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LE VIE DI MILANO, STRANEZZE E CURIOSITÀ Partendo dal centro non si può non ricordare che la parte orientale di Piazza del Duomo, quella dove si trova l'abside della cattedrale e il Palazzo della Veneranda Fabrica si è chiamata sino ai primissimi anni del '900 Piazza del Camposanto dato che per secoli fu lì presente un cimitero. Poi, senza un apparente motivo il nome fu cancellato e una piazza con una storia secolare scomparì per sempre dalla toponomastica meneghina. *** Non lontano, tra Largo Augusto e via Larga si trova il Verziere, senza indicazione alcuna che indica se si tratta di una via, una piazza, uno slargo, un largo; semplicemente Verziere. Sino ad inizio del XX secolo era uno dei principali mercati ortofrutticoli di Milano, esistente dal 1766, insieme agli altri delle vicine Piazza Fontana e delle bancarelle presenti per secoli in Piazza del Duomo. Il nome stesso indica un luogo ove si vendevano le "verzure". Sino al 1870 circa mantenne il suo nome originale di Contrada di Porta Tosa, dopo assunse il nome definitivo di Verziere. Un tempo era una piazza lunga e molto larga, poi ristretta negli anni 40 e primi 50 per la realizzazione del primo tratto della "racchetta" una strada ad alto scorrimento che doveva tagliare tutti i quartieri a sud del Duomo. Lo stesso Largo Augusto era parte integrante del Verziere e la sua colonna dominava il mercato e le bancarelle. Poco lontano dal Verziere si trova la Via Bergamini, che non indica una ricca famiglia ma come ci dice il Sonzogno: «Della contrada dè bergamini dirò che in essa stanno i venditori di caci freschi e di altri latticini, così chiamati dalle mandrie da essi possedute e da noi detti bergamini» (Vicende di Milano rammentate dai nomi delle sue contrade a sia origine di questi nomi. Milano, 1835). In pratica si trattava di gruppi di pastori della Val Brembana e della Val Seriana che settimanalmente scendevano a Milano, in Piazza Fontana, a tenere il loro mercato dei prodotti di latte di pecora. Il soprannome derivava dalla loro provenienza dalla provincia di Bergamo. Indossavano orgogliosamente una sorta di divisa da bergamino, cappellaccio e mantello di lana grezza verde scuro, zoccoli di legno, lunghi bastoni per governare il gregge, ma al contempo indossavano anche eleganti panciotti con la catenina in oro dell'orologio in bella vista. Quasi sempre avevano legato in vita pure il grembiule da lattaio! I bergamini iniziarono ad occupare Piazza Fontana in coincidenza del trasloco del mercato del Verziere dalla piazza al luogo che poi prese il nome di Verziere. Furono i potenti vescovi della vicina curia milanese che vollero, nel 1766, lo spostamento del mercato, che rendeva difficile l'ingresso al palazzo dell'Arcivescovado. Quando infine il Verziere si spostò... lo spazio fu occupato dai Bergamini che iniziarono ad usare Piazza Fontana come loro "quartier generale di Milano". Molte delle famiglie di bergamini si installarono definitivamente a Milano, aprendo negozi e bancarelle e rivendendo prodotti caseari e latte prodotti da loro parenti che invece continuavano a passare i canonici 4 mesi sugli alpeggi e il resto del tempo a fare transumanze e a produrre formaggi da portare poi a Milano. Oggi la Via Bergamini si apre dall'ampia Via Larga, ma sino agli sventramenti mussoliniani la via si apriva da un crocicchio di strade, Via San Clemente, Via Larga, Via Sant'Antonio, Piazza Santo Stefano e appunto Via Bergamini. La strada continuava in linea retta sino a sbucare di fronte all'Ospedale Maggiore in Via dell'Ospitale, oggi Via Festa del Perdono. *** Poco più a sud si trova una lunga e antica strada che connetteva la Cerchia dei Navigli con la Cerchia dei Bastioni, la Via San Barnaba. Collegava tramite un ponte sulla cerchia l'Ospedale Maggiore con il suo cimitero principale. Quando le fondamenta, le cantine e i sotterranei dell'ospedale furono riempiti all'inverosimile di ossa dei morti, si decise la costruzione di un cimitero oltre la cerchia e in piena campagna. Di allora. Venne costruito un nuovo Foppone, come erano chiamati allora i cimiteri. Il Foppone di San Michele venne costruito nel 1696 e nel giro di nemmeno un secolo fu riempito di oltre 150.000 defunti. La strada che collegava l'Ospedale Maggiore col suo cimitero si chiamava Strada del Foppone, sino al 1850 circa, poi prese tutta il nome di Strada di San Barnaba. Per oltre 300 anni il cimitero, fu chiamato o Foppone di San Michele, o vista la sua struttura circolare "La Rotonda". Solo alla fine degli anni 20 del XX secolo venne aperta una nuova strada che collegava i Bastioni con il costruendo Palazzo di Giustizia di Porta Vittoria. La nuova strada passava esattamente lungo il lato esterno della "Rotonda". La strada divenne Via Enrico Besana, patriota che combattè in tutte e tre le Guerre di Indipendenza, fu alto ufficiale Garibaldino e giornalista per i due principali quotidiani di Milano e d'Italia dell'epoca, La Perseveranza e il Corriere della Sera. Per un motivo inspiegabile il Foppone di San Michele divenne in breve tempo La Rotonda della Besana, facendo diventare l'Enrico Besana una donna e rinominando un cimitero plurisecolare con un titolo errato e assolutamente senza alcun senso. lla foto si vede la Via Enrico Besana appena realizzata e il muro perimetrale esterno del Foppone di San Michele ancora senza alcun accesso aperto verso la nuova strada. *** Quando nel 1923 il governo di Mussolini distacca il quartiere del Lorenteggio dal Comune di Corsico e lo aggrega al Comune di Milano si pone il problema di rifare la toponomastica dei 4 borghi che componevano storicamente il territorio del Lorenteggio. Tra quelle vie che presentavano omonime con quelle di Milano ci fù la piazza antistante alla stazione di San Cristoforo. Venne ribattezzata Piazzale Albania. Dal 1923 sino alla caduta del Fascismo le cose non cambiarono, poi, nel 1946 si procedette ad una lunga pagina di revisione della toponomastica per "liberare" Milano dalle non poche vie, strade, piazze e larghi intitolati a gerarchi fascisti o ad avvenimenti legati o cari al regime. Senza un motivo ben chiaro Via Principe Umberto, strada che da Piazza Cavour risaliva verso Piazza della Repubblica (allora Piazza Fiume) che aveva tale intitolazione sin da quando venne tracciata nel 1865, divenne Via Albania. Notare che il Principe Umberto a cui era intitolata la via non era l'aspirante al trono d'Italia sconfitto dal referendum e morto poi in esilio, bensì colui che divenne Re d'Italia come Umberto I°, visse a lungo a Milano e venne ucciso a Monza da Gaetano Bresci. Per non creare confusione Piazzale Albania al Lorenteggio dovette così cambiare nome e per non scontentare i vicini albanesi il nome fu mutato in Piazza Tirana... Ma l'erraticità dell'Albania non finì qui. Infatti dopo nemmeno 5 anni Via Albania mutò ancora di nome, venendo intitolata, pare definitivamente, a Filippo Turati. Il toponimo Albania sparì così definitivamente dalle mappe