UMANITA'
A volte nella vita si verificano eventi irruenti che rompono alcuni ingranaggi dentro di noi. Io li chiamo momenti di rottura. Ci paralizziamo, non sappiamo come reagire, ci stravolgono con una potenza tale da costringerci a arrenderci di fronte alla loro impetuosità. Credo che questa incertezza sia intimamente legata a un aspetto che tormenta l’uomo da quando ne ha memoria: quando si tratta di sentimenti, non c’è un manuale di istruzioni. Nessuno ci ha insegnato come si deve soffrire, se ci sia un modo più giusto, efficace o utile. Nè ci è stato detto se si debba effettivamente patire il dolore.Se spegnere l’interruttore dell’empatia fosse possibile, probabilmente molti di noi sceglierebbero questa opzione. Scelgo di non soffrire, di non sperimentare il dolore dovuto a una perdita, a una delusione, a un fallimento. Non lo nego, a volte sarebbe molto comodo, soprattutto se usiamo come metro di paragone il “risparmio di tempo”. In un sistema che pone come sue fondamenta la performance e l’efficienza, gli emarginati a chi equivalgono? A coloro che hanno ancora il coraggio di impiegare il loro tempo per provare a comprendere i propri stati d’animo? O a quelli che si disperdono in inutili riflessioni? Sono due facce della stessa medaglia e la risposta è soggettiva. Ognuna affronta il dolore nella misura in cui può, nell’intensità a cui arriva e con gli strumenti che ha a disposizione.Ci adattiamo per sopravvivere. Resistiamo alle mancanze. Siamo pieni di buchi, una costellazione di assenze fin da quando siamo nati. E malgrado le lacune e le difficoltà insormontabili, tutti noi aspettiamo sempre che ci succeda qualcosa di straordinario. Crediamo di meritarci una vita dettata dalla passione, dal continuo e ardente desiderio. Pretendiamo di avere - chissà dove nel mondo - un’anima gemella che ci sta aspettando. Intimamente speriamo che ci sia un finale sotteso, un destino già scritto per noi; non vogliamo cedere alla convinzione che gli accadimenti siano interamente dettati dal caos.Promettiamo l’eternità di un amore pur non essendo nella nostra natura. Vi siete mai chiesti perché quando si ama, ci si promette ingenuamente l’eternità del sentimento? Io credo abbia a che fare con un’ossessione per l’immortalità, un’infinita estensione nel tempo che non potremo mai sperimentare. La fascinazione per un concetto assoluto e l’impossibilita di afferrarlo.Per farvi capire meglio, prenderò come riferimento una storia che mi ha accompagnato nel corso dell’adolescenza e che racconta di vampiri, esseri immortali. La relazione tra Damon e Elena è un turbinio di emozioni, lui è un vampiro e lei una mortale che non rinuncerebbe mai alla sua sua umanità.Quando Damon decide di prendere la cura per ritornare umano e vivere una vita al fianco della sua amata, pronuncia le seguenti parole: “ Sono stato un vampiro per molto tempo ed è stato grandioso, ma ci rinuncerei subito per essere tuo marito, il tuo compagno, il padre dei tuoi figli. Perché anche se non funzionerà e sarò solo e infelice, la minima possibilità di trascorrere una vita perfetta insieme a te è infinitamente meglio che trascorrerne una da immortale senza di te. Ti amerò fino a quando non esalerò il mio ultimo respiro su questa terra.”Il coronamento della loro relazione avviene con la morte di Damon. Solo a questo punto entrambi i personaggi realizzano che saranno destinati a stare insieme, ovunque si trovino: “Tu sei di gran lunga la cosa più bella che mi sia mai capitata nei miei 173 anni su questa terra. Il fatto che io sia morto sapendo di essere amato non da chiunque ma da te, Elena Gilbert, è l'esempio perfetto di una vita piena. Potrai anche essere a mille miglia o a cento anni di distanza ma sei ancora con me e il mio cuore è li con te in quella bara.”Damon ha rinunciato alla sua immortalità per amore, perché non avrebbe sopportato il peso di vivere una vita senza Elena al suo fianco. Nonostante la morte, le ha promesso di rimanere insieme per l’eternità, in qualsiasi tempo e luogo. Ha scelto lei, e ripeterebbe quella scelta fino
all’infinito. Ciò che noi in un’opera amiamo è l’esistenza di un uomo, una possibilità di noi stessi; il punto di rottura corrisponde alla frazione di secondo nella quale comprendiamo che questa ipotesi non si realizzerà mai. Siamo confinati ad un livello inferiore, non abbiamo il privilegio di toccare valori così alti e puri, né di prendere decisioni così radicali. Non potremo mai provare quel brivido. Continuo a sostenere che nasca dal nostro dolore, quanto di grande noi comprendiamo.A questo punto, vi chiederete dove sia il problema. Dopo aver preso coscienza della gelida e amara verità si dovrebbe andare avanti, perché è cosi che funziona. Ma è difficile scendere a patti con la realtà, soprattutto per chi come me non ha ricevuto il dono del compromesso. La sensibilità è la mia condanna, ma improvvisamente diventa la mia forza migliore. E non la cambierei per un pezzo di fredda superficialità sottocosto, non saprei che farmene. Io non voglio smettere di credere che questi sentimenti, da qualche parte nel mondo, possano esistere. Non posso pensare che viviamo una vita mediocre e superficiale, e che finirà tutto quando i nostri cuore smetteranno di battere. Non posso accettarlo, io voglio credere fino alla fine che qualcosa rimane. Voglio sperare che le cose non accadono e basta, ma succedono per un motivo, che se ci comportiamo bene e abbiamo compassione vero gli altri, allora la vita ci sarà lieve. Vorrei avere la possibilità di dimostrare alle persone che amo che farei di tutto per proteggerle e che sarei disposta a sacrificarmi per loro.Björn Larsson nel suo libro “Bisogno di libertà” scrisse: “ Per essere liberi bisogna avere fantasia. Bisogna allenarsi a immaginare altre vite, altri mondi, altri sentimenti, altri pensieri, altri linguaggi.”Questo momento di rottura è stato il modo più triste e bello in cui la vita ha dovuto dirmi che non si può avere tutto.
















