nonne sedute e ci nascondiamo dietro il cassone delle lettere estinte. Posizione approvata. Lei comincia a contare le banconote ad alta voce sotto il vetro blindato: «50, 100, 150…». Alla fine i conti tornano, a tutti i presenti, pace nel branco.
Finalmente tocca a noi. Dico all’impiegato che dobbiamo fare due cose: ritirare una raccomandata e spedire un pacco. Risposta secca: «Il pacco lo prendo io, la raccomandata la fa la collega». La collega sta ancora igienizzandosi le mani dopo aver toccato i soldi.
Mi avvicino. La raccomandata è per mia madre, quindi ho portato delega firmata e fotocopie di entrambe le carte d’identità (la mia e la sua). L’ultima volta che ero venuto con solo la fotocopia di mia madre e l’originale mio mi avevano massacrato: «Devono essere fotocopie di tutti e due, altrimenti qui si sta ore a fotocopiare!». Stavolta ero stato furbo, le avevo fatte a casa.
L’impiegata guarda le fotocopie, me le restituisce.
«Ma non le tiene?» chiedo.
«No» fa lei, occhi sgranati.
«Guardi che l’altra volta un suo collega mi ha sgridato come la prof di matematica alle medie!».
Lei, in crisi, si sporge verso il collega: «Ma le copie dei documenti vanno tenute?».
Lui, senza scomporsi: «Io non le tengo mai, è a discrezione».
Lei mi guarda: «È soggettiva la cosa».
Io oggi ero in modalità “buoni sì, fessi no” (sono giorni che una persona a me vicina me lo sta ripetendo, come un mantra: "A volte dall'essere buono sconfini nell'essere fesso, impara a ribellarti"). La fisso. Lei alza le spalle. La fisso ancora più forte e sbotto:
«Quindi la prossima volta che mi chiederanno le fotocopie e io avrò gli originali, dirò che è soggettiva? Basterà guardare i documenti e immaginarseli fotocopiati, va bene lo stesso?».
Mi guarda, balbetta: «È so-soggettiva…».
Niente, non ce la faccio a essere cattivo. Le sorrido, mi sorride, le dico «tranquilla, le fotocopie le uso la prossima volta». Usciamo mentre dietro di noi, dallo sportello 1, si sente la frase: «Ci vuole pazienza, sono pagamenti luuuuunghi…». Faccio a tempo a sentire i sospiri degli gnù, che nel frattempo sono aumentati, prima di uscire e respirare aria fresca.

