milanesi. Negli stessi anni dell'immediato Dopoguerra cambiarono nome molte strade, come detto: Corso del Littorio divenne Corso Giacomo Matteotti, Corso Costanzo Ciano riprese il suo nome originario di Corso dei Plebisciti, allo stesso modo Via Larga tornò a chiamarsì così dopo che dal 1936 al 1946 divenne Via Adua; Piazza Predappio venne rinominata con un toponimo usato sino agli anni 20 per indicare l'area sul retro della prima Stazione Centrale, sita nell'odierna Piazza della Repubblica, Piazza Guglielmo Miani. Via Eliseo Bernini, Legionario di Fiume e Fascista della primissima ora, venne assassinato dai comunisti a Turro e gli venne dedicata una via nel quartiere. Nel Dopoguerra venne ribattezzata Via Popoli Uniti. Vittime del cambio di toponomastica furono anche alcune vie e piazza dedicate ad eventi antecedenti al Ventennio ma comunque ad esso legati: Piazzale della Stazione Centrale diventò nel 1931 Piazza Fiume, per diventare Piazza della Repubblica nel 1946. Via degli Arditi ritornò nel 1946 al suo vecchio nome di Via Cerva, dovuto alla presenza di una osteria con una cerva come simbolo. Clamoroso fu il cambio di nome ad uno dei luoghi più antichi di Milano, Piazza Mercanti, che dal 1935 circa divenne Piazza Giovinezza, così come il tratto nord di Via San Marco venne ribattezzato Via Marcia su Roma! *** Uno dei cambi di nome più rilevanti vista l'importanza delle strade in oggetto fu quello della tratto di strada lungo la Cerchia dei Navigli tra le attuali Piazza Cadorna e Corso di Porta Ticinese. Originariamente il tratto lungo la Cerchia aveva questi nomi partendo da nord: Strada del Foro, Strada di San Gerolamo, Strada del Ponte dei Fabbri, Strada delle Signore Bianche sotto il Muro. Per alcuni secoli i nomi rimasero invariati sino a quando la strada dedicata alle Signore Bianche, per via di un vicino monastero, venne intitolata alla Vittoria per celebrare la sconfitta dell'Imperatore Lodovico per mano dei cittadini milanesi, guidati da Marco Visconti, avvenuta il 13 settembre 1329 proprio all'incrocio tra la Strada delle Signore Bianche e la Strada del Borgo di Cittadella (oggi Corso di Porta Ticinese) Nel 1865 la Via della Vittoria si vide estendere il suo toponimo anche alla Strada del Ponte dei Fabbri, alla Piazza della Vittoria e al Ponte degli Olocati, sino al Ponte di San Vittore. Pochi anni dopo anche la Strada del Foro sparì e prese il nome di Via di San Gerolamo. La Cerchia nel frattempo era stata interrata proprio nel tratto tra il Castello e la metà di Via Vittoria. Nel 1907, subito dopo la morte di Giosuè Carducci, Premio Nobel per la Letteratura, la Via San Gerolamo diventò Via Carducci. Nel 1910 fu il turno di Via Vittoria che diventò Via Edmondo De Amicis, deceduto due anni prima. *** Altra strada erratica di Milano è quella intitolata al matematico ed astronomo Francesco Carlini. Dal 1890 circa la Via Carlini collegava Piazza Andrea Doria (l'attuale Piazza Duca d'Aosta di fronte alla Stazione Centrale) con la sponda destra della via Ponte Seveso, dove allora scorreva l'omonimo torrente. Quasi in contemporanea lungo la Via Carlini e la vicina via Ponte Seveso (oggi Via Fabio Filzi) sorgeva l'industria Pirelli. Quando nel 1932 il Senatore Giovanni Battista Pirelli morì la via dove si trovavano ancora alcune piccole parti dell'azienda (spostatasi nel 1906 alla Bicocca), venne a lui reintitolata dopo pochi anni, come appare già nelle mappe del 1937. La Via Carlini venne così spostata in Cittastudi, una piccola traversa che collegava Via Golgi con Via Via Visconti d'Aragona. Si trovava nei pressi dell'Istituto Nazionale dei Tumori, fondato nel 1925 e che proprio negli anni 30 ebbe un importante sviluppo, tanto che già negli anni '40 la via viene letteralmente inglobata dall'INT e si ritrova come viabilità interna dell'ospedale. Viene così deciso di rispostare l'erratica Via Carlini per la terza volta. Questa volta si arriva nella zona sud-ovest, lungo l'asse del Lorenteggio, precisamente una piccola strada che collega Via D'Alviano con Via Pietro Redaelli. *** Numerose sono le omonimie nella toponomastica di una città vasta come Milano. Alcune di queste danno una ragione al perchè talune strade siano indicate con "nome e cognome" e non solo col "conognome". Abbiamo infatti una Via Melchiorre Gioia perchè esiste una piccola Via Flavio Gioia nella parte sud di Cittastudi. Così come ci sono una Via Enrico Forlanini e una Via Carlo Forlanini, una Via Andrea Ponti, una Via Ettore Ponti e una Via Giò Ponti e per breve tempo, in un momento di caos toponomastico negli anni 80, anche una Piazza Giò Ponti poi rapidamente scomparsa. C'è una conosciutissima Via Alessandro Manzoni e un Vicolo Piero Manzoni dal 1995, mentre è molto più complicata la storia se andiamo ad analizzare i toponimi di coloro che hanno cognomi derivanti dall'aver avuto antenati che esercitarono la professione di fabbri: Via Cardinal Ferrari, Via Gaudenzio Ferrari, Via Giuseppe Ferrari, Piazza Paolo Ferrari, Via Virgilio Ferrari, Via Ercole Ferrario, Via Rosina Ferrario Grugnola, Via Galileo Ferraris, Via della Ferrera, Via Ferreri, Via Ferrero, Via Ferrieri, Via Wolf Ferrari. Un pochino meglio con Via Benigno Crespi, Via Daniele Crespi, Via Gaetano Crespi e Via Pietro Crespi. Ci sono anche strade che eccellono in lunghezza: Via Fratelli Camillo e Giannino Antona Traversi. Viale Barbaro di San Giorgio Ramiro. Via Ambrogio da Fossano detto il Bergognone. Via Andrea Fortebraccio detto Braccio da Montone. Via Paulucci di Calboli Fulcieri. Piazza Emanuele Filiberto di Savoia Duca d'Aosta. Via Vittore Ghislandi detto Fra Galgario. Piazzale Governo Provvisorio di Lombardia. Lorenzo d'Andrea d'Oderigo detto Lorenzo di Credi Piazza Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi. Piazzale Martiri della deportazione. Via Tommaso di Cristoforo Fini detto Masolino da Panicale. Via Giacomo Medici del Vascello. Piazza Melozzo di Giuliano degli Ambrosi detto Melozzo da Forlì. Via Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone. Via Alessandro Bonvicino, detto Moretto da Brescia. Via Orlando Vittorio Emanuele. Via Paolo Caliari detto il Veronese. Via Piero di Giovanni Bonaccorsi detto Perino del Vaga. Via Piero di Benedetto de' Franceschi detto Piero della Francesca. Via Bernardino Betti detto il Pinturicchio. Via Agnolo Ambrogini detto Poliziano. Piazza della Resistenza Partigiana. Viale delle Rimembranze di Lambrate. Viale delle Rimembranze di Greco. Via Angelo Beolco detto Ruzzante. Largo San Dionigi in Pratocentenaro. Piazza San Giovanni Battista alla Creta. Via San Giovanni Battista de La Salle. Via fratelli Giuliano e Antonio Giamberti detti Sangallo. Piazzale Santorre di Santarosa. Via Santuario del Sacro Cuore. Via Reggimento Savoia Cavalleria. Via Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato. Piazza Andrea Meldolla detto lo Schiavone. Via Sebastiano Luciani detto del Piombo. Via Quinto Settimio Fiorente detto Tertulliano. Via Andrea di Michele di Francesco di Cione detto Il Verrocchio.
La galleria De’ Cristoforis Sicuramente quando si parla di “Galleria” a Milano – come primo pensiero – viene in mente la galleria Vittorio Emanuele II, il “Salotto di Milano”, che per imponenza e importanza spicca su tutte le altre gallerie e passaggi. Ma prima che l’architetto Giuseppe Mengoni realizzasse la sua creatura, un’altra galleria era nel cuore dei milanesi, la Galleria De’ Cristoforis. Era il 17 settembre del 1831 quando fu posta, con solennità, la prima pietra che diede origine al primo passaggio coperto realizzato sul suolo italiano, considerati gli attuali confini e non quelli dell’allora Regno Lombardo-Veneto. Va precisato fin da subito che l’esistente Galleria De’ Cristoforis, passaggio collocato sempre in prossimità della chiesa di San Carlo, ha in comune con la galleria di cui stiamo parlando SOLO il nome, ma sia la posizione e gli edifici che la definivano, sia il tracciato non sono certamente più gli stessi. Bisogna infatti tenere conto di come si sono sensibilmente modificati i tracciati di parecchie vie a ridosso di San Babila, corso Matteotti (allora inesistente), via San Pietro all’Orto e altre limitrofe per cercare di collocare correttamente questo gioiello scomparso: un frammento di cartina, che risale al 1908, ci aiuterà in questo scopo. La galleria De’ Cristoforis 11/08/2011 di vecchiamilano Sicuramente quando si parla di “Galleria” a Milano – come primo pensiero – viene in mente la galleria Vittorio Emanuele II, il “Salotto di Milano”, che per imponenza e importanza spicca su tutte le altre gallerie e passaggi. Ma prima che l’architetto Giuseppe Mengoni realizzasse la sua creatura, un’altra galleria era nel cuore dei milanesi, la Galleria De’ Cristoforis. Era il 17 settembre del 1831 quando fu posta, con solennità, la prima pietra che diede origine al primo passaggio coperto realizzato sul suolo italiano, considerati gli attuali confini e non quelli dell’allora Regno Lombardo-Veneto. Va precisato fin da subito che l’esistente Galleria De’ Cristoforis, passaggio collocato sempre in prossimità della chiesa di San Carlo, ha in comune con la galleria di cui stiamo parlando SOLO il nome, ma sia la posizione e gli edifici che la definivano, sia il tracciato non sono certamente più gli stessi. Bisogna infatti tenere conto di come si sono sensibilmente modificati i tracciati di parecchie vie a ridosso di San Babila, corso Matteotti (allora inesistente), via San Pietro all’Orto e altre limitrofe per cercare di collocare correttamente questo gioiello scomparso: un frammento di cartina, che risale al 1908, ci aiuterà in questo scopo. Il tratteggio che unisce via Caserotte a piazza San Babila rappresenta il tracciato del futuro (per l’epoca) corso del Littorio, divenuto poi corso Giacomo Matteotti al termine della guerra; la sua realizzazione risale infatti al 1928-1930. E proprio in quegli anni, quindi, si perse una configurazione – a mio parere – più gradevole rispetto a quella odierna, sia in termini di sviluppo delle strade sia di edifici. Solo per fare qualche esempio: largo San Babila diviene piazza San Babila, togliendo all’omonima chiesa quel ruolo di “primo piano” di cui godeva da molti secoli e contestualmente si interrompe quel senso di continuità, anche “ottica”, che c’era fra corso Vittorio Emanuele II e corso Venezia spariscono antiche strade come via Soncino Meroni e via Sala per far posto al nuovo corso del Littorio (poi Matteotti) e alla nuova piazza Francesco Crispi, ora Filippo Meda viene completamente demolito l’isolato che ospita la Galleria De’ Cristoforis per accogliere i nuovi palazzi di un’importante compagnia di assicurazioni di Torino (la Compagnia Anonima di Assicurazioni Torino), la relativa Galleria del Toro (il cui nome ufficiale è Galleria Ciarpaglini) e anche il nuovo teatro nelle sale sotterranee, che assumerà proprio il nome di Teatro Nuovo pochi anni più tardi, con la nascita di corso Europa e dell’attuale largo intitolato ad Arturo Toscanini, anche la via Durini e la via Borgogna perdono la loro fisionomia che le ha accompagnate fino al XX secolo… per finire, anche via Montenapoleone e via Bagutta subiscono delle inevitabili deformazioni per accogliere i nuovi tracciati Luigi De’ Cristoforis (1798-1862) e la moglie acquistarono all’inizio del 1831 dal duca Serbelloni l’area che ospitava l’omonimo cinquecentesco palazzo. L’architetto Andrea Pizzala (*) fu incaricato di dirigere i lavori e in capo a un solo anno, e precisamente il 29 settembre del 1832, la galleria venne ultimata e inaugurata con una sfarzosa festa da ballo. La galleria De’ Cristoforis 11/08/2011 di vecchiamilano Sicuramente quando si parla di “Galleria” a Milano – come primo pensiero – viene in mente la galleria Vittorio Emanuele II, il “Salotto di Milano”, che per imponenza e importanza spicca su tutte le altre gallerie e passaggi. Ma prima che l’architetto Giuseppe Mengoni realizzasse la sua creatura, un’altra galleria era nel cuore dei milanesi, la Galleria De’ Cristoforis. Era il 17 settembre del 1831 quando fu posta, con solennità, la prima pietra che diede origine al primo passaggio coperto realizzato sul suolo italiano, considerati gli attuali confini e non quelli dell’allora Regno Lombardo-Veneto. Va precisato fin da subito che l’esistente Galleria De’ Cristoforis, passaggio collocato sempre in prossimità della chiesa di San Carlo, ha in comune con la galleria di cui stiamo parlando SOLO il nome, ma sia la posizione e gli edifici che la definivano, sia il tracciato non sono certamente più gli stessi. Bisogna infatti tenere conto di come si sono sensibilmente modificati i tracciati di parecchie vie a ridosso di San Babila, corso Matteotti (allora inesistente), via San Pietro all’Orto e altre limitrofe per cercare di collocare correttamente questo gioiello scomparso: un frammento di cartina, che risale al 1908, ci aiuterà in questo scopo. REPORT THIS AD Il tratteggio che unisce via Caserotte a piazza San Babila rappresenta il tracciato del futuro (per l’epoca) corso del Littorio, divenuto poi corso Giacomo Matteotti al termine della guerra; la sua realizzazione risale infatti al 1928-1930. E proprio in quegli anni, quindi, si perse una configurazione – a mio parere – più gradevole rispetto a quella odierna, sia in termini di sviluppo delle strade sia di edifici. Solo per fare qualche esempio: largo San Babila diviene piazza San Babila, togliendo all’omonima chiesa quel ruolo di “primo piano” di cui godeva da molti secoli e contestualmente si interrompe quel senso di continuità, anche “ottica”, che c’era fra corso Vittorio Emanuele II e corso Venezia spariscono antiche strade come via Soncino Meroni e via Sala per far posto al nuovo corso del Littorio (poi Matteotti) e alla nuova piazza Francesco Crispi, ora Filippo Meda viene completamente demolito l’isolato che ospita la Galleria De’ Cristoforis per accogliere i nuovi palazzi di un’importante compagnia di assicurazioni di Torino (la Compagnia Anonima di Assicurazioni Torino), la relativa Galleria del Toro (il cui nome ufficiale è Galleria Ciarpaglini) e anche il nuovo teatro nelle sale sotterranee, che assumerà proprio il nome di Teatro Nuovo pochi anni più tardi, con la nascita di corso Europa e dell’attuale largo intitolato ad Arturo Toscanini, anche la via Durini e la via Borgogna perdono la loro fisionomia che le ha accompagnate fino al XX secolo… per finire, anche via Montenapoleone e via Bagutta subiscono delle inevitabili deformazioni per accogliere i nuovi tracciati Luigi De’ Cristoforis (1798-1862) e la moglie acquistarono all’inizio del 1831 dal duca Serbelloni l’area che ospitava l’omonimo cinquecentesco palazzo. L’architetto Andrea Pizzala (*) fu incaricato di dirigere i lavori e in capo a un solo anno, e precisamente il 29 settembre del 1832, la galleria venne ultimata e inaugurata con una sfarzosa festa da ballo. (*) L’architetto Andrea Pizzala ha progettato, tra le altre realizzazioni, anche il Bagno di Diana di cui abbiamo già avuto modo di occuparcene in un precedente articolo. Parteciparono alla costruzione 450 operai e il costo sostenuto fu di circa un milione e mezzo di lire, costo che ben presto recuperato dal proprietario grazie all’affitto dei settanta prestigiosi negozi che si affacciavano sul passaggio: tra tutti ricordiamo il famoso caffè Gnocchi e la celeberrima libreria di Ulrico Hoepli, aperta nel 1870 dal libraio svizzero. A seguito della demolizione della Galleria De’ Cristoforis la libreria si trasferì prima in via Berchet e poi nel 1957 nel palazzo appositamente costruito da Figini e Pollini nella via a lui dedicata. Proprio dal sito della Hoepli (dalla pagina dedicata ai 140 anni di storia della casa editrice) è tratta quest’immagine che rappresenta le vetrine della libreria nella contrada de veder (la strada di vetro) come veniva ormai chiamata la Galleria De’ Cristoforis. Carlo Hoepli, nipote del fondatore, volle far ricostruire nel piano interrato della libreria, una riproduzione, ovviamente in scala ridotta rispetto all’originale, della galleria di vetro, che aveva contribuito alla nascita di una delle più grandi e importanti attività commerciale (e culturale…) della città: la prossima volta che entrate nella libreria, fate una visita al piano interrato e terminate le scale andate verso destra, fino in fondo… La galleria De’ Cristoforis 11/08/2011 di vecchiamilano Sicuramente quando si parla di “Galleria” a Milano – come primo pensiero – viene in mente la galleria Vittorio Emanuele II, il “Salotto di Milano”, che per imponenza e importanza spicca su tutte le altre gallerie e passaggi. Ma prima che l’architetto Giuseppe Mengoni realizzasse la sua creatura, un’altra galleria era nel cuore dei milanesi, la Galleria De’ Cristoforis. Era il 17 settembre del 1831 quando fu posta, con solennità, la prima pietra che diede origine al primo passaggio coperto realizzato sul suolo italiano, considerati gli attuali confini e non quelli dell’allora Regno Lombardo-Veneto. Va precisato fin da subito che l’esistente Galleria De’ Cristoforis, passaggio collocato sempre in prossimità della chiesa di San Carlo, ha in comune con la galleria di cui stiamo parlando SOLO il nome, ma sia la posizione e gli edifici che la definivano, sia il tracciato non sono certamente più gli stessi. Bisogna infatti tenere conto di come si sono sensibilmente modificati i tracciati di parecchie vie a ridosso di San Babila, corso Matteotti (allora inesistente), via San Pietro all’Orto e altre limitrofe per cercare di collocare correttamente questo gioiello scomparso: un frammento di cartina, che risale al 1908, ci aiuterà in questo scopo. REPORT THIS AD Il tratteggio che unisce via Caserotte a piazza San Babila rappresenta il tracciato del futuro (per l’epoca) corso del Littorio, divenuto poi corso Giacomo Matteotti al termine della guerra; la sua realizzazione risale infatti al 1928-1930. E proprio in quegli anni, quindi, si perse una configurazione – a mio parere – più gradevole rispetto a quella odierna, sia in termini di sviluppo delle strade sia di edifici. Solo per fare qualche esempio: largo San Babila diviene piazza San Babila, togliendo all’omonima chiesa quel ruolo di “primo piano” di cui godeva da molti secoli e contestualmente si interrompe quel senso di continuità, anche “ottica”, che c’era fra corso Vittorio Emanuele II e corso Venezia spariscono antiche strade come via Soncino Meroni e via Sala per far posto al nuovo corso del Littorio (poi Matteotti) e alla nuova piazza Francesco Crispi, ora Filippo Meda viene completamente demolito l’isolato che ospita la Galleria De’ Cristoforis per accogliere i nuovi palazzi di un’importante compagnia di assicurazioni di Torino (la Compagnia Anonima di Assicurazioni Torino), la relativa Galleria del Toro (il cui nome ufficiale è Galleria Ciarpaglini) e anche il nuovo teatro nelle sale sotterranee, che assumerà proprio il nome di Teatro Nuovo pochi anni più tardi, con la nascita di corso Europa e dell’attuale largo intitolato ad Arturo Toscanini, anche la via Durini e la via Borgogna perdono la loro fisionomia che le ha accompagnate fino al XX secolo… per finire, anche via Montenapoleone e via Bagutta subiscono delle inevitabili deformazioni per accogliere i nuovi tracciati Luigi De’ Cristoforis (1798-1862) e la moglie acquistarono all’inizio del 1831 dal duca Serbelloni l’area che ospitava l’omonimo cinquecentesco palazzo. L’architetto Andrea Pizzala (*) fu incaricato di dirigere i lavori e in capo a un solo anno, e precisamente il 29 settembre del 1832, la galleria venne ultimata e inaugurata con una sfarzosa festa da ballo. REPORT THIS AD (*) L’architetto Andrea Pizzala ha progettato, tra le altre realizzazioni, anche il Bagno di Diana di cui abbiamo già avuto modo di occuparcene in un precedente articolo. Parteciparono alla costruzione 450 operai e il costo sostenuto fu di circa un milione e mezzo di lire, costo che ben presto recuperato dal proprietario grazie all’affitto dei settanta prestigiosi negozi che si affacciavano sul passaggio: tra tutti ricordiamo il famoso caffè Gnocchi e la celeberrima libreria di Ulrico Hoepli, aperta nel 1870 dal libraio svizzero. A seguito della demolizione della Galleria De’ Cristoforis la libreria si trasferì prima in via Berchet e poi nel 1957 nel palazzo appositamente costruito da Figini e Pollini nella via a lui dedicata. Proprio dal sito della Hoepli (dalla pagina dedicata ai 140 anni di storia della casa editrice) è tratta quest’immagine che rappresenta le vetrine della libreria nella contrada de veder (la strada di vetro) come veniva ormai chiamata la Galleria De’ Cristoforis. Carlo Hoepli, nipote del fondatore, volle far ricostruire nel piano interrato della libreria, una riproduzione, ovviamente in scala ridotta rispetto all’originale, della galleria di vetro, che aveva contribuito alla nascita di una delle più grandi e importanti attività commerciale (e culturale…) della città: la prossima volta che entrate nella libreria, fate una visita al piano interrato e terminate le scale andate verso destra, fino in fondo… REPORT THIS AD L’illuminazione della galleria De’ Cristoforis era garantita da ventotto lanterne a “corrente d’aria” e amplificata da ingegnosi specchi di riverbero; inoltre molti negozi erano illuminati a gaz; va ricordato che la centrale termoelettrica Edison di via Santa Radegonda (la prima in Europa) fu inaugurata solo nel 1883. I negozi della galleria rappresentarono per oltre un trentennio il “non plus ultra” del lusso e dell’eleganza, fino a quando la nuova galleria, quella dedicata a Vittorio Emanuele II, la superò per sfarzo e imponenza, sebbene anche in questo caso una parte storica della città venne completamente demolita per far posto al “nuovo”. Alla sera la contrada de veder era il luogo di ritrovo della Milano “bene”, dove i signori portavano a passeggio le mogli o le figlie maggiori che potevano così sfoggiare il loro abbigliamento da festa (quelli che potevano farlo, ovviamente); i bambini invece venivano tenuti lontano, per paura che facessero troppi schiamazzi, dal favoloso (pare) negozio del signor Ronchi, che esponeva meravigliosi giocattoli in legno (no, la playstation non c’era ancora…) Non è possibile concludere questa breve descrizione non ricordando che i locali della galleria furono anche il ritrovo di molti artisti e letterati di uno dei movimenti più “ribelli” della seconda metà dell’800: gli Scapigliati; erano artisti che contestavano la cultura tradizionale, ribelli al conformismo e che riuscirono a creare quel sentimento di amore-odio nei confronti degli intellettuali, il mito dei “poeti maledetti”, sulle orme del celebre romanzo di Paul Verlaine. Per un approfondimento sul tema, rimando a questa pagina di Wikipedia. Nel 1935 la galleria De’ Cristoforis cessò di esistere, ma il comune – dopo il secondo conflitto mondiale – decise di assegnare lo stesso toponimo a un altro passaggio, al di là della piazzetta San Carlo, quasi a titolo di risarcimento morale…
Corso e piazzale Lodi
E’ una delle strade di accesso alla città più antiche e importanti: tutto cominciò nel 187 a.C. quando il console Marco Emilio Lepido fece costruire una strada diretta tra Rimini (Ariminium) e Piacenza (Placentia), una strada che da lui prese il nome – la via Emilia – e che per estensione venne successivamente assegnato anche alla regione. Da Piacenza arrivare a Milano è stata questione di pochi anni, sebbene non se ne conosca esattamente il numero. Il motivo per cui inizialmente la via Emilia terminasse a Piacenza va ricercato nella strategia dei romani di difendere questa città che era ancora assediata dai Galli Boi, sebbene già sconfitti, ma che si erano accampati nelle vicinanze e quindi era necessario avere una via di comunicazione agevole per poter intervenire con la giusta tempestività in caso di necessità. Ovviamente la strada per arrivare a Milano – trattandosi sempre di pianura – era anch’essa rettilinea e “toccava” quindi anche Lodi. Affinché il tratto urbano in Milano assumesse il toponimo di corso Lodi si dovette però aspettare il 7 giugno del 1878, quando una delibera lo assegnò al primo tratto (visto da Milano) della Strada Provinciale Piacentina, che per un periodo si chiamò anche Strada provinciale per Lodi; questo primo tratto iniziava fuori da Porta Romana e terminava indicativamente all’altezza della stazione ferroviaria (che in quell’anno non esisteva ancora). Corso e piazzale Lodi 20/01/2011 di vecchiamilano E’ una delle strade di accesso alla città più antiche e importanti: tutto cominciò nel 187 a.C. quando il console Marco Emilio Lepido fece costruire una strada diretta tra Rimini (Ariminium) e Piacenza (Placentia), una strada che da lui prese il nome – la via Emilia – e che per estensione venne successivamente assegnato anche alla regione. Da Piacenza arrivare a Milano è stata questione di pochi anni, sebbene non se ne conosca esattamente il numero. Il motivo per cui inizialmente la via Emilia terminasse a Piacenza va ricercato nella strategia dei romani di difendere questa città che era ancora assediata dai Galli Boi, sebbene già sconfitti, ma che si erano accampati nelle vicinanze e quindi era necessario avere una via di comunicazione agevole per poter intervenire con la giusta tempestività in caso di necessità. Ovviamente la strada per arrivare a Milano – trattandosi sempre di pianura – era anch’essa rettilinea e “toccava” quindi anche Lodi. Affinché il tratto urbano in Milano assumesse il toponimo di corso Lodi si dovette però aspettare il 7 giugno del 1878, quando una delibera lo assegnò al primo tratto (visto da Milano) della Strada Provinciale Piacentina, che per un periodo si chiamò anche Strada provinciale per Lodi; questo primo tratto iniziava fuori da Porta Romana e terminava indicativamente all’altezza della stazione ferroviaria (che in quell’anno non esisteva ancora). E giusto per completare l’argomento relativo al “toponimo”, va rammentato che durante il ventennio fascista corso Lodi assunse il nome di corso XXVIII Ottobre a ricordare la marcia su Roma che avvenne proprio il 28 ottobre del 1922, data ufficiale di inizo dell’Era Fascista. Non dimentichiamo che esisteva – sempre nello stesso periodo – anche il toponimo via della Marcia su Roma assegnato al tratto terminale di via San Marco (cioè il tratto da via Castelfidardo fino ai Bastioni). Sempre in tema di “curiosità” relative ai nomi, l’Istituto Autonomo di Case Popolari (IACP) aveva battezzato un quartiere con il nome XXVIII Ottobre, ma che con il corso XXVIII Ottobre non aveva alcuna attinenza, infatti si trova (tuttora) tra la via Lodovico Montegani e la via Anton Giulio Barrili: si tratta del complesso che poi assunse il nome “Stadera”. Corso Lodi è stato per molti decenni percorso dal canale Redefossi “a vista”, prima che alla fine del XIX secolo si decise di farlo scorrere sotto il manto stradale. Il canale nella configurazione attuale è stato realizzato tra il 1783 e il 1786, come risposta alle frequenti esondazioni dei fiumi e canali a nord, come il Seveso, in particolar modo dopo che fu costruito il tratto finale della Martesana fino al Ponte delle Gabelle. Va precisato, però, che un prima traccia del Redefossi risale addirittura agli inizi del 1300. Il Redefossi ha quindi origine dalla Martesana in via Melchiorre Gioia, all’incrocio con viale Monte Grappa (di fronte alle famose “Cucine economiche”) e percorre praticamente tutta la cinta esterna delle mura spagnole fino a Porta Romana, dove “svolta” appunto in corso Lodi. La copertura del Redefossi è stata un’opera eseguita in tempi diversi, iniziata già a cavallo del XIX e XX secolo, proseguita all’epoca della chiusura della cerchia interna dei Navigli, per concludersi (nell’ambito del Comune di Milano) nei recenti anni ’60 quando fu eseguita la tombinatura anche della Martesana in via Melchiorre Gioia. Il canale ritorna ad essere visibile all’altezza di San Giuliano Milanese, prima di confluire nella Vettabbia, che a sua volta si immette – poco dopo – nel Lambro. Chi volesse approfondire il tema del Redefossi, può leggere le interessanti pagine del sito dell’Associazione Culturale Zivido che trattano questo tema. Un altro elemento di interesse di Corso Lodi è lo scalo ferroviario di Porta Romana che fu inaugurato (inizialmente solo per il traffico merci) nel 1896, nell’ottica della realizzazione della “cintura sud” della città; la prossimità dello scalo merci all’inizio del ‘900 è stato probabilmente uno dei principali motivi che ha determinato la scelta della locazione per lo stabilimento del Tecnomasio Italiano Brown Boveri (T.I.B.B.) Il Tecnomasio Italiano è stata una società italiana nata nel 1871 che nel 1903 si è fusa, a seguito di una acquisizione, con la società svizzera Brown Boveri, dando così origine ad una importante società, la T.I.B.B. appunto, del settore metalmeccanico che ha operato principalmente nella produzione di mezzi di trasporto come treni, tram e relative infrastrutture. Nel corso degli anni – e particolarmente negli anni recenti – ha subito altre importanti trasformazioni societare (tra cui la fusione con la Asea e con la Daimler Benz) che nel 2001 sono sfociate nella confluenza con il gruppo Bombardier canadese. Ma ancora oggi sono in circolazione vetture ATM con impresso il marchio T.I.B.B. su uno o più componenti (per alcune vetture sono stati realizzati i carrelli, per altre gli impianti elettrici). E purtroppo si deve ricordare che proprio piazzale Lodi, vista la vicinanza dello scalo merci e del Tecnomasio, fu bersaglio delle bombe sganciate dagli aerei durante gli attacchi che Milano ha subito in quantità veramente esagerata durante il secondo conflitto mondiale. Ecco un immagine di come è stato ridotto un palazzo proprio nel nostro piazzale dopo un bombardamento inglese nel tragico agosto del ’43… E per concludere una “chicca” che non siamo riusciti ad includere nell’articolo su piazzale Corvetto, il piazzale che conclude corso Lodi, capolinea per molti anni del 13, del 20 e del 22: il Corvetto senza sopraelevata era proprio un bel piazzale… E a proposito di tram, è da notare quello in primo piano (un vettura della linea 32) che si reca alla stazione di Rogoredo…
Periferie
La Bovisa: dalle mucche (“boves”) alle eccellenze moderne Storia di un semplice borgo rurale divenuto l’odierna zona di archeologia industriale più importante di Milano Nel settore nord-ovest di Milano esiste un borgo il cui nome evoca tempi di industrializzazione spinta: Bovisa. E pensare che il nome deriverebbe da “boves”, cioè buoi, attestando così la sua antica vocazione agricola. Il toponimo viene citato per la prima volta nel 1574. Il borgo, che ospitava anche numerose ville, sorge intorno alla cascina Bovisa, facilmente individuabile nel suo nucleo originario sulla mappa settecentesca del Catasto Teresiano: essa sorgeva tra le attuali vie Varè, Ricotti e Mercantini e ne sono visibili in parte ancora oggi alcuni elementi residenziali in via Varè. Il borgo sorgeva in quella parte di territorio inserito tra la Cerchia dei Bastioni Spagnoli e i comuni circonvicini, e nel 1757 la legge di Maria Teresa (attuata nel 1782 dal figlio Giuseppe II) che prevedeva lo spostamento dei cimiteri al di fuori delle mura cittadine lo fece annettere al neonato comune detto dei “Corpi Santi di Milano”. Questo comune verrà poi incluso nel Comune di Milano il 1° settembre 1873 con Regio Decreto di annessione. La Bovisa e le cascine circostanti costituivano il retroterra del popolato “Borgo degli Ortolani” che si trovava fuori Porta Tenaglia . CASCINA ALBANA Corte della cascina Albana, Bovisa Del periodo agreste della Bovisa resta un’interessante testimonianza: la cascina Albana. Essa apparteneva ai Marchesi Brivio e veniva data ai contadini con un contratto di tipo “colonico misto”, per cui ciascuna famiglia pagava in denaro l’affitto dei locali ed era tenuta a versare una parte fissa del raccolto. Nella cascina venivano allevati i bachi da seta e per questo tutto attorno erano fatti crescere alberi di gelso. Quasi ogni famiglia possedeva un animale e lo allevava, anche se l’attività prevalente era legata alla coltivazione dei campi, dei frutteti e degli orti. Santa Maria del Buon Consiglio, affresco con le fabbriche della Bovisa Il passaggio dal periodo agreste al periodo industriale è testimoniato anche dal fatto che nella attuale chiesa della Bovisa, di Santa Maria del Buon Consiglio, sorta in via Ricotti su progetto di Monsignor Spirito Chiappetta (progettista tra l’altro di San Camillo De Lellis), tra il 1911 ed il 1917, si trova, alla sinistra dell’altare, un affresco in cui è raffigurata una Madonna con lo sfondo delle ciminiere della Bovisa. BALESTRINI-LIVELLARA DAL 1935 Tra le tante industrie della Bovisa ne vogliamo ricordare due per il loro recente riutilizzo, che segue la trasformazione del borgo in quartiere di servizi. Le “Cristallerie Livellara” nacquero nel 1923 a Gorizia come azienda commerciale, con attività e interesse rivolto verso gli articoli per la casa, con particolare attenzione per la porcellana e per il vetro, importato dalla Cecoslovacchia. La facciata futurista dell’ex oleificio Balestrini, 1935, poi Livellara dal 1964 Nel 1946 l’azienda decise di acquistare le Conterie Muranesi e produrre così un cristallo “diverso” dal tradizionale cristallo inglese o boemo. Dal 1952 questa tecnica venne portata a Milano, prima nella sede in viale Certosa, poi, nel 1964, nell’attuale sede, in via Bovisasca 59, all’interno delle strutture di un ex-oleificio, il Balestrini, un interessantissimo edificio di archeologia industriale. Nel 2015, all’interno dell’edificio, è stato aperto un locale pubblico dal nome “Spirit de Milan”, luogo dove incontrare personaggi della vecchia Milano e imparare non solo il dialetto, ma anche qualche passo di swing. CERETTI & TANFANI, POLITECNICO La facciata della Ceretti e Tanfani, oggi Campus del Politecnico Bovisa La Ceretti e Tanfani, invece, è un’industria che dal 1894 produce macchine ed apparecchi di sollevamento, cavi e funi. La tecnologia dei metalli infatti ne consentì l’applicazione solo alla fine dell’Ottocento, e fu allora che in Italia l’entusiasmo degli ingegneri milanesi Giulio Ceretti e Vincenzo Tanfani dette vita all’azienda che ancora porta il loro nome. Oggi negli stessi edifici ristrutturati è collocato il Campus Bovisa del Politecnico di Milano relativo alle Scuole di Architettura e alla Scuola di Design, che ospita anche importanti strutture di ricerca: il tutto, nel senso di una continua trasformazione del borgo. PAESAGGIO CELEBRE PER I GASOMETRI Gasometri della Bovina, area della Goccia Va poi sottolineata l’importanza del gas: in via Giampietrino, racchiusa dall’anello ferroviario, era infatti la zona dove nel 1905 iniziò la costruzione delle Officine del Gas, che fornivano l’intera città attraverso una rete sotterranea. Erano immediatamente riconoscibili per gli enormi contenitori che servivano allo stoccaggio del gas, detti ‘gasometri’. Le officine del gas alla Bovisa iniziarono l’attività nel 1908; la produzione era affiancata da quella delle Officine di San Celso, che successivamente, nel 1934, vennero chiuse con l’ingrandirsi delle officine in Bovisa. Le Officine erano raccordate alla rete ferroviaria per l’approvvigionamento delle materie prime (3). Nell’area sorgeva inoltre la Villa Librera, ora scomparsa, che era circondata da un grande parco con alberi ad alto fusto e da terreni coltivati e irrigati dal Fontanile Marinella. UNA FONTANA PER I CADUTI DELLA BOVISA Fontana di p. Bausan dedicata ai Caduti Chiudiamo infine con il monumento principale della Bovisa: in piazzale Bausan si trova una bella fontana dedicata ai Caduti della I Guerra Mondiale, realizzata nel 1928 dallo scultore Pogliani. Sull’orlo del tamburo sono incisi i seguenti versi di D’Annunzio: “FONTANA PIA, LA TUA VOCE QUIETA IN MURMURE PERENNE CI RACCONTA STORIE DEL PIAVE, STORIE DELL’ISONZO. ESSA E’ LA VOCE DEI NOSTRI MORTI CHE GIAMMAI SI ESTINGUE”. Parte Prima
Dergano
Cenni storici
La più antica notizia certificata dell’esistenza di Dergano risale al 1186 ed è un testamento. Ma Dergano deve avere radici più antiche in quanto il nome è di origine celtica, inoltre sono stati ritrovati resti di una chiesa romanica. Addirittura nel vecchio municipio era conservato un coperchio di un vecchio sarcofago e una lapide funeraria di epoca Romana.
L’antico percorso stradale che collegava Milano a Como transitava nella piazza Dergano, così nacquero numerose taverne e osterie. Una su tutti il celebre ristorante S.Carlo, ora abbattuto. Il percorso Milano-Como si modificò con la costruzione, in epoca napoleonica, della via Como (attuale via Imbonati).
Intorno al 1300 la maggior parte della zona Dergano fu governata da ricchi possidenti, la più importante era la famiglia Taverna che costruì la famosa Villa Taverna.
Nel 1797, in piazza Dergano viene eretto l’“albero della libertà” che simboleggiava l’adesione agli ideali rivoluzionari: Libertà, Uguaglianza e Fratellanza. Anche i nostri poveri contadini ne avevano fin sopra i capelli di conti, marchesi, feudatari conventi e ordini religiosi che da sempre la facevano da padrone. Curioso il consenso del parroco che solennizzò la manifestazione con il suono delle campane.
Giuseppina di Beauharnais fu la prima moglie di Napoleone (si sposarono a Parigi il 9 marzo 1796). Suo figlio fu nominato da Napoleone vicerè d’Italia, per rendere Milano degna di una capitale ne estese i confini, includendo anche Dergano.
Il 30 Gennaio 1896 è stato inaugurato l‘ospedale di malattie infettive Agostino Bassi ora sede di un grande parco in via Livigno. Il 30 Maggio 1979 l’ospedale fu chiuso, in 83 anni, grazie a personalità come il dott. Giovanni Polverini, l’ospedale ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di tecniche per contrastare malattie come vaiolo, difterite e tifo
Negli anni tra il 1900 e il 1910 nacquero a Dergano circoli e cooperative come la cooperativa edificatrice e il circolo Rinascimento. Queste associazioni di cittadini erano una continua fonte di iniziative: da corsi per il recupero degli analfabeti alla creazione di una banda musicale, dalla creazione di un forno cooperativo, a una biblioteca, da un luogo di ricreazione laico al sindacato operaio. Inoltre le case costruite dalla cooperativa furono il frutto di un concetto nuovo di proprietà privata perché le case erano abitate da soci che non ne diventavano a tutti gli effetti proprietari ma servivano a coloro che non avessero potuto permettersi di acquistare una casa propria.
1922: il quartiere fu assalito dai fascisti, i cittadini subirono violenze di ogni genere. In particolare ci fu una vera e propria battaglia al circolo rinascimento. Nello scontro ci furono due morti, un fascista e un socialista. Il circolo fu devastato e chiuso.
Gli scioperi del Marzo 1943 coinvolsero il polo industriale Bovisa-Affori-Dergano. Questi scioperi furono di fondamentale importanza nel panorama dell II Guerra Mondiale perché la voce degli operai in sciopero contribuì alla caduta del regime fascista.
Le Industrie du Dergano
CARLO ERBA Carlo Erba, pioniere dell’industria, diede vita a un primo laboratorio nel 1851 che andò via via ingrandendosi con i nuovi stabilimenti a Baranzate (1880) e a Dergano (1892). Era la maggiore industria di medicinali in Italia.
MAPEI La ditta, nata a Dergano nel 1937, era posta nella parte più remota del quartiere, in via Cafiero. Oggi è leader mondiale nella produzione di adesivi e prodotti chimici per l’edilizia, si caratterizza per l’ampio spazio dedicato alla ricerca e allo sviluppo di prodotti eco-sostenibli. L’azienda, fondata dal padre Rodolfo, è oggi guidata da Giorgio Squinzi che dal 2012 è anche presidente di Confindustria.
ZAINI Luigi Zaini trasformò il suo laboratorio artigianale in una fabbrica di successo per la produzione di dolci, cioccolato e caramelle. Tra il 1917 e il 1918, in via Imbonati, si costruirà l’attuale fabbrica. I suoi prodotti sono oggi diffusi in tutta Europa e in molti paesi del Mondo.
ITALCIMA Ex fabbrica di cioccolato chiusa negli anni ’70, sorgeva a Dergano in un edificio costruito nel 1932-36 che porta la firma di Gio Ponti e di Luciano Baldessari. Rimane una delle più significative realizzazioni del razionalismo milanese.
Hanno mosso i primi passi a Dergano anche Enrico Mattei che, con la fondazione dell’ Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), ha dato il via alla più importante industria statale italiana.
In tutto il quartiere vi erano anche numerosi corrieri e aziende di trasporto merci. I trasportatori e gli operai spesso pranzavano nella zona e così nacquero un gran numero di osterie e trattorie, oggi per la maggior parte scomparse.
In parallelo allo sviluppo industriale del secondo dopoguerra ci fu il fenomeno dell’immigrazione dal sud verso il nord (soprattutto Torino, Milano e Genova, il cosìdetto triangolo industriale). Il nostro quartiere, così ricco di lavoro e industrie ne fu coinvolto in pieno. L’immigrazione di quegli anni può essere messa in dialogo con quanto accade oggi: ci troviamo ad ospitare persone con lingua, cultura e abitudini diverse dalle nostre. Gli incontri tra diverse culture non sono mai stati facili, non lo sono stati ieri con coloro che venivano chiamati “terroni” e non lo sono oggi con i nuovi arrivati. Chi voglia vedere dove si fa integrazione (quella vera) si rechi alla biblioteca Dergano-Bovisa. Il 15% dei fruitori sono stranieri, prevalentemente cinesi e arabi, inoltre la biblioteca organizza numerose mostre, incontri, film e concerti.
DERGANO E L’ARTE – MILANO FILMS Sorse nel dicembre 1909 dalla trasformazione della SAFFI-Comerio in Società Anonima Milano Films aveva sede legale in via San Paolo 22 e lo stabilimento in via Farini, su iniziativa di personalità aristocratiche come il barone Paolo Ajroldi di Robbiate, i conti Pier Gaetnano Venino, Giovanni e Giuseppe vìvisconti di Modrone, Mario Miniscalchi Erizzo, Carlo Porro e il principe Urbano Del Drago. Nel 1911 la Milano Films realizzò L’inferno ispirato alla celebre opera di Dante. Fu il primo lungometraggio italiano. Nello stesso anno fu inaugurata la nuova sede, tra le vie Maffucci, Baldinucci, Davanzati e Candiani. La chiusura avvenne negli anni ’30 ma ci sono stati lasciati film da annoverare nella storia del cinema.
La Martesana 3
LA TRATTORIA DELLA MAGOLFA Una serie di immagini del palazzo in via Magolfa 15 che ha ospitato per decenni l'omonima trattoria, sostituita oggi da una pizzeria egiziana. Il quartiere della Magolfa è il triangolo compreso tra i due navigli, la darsena e a sud chiuso un tempo dal Sieroterapico. L'origine del nome è longobarda, il significato ormai dimenticato. Due canali la attraversavano, la roggia Boniforte lungo via Argelati e la roggia della Triulza in via Magolfa, esattamente quella che si vede correre davanti l'ingresso della trattoria. Per tutto l'800 la Magolfa fu il quartiere degli spazzacamini, lavoratori stagionali che arrivavano in centinaia dalla Val Vigezzo, in Piemonte. Alla Magolfa infatti si trova ancor oggi la chiesetta gotica del '500 di Santa Maria del Sasso, omaggio ad un santuario della Val Vigezzo, dove si trovava un dipinto della Madonna protettrice degli spazzacamini. In via Argelati si trovava invece un commerciante di cenere all'ingrosso, comprava dagli spazzacamini e rivendeva ai conciatori di pelle della Vetra e ai produttori di lisciva, un sostituto del sapone usato per secoli dalle lavandaie milanesi lungo i navigli e le rogge.
Insulti in dialetto lombardo: più risa che offesa
Elogio del «Barlafus». I sorridenti insulti in dialetto lombardo: battesimi di osteria, ironie che alleviavano le fatiche dei campi, offese complici ma sprezzanti. «Sciurass!» contorce sul viso un disprezzo giacobino per lo sciatto riccone, che l’italiano chiama appena «signorotto». Gli insulti in dialetto lombardo non hanno la punta avvelenata. Scuotono più riso che rabbia. Il geometrico «rutunt» (rotondo) disegna una mente senza spigoli d’acutezza. «Intrech» (intero), «tripee» denunciano scarsa manualità in chi sembri tripode pericolante o ceppo da sbozzare. Il paragone con gli oggetti restituisce l’immobile imbarazzo dell’insultato, che si lascia muovere dagli altri come un «barnàsc» (paletta da camino), un «siful da trii büs» (piffero troppo breve) o un «gabàss» in cui i muratori rimestino. Ma la goffaggine ha dei complici: l’intorpidito è «imbesüii», lo sfaticato «landanùm», «lifroch», «liscum» (che intrecci d’inverno in stalla corde di cartocci o carice palustre), «libranôs» da «Libera nos Domine» (Dio ne scampi). «Lôch» (da «loco», stupido) e «palanda» (da «hopalanda», veste da prostituta, aggravato in «palandrùm») adombrano spagnole disonestà dietro la pigrizia. Analoghi «scalabrìn» (malandrino) dal francese e, dal croato, «tépa» (violento). Storicamente credulo è il «balabiôtt», sbrindellato popolano che festeggia in piazza la venuta di Napoleone liberatore, ballando attorno agli alberi della Libertà giacobina. Di un generale napoleonico, Billot, il dialetto assunse il nome ad insulto; quasi per vendetta a quell’illusione. E già ai dominatori spagnoli aveva sottratto offese come «tarlôch» o «gandùla» per dirli sciocchi. Il «laciòtt» lo è nell’innocenza di chi ancora succhi il latte materno. Presto ch’è tardi, chi riesca liquidatorio in tutto è un «pisimprésa», di fretta anche nella minzione. Ai bimbi erano rivolti a basso voltaggio insulti in dialetto lombardo: «firfôll» (trottola), «masapiócc» (ammazzapidocchi che è anche il pollice), «sacranùm», «pirimpéstul», «scempioldu», «màrtul», «maa da coo» (emicrania). «Ragnéra» è il bambino che spazientisca i genitori come una ragnatela in viso, «sinsigùm» il cucciolo che ingaggi continue liti coi fratelli. «Barabìn» è il novello Barabba, «dasferlu» un discolo che sfilacci la pazienza di chi lo accudisce. Più adulti risuonano insulti in dialetto lombardo quali «gnöch» (cocciuto), «sgabèll» (terra-terra), «tambor» (tardo), «gross» (grezzo), «pinpàl» (peggiorato in «pinpalùm» alludendo a fisica grossolanità), «malmustus» (sgarbato), «tremacùa» (vigliacco), «cagadubi» (amletico), «safurmènt» o «maltrainsema» (arrangiato), «piugiatt» (pitocco), «grandùm» (tronfio), «patòsc» (fiacco), «bucascia» o «strascée» (volgare), «lögia da casott» (scrofa rinchiusa) e «menafrecc», che cala cioè brevi inverni di discordia o disagio. Il «gratacüu» è importuno come il cinorrodo della rosa canina, così detto in brianzolo: mangiato a crudo, provocando pruriti molesti per via dei semi numerosi. Non mancano insulti in dialetto lombardo all’interrogativa retorica, domandando «ta busciat?» a chi lanci idee brusche come tappi di spumante; «sa sbasat?» a chi abbatte le stime sul proprio ingegno. Il taccagno («tignùm» o peggio «marsciùm») vuole indietro la pelle della pulce che gli hai levato: «vor indrée la pèl dal pulas».Tra ubriachi si barattavano perlopiù «balòris» e «buiùm», forse da «bói» (abbaiare). Ma il più felice epiteto d’inutilità resta «barlafüs»: la minima base dove le filatrici prillavano il fuso, che poteva girare anche senza. Era insomma accessorio come la persona che ne riscuota il titolo. T e R arrotano insulti in dialetto lombardo come «ròdach» (vendicativo) o «stròlach» (zingaro da «astrologo»), esteso a chiunque vesta trasandato. «Patôla» chiama, insieme all’ingenuo, il vuoto sul retro dei calzoni. Chi lo mostri è «scasii», termine d’intersezione tra miseria e gracilità. Ha la «crapa dala Baratöla» (Angela Maria Beretta, celebre nana di Trezzo sull’Adda) chi porti i capelli scarmigliati. Il «gôs» o «racanatt» eccede nel bere, nell’arrotondarsi la pancia il «tanasciott». Echeggiano insulti anche dalla cucina, dove il raffinato è «spisiee» (farmacista). L’erba «betoniga» nomina la donna invadente. «Ramulàss» è la rapa, insipida e invisibile come la persona che ne sopporti l’appellativo. «Büséca» (trippa), «cudigùm» (cotica), «grass da rost» (grasso d’arrosto), «limum» (limone) e «cagiada» (cagliata) sono insulti in dialetto lombardo che accusano insignificanza: pallore fisico o morale. Sul latino «bis luridus», due volte pallido, il dialetto ricalca tra l’altro «balurdùm» (capogiro) e quindi «balurt». Svanito. Dell’italiano arcaico «malnato» gli insulti in dialetto lombardo ritrovano «malnàtt», smorzato però a sorridente offesa come «baloss», «tatùm» o «giubiòo» che ammettono complicità con l’insultato. La stessa sottesa a «l’è da catà!»: è cioè da raccogliere. «Taca i picai ai scirés» (attacca i piccioli alle ciliegie) chi insegni banalità all’ingenuo, che dovrebbe scendere dal «murum» (gelso). Il noioso è un «tödi», eco di «tedio», o un «runòbis» monocorde e prevedibile come la formula «Ora pro nobis» in risposta alle litanie. Si consiglia al seccatore di andarsene a drizzare «banis» (confetti) o a «pertegà» (bacchiare) le noci che, mature, cascherebbero da loro. Può altrimenti scegliere di suonare l’organo a Baggio («Bacc»), nella cui chiesa pare fosse solo dipinto o rincasare la per via più lunga e insidiosa, lungo il fiume: «Va’ a cà da l’argin!». Quasi ogni vocabolo dei campi ha potenziale ingiurioso. Lo sprovveduto è «pulastar» (pollastro) o «cucumar» (cetriolo); «sciatum» chi arraffi con voracità di rospo («sciatt»). Il furbastro è «animàl da foss sensa cua», oscura bestia di roggia. L’ubriaco, il sudicio lo sono «cum’è ‘n ratt» (topo, totemico quasi). Il titolo può aggravarsi in «ratùm», «ratunasc» persino. E le caricature così concluse sono totali. Gridare «sciurass!» contorce sul viso un disprezzo giacobino per lo sciatto riccone, che l’italiano chiama appena «signorotto».
EL BARBAPEDANA
Enrico Molaschi, in arte "Barbapedana", soprannome con cui era noto in tutta la città, tanto quanto il vero nome non diceva niente a nessuno, era un menestrello dell'Ottocento; oggi sarebbero definiti cantautori e fu considerato il più bravo e famoso di quel secolo. A Milano, sin dal Cinquento, in praticamente tutte le osterie e bettole, era d'obbligo la presenza di un cantastorie, che si accompagnavano con uno strumento musicale, a fiato o, più spesso, a corde. Sin da quel secolo vengono citati da vari autori alcuni di questi menestrelli, ma il nome "barbapedana" è citato un secolo dopo e per la prima volta da Carlo Maria Maggi, nel suo lavoro "Il Barone di Birbanza"; i "barbapedanna" erano giovani scapestrati, figli della bassa nobiltà o dei ricchi mercanti, che erano soliti girare per Milano portando il mantello appoggiato sulla spalla e abbordando le giovinette, definite "squinze". Un secolo dopo un "Barba Pedana" è il soggetto di una "pifferata" di Antonio da Bagolino, descritto nel testo come un gran guerriero. Enrico Molaschi era nato a Milano il 1° gennaio 1823 e morto alla Baggina nel 1911; iniziò la sua attività di cantastorie a Paullo, dove si era trasferito e dove iniziò a farsi chiamare "el Barbapedana", e solo nel 1862 tornò a Milano con moglie e 7 figli, andando a vivere in vicolo Bindellino, una stradina scomparsa a Porta Tosa, che oggi sarebbe tra via Cesare Battisti e corso di Porta Vittoria, quasi di fronte al Tribunale. Nel giro di pochissimo tempo divenne famosissimo, tanto che il suo modo di vestirsi, con un grande giubbone nero, con in testa il gran cappello a cilindro, con infilate nel nastro una grande penna di gallo e la coda di uno scoiattolo e a tracolla la chitarra, divenne una sorta di "divisa" per tutti i cantautori della città e del contado. Anche il suo soprannome, "el Barbapedana", divenne rapidamente il nome con cui erano chiamati tutti i cantastorie della città. Molaschi era solito girare tutte le principali osterie di Milano e spesso era chiamato a suonare in feste e matrimoni privati; il suo arrivo nei pressi delle osterie veniva contraddistinto dal suono di una marcetta e dal canto di alcune strofe che iniziavano sempre così: "Barbapedana el gh’aveva on gilè Senza el denanz e cont via el dedree, Cont i sacòcc longh ona spanna, l’era el gilè del Barbapedana… Barbapedanna el gh’aveva on s’cioppett Per sparà contrà i solda de Maomett E ‘sto s’ciopett longh ona spanna L’era el s’cioppett del Barbapedanna. E da Bersaglier che l’era El sparava voletela El sparava ‘l s’cioppettin Contra i trupp di Beduin. Durante i mesi estivi era sovente chiamato a suonare durante i banchetti che si tenevano nelle grandi ville di delizia che le famiglie più ricche possedevano in Brianza, nel Martesana e verso il Ticino. Nel suo repertorio c'erano galop, mazurke, valzer, polke e tutto il repertorio della canzone milanese, il tutto accompagnato con la chitarre, di cui si diceva essere un maestro assoluto. La sua fama divenne così grande che quando la famiglia reale venne in visita a Monza, invitò il Barbapedana a suonare presso la Villa Reale. La regina Margherita, fu talmente entusiasta del concerto che il Molaschi eseguì sotto i suoi occhi, che gli regalò una preziosa chitarra nuova. Il Molaschi continò però ad usare la sua chitarra, del 1823, un ottimo strumento realizzato dal liutaio Antonio Rovetta, che aveva bottega in via Santa Radegonda. Un altro dei suoi apici di fama fu raggiunto durante un Carnevalone Ambrosiano, quando fu eletto a furor di popolo, Re del Carnevale. Vestito con un prezioso giaccone d'ermellino e con la corone in testa, intrattenne il pubblico con una serie di sfrenati concerti al Teatro della Cannobiana. Intorno al 1880 i gusti musicali andavano cambiando e il Molaschi aveva tra l'altro ormai perso tutti i denti, non riuscendo più a cantare. Girava così per le osterie suonando la chitarra e fischiettando i pezzi. Sul finire del secolo il Molaschi venne portato dai familiari, ormai ben 9 figli, al Pio Albergo Trivulzio, il grandissimo ospizio che allora si trovava in via della Signora, a Porta Vittoria, a pochi passi dalla casa del Molaschi. Quando nel 1910 il Pio Albergo Trivulzio fu trasferito nella nuova e vasta sede nell'omonima via, lungo la strada per Baggio, tanto da venir poi chiamato la Baggina, il Molaschi, quasi ottantenne, fu portato nella nuova sede, ma il Comune di Milano volle celebrarlo per un'ultima volta. Il duca Uberto Visconti di Modrone lo caricò sulla sua automobile scoperta e si mise in prima fila, ad aprire il lungo corte di "veggioni", che a piedi andavano da via della Signora sino alla Baggina; il Molaschi imbracciò per un'ultima volta la sua chitarra e per tutto il lungo tragitto suonò i suoi pezzi più celebri. Ali di folla accompagnarono il corteo per tutto il suo tragitto. "El Barbapedana" morì l'anno successivo, il 26 ottobre 1911. La sua celebre chitarra venne salvata ed è oggi esposta nel Museo degli Istrumenti Musicali al Castello Sforzesco di Milano. La sua canzone più famosa si intitolava "El Piscinin", di cui si è salvato un manoscritto coevo agli anni in cui il Molaschi suonava. La canzone era tipica della Pianura Padana, antichissima e di autore sconosciuto, cantanta nelle osterie di tutte le città e paesi, nei differenti dialetti. Il Molaschi rese però talmente celebre la sua versione in milanese, che già a fine Ottocento "El Piscinin" veniva descritta come una tipica canzone meneghina! Per picinin che l'era el balava volonterra el ballava su'n quattrin de tant che lera picinin; Con un brassa de Fustagn la fà forra tutti pagn na vansà un bucunin la fà forra un barettin de tant che lera picinin; Con un brazza de Terlis la fà forra sessanta camis na vansa un tantirolin la fa forra i manscunin de tant che lerra picinin; Con la pena d'un puresin la fa forra un bel Lettin na vansà un tantirolin la impenii dù Cossinin de tant che lerra picinin; Con un oregia de camus la fa forra dusent pappus e na vansà un tantirolin la fa forra i sibrettin de tant che lerra picinin; Con una segia de Calcina la fa sà chà e Cusina nà avansà un tantirolin la fà forra anche el Camin de tant che lerra picinin; Con un tochel de cadenass la fa forra mojetta e bernass na vansà un buconin la fa forra el Cadenin de tacassù el sò pignatin de tant che lerra picinin; Con una gugia de calsset la fà forra tresent stachet na vansà un bucunin la fà forra el martelin de picà dent i stachetin de tant che lerra picinin; Con una gugia da cusì la fa forra sapa e bajì nà vansà un tantirolin la fa forra ancha el Folcin de taiatoch i bachettin de tant che lerra picinin.
Nell'ormai scomparsa Piazza della rosa (oggi Piazza Pio xi Pinacoteca Ambrosiana) sorgeva uno dei bar,bottiglieria piu' famosi dell'ottocento,lo Scottum, dal nome del liquore inventato dal proprietario e che ebbe un successo clamoroso. Il liquore era composto con Aloe succo trino (ricavato dall’aloe), dalla radice Colombo (Iatrorrhiza palmata, dal sapore amarissimo e piccante) e da rabarbaro . (“Le droghe in fusione nello spirito per giorni 8, dopo si colano e si unisce il vino e lo zucchero bruciato”).
Se gh'an de di...(Anonimo) - I GUFI A COLORI
La Martesana 2
La Martesana 1