In un pianeta 2.0 che rivendica pace e miglior attenzione alle tematiche ambientali, noi giovani architetti abbiamo il compito e il dovere di fare la nostra piccola parte. Con la conoscenza approfondita nel percorso universitario e grazie alla professionalità e competenza del mio relatore P. Giandebiaggi, mi sono messa in gioco anche io, cercando di conferire una nuova vita a ciò che oggi è un oggetto architettonico dismesso e abbandonato. Salvaguardare il nostro ambiente oggi giorno significa anche valorizzare riusare ciò che ci circonda anche quando questo non ha il valore di un palazzo o un edificio storico.
Un pò acciaccata, stanca e soddisfatta torno nella mia isola che non c’è con un’altra me! Non sono cambiata nell’aspetto, non son diventata più alta e non ho neppure cambiato colore di capelli, ma da oggi torno a scrivervi con una nuova consapevolezza: da oggi sono Architetto. Il grande giorno che mi ha proclamata architetto risale a poco meno di 72 ore fa e ancora oggi dopo una bella dormita non riesco a realizzare di essere riuscita ad essere ciò che da piccola ho sempre sognato. In tanti articoli pubblicati in questi lunghi 4 anni e mezzo vi ho raccontato il mio percorso, i miei sogni e i miei obiettivi, ma oggi voglio raccontarvi qualcosa di più… voglio mostrarvi il progetto che mi ha portato alla vetta di questo lungo percorso.
Nell’ultimo anno di studi ho scelto di intraprendere come specializzazione il restauro e il riuso dell’Architettura, nello specifico mi sono dedicata a quest’ultimo aspetto che era a me caro fin dai tempi della triennale. E in un mondo che sempre più saturo di parole, eventi e allarmismi sullo stato attuale e futuro del nostro pianeta, noi giovani architetti proviamo a far la nostra piccola parte. Il riuso è un concetto così in voga nell’epoca 2.0, talvolta così tanto abusato da non riconoscerne più nemmeno la corretta morfologia. Riuso è dare una nuova opportunità all’esistente: un’architettura già concepita, progettata e realizzata e nel tempo non conservata ed abbandonata. Non voglio raccontarvi per filo e per segno la situazione drammatica che è ben chiara agli esperti e così lontana alle orecchie del pubblico, ma è mio obiettivo anticiparvi i motivi e le ragioni che in parte mi hanno spinta a dedicarmi a questa tipologia di architettura.
Sono un’amante di tutto ciò che bello, noi architetti siamo esteta in continua ricerca della bellezza e per primi abbiamo sempre visto ciò che bello, vecchio, ma riutilizzabile. Ancora oggi professionisti di ogni genere hanno la tendenza a vedere solo ciò che oggettivamente ha un valore e predisporre paraocchi per tutto ciò che non rientra in questa gamma. Oggi giorno comportamenti di questo genere non sono più ammissibili. Noi progettisti dobbiamo avere e ricercare quella sensibilità che ci fa vedere oltre al classico bello e storico e comprendere che grandi potenzialità e valore possono appartenere anche a luoghi dismessi, abbandonati e fatiscenti. Noi giovani, abbiamo il compito di trasmettere questa sensibilità ai cittadini, donando loro gli strumenti per comprendere tutto questo. Noi abbiamo la fortuna di rivestire i panni di artefici per la trasformazione di un mondo degradato in un mondo migliore. Ed è qui che entra in scena il mio progetto di tesi, un progetto che ha visto l’ipotesi di trasformazione di un edificio industriale ormai dismesso e abbandonato.
Il soggetto in questione è l’edificio industriale denominato Ex Robuschi, ovvero un complesso costituito da due corpi di fabbrica, il primo che si sviluppa su 3 diversi piani contiene al piano terra degli ambienti per uffici, al piano primo residenze e al secondo spazio per deposito. Il secondo corpo di fabbrica è invece un tipico edificio industriale degli anni ’60 composto da 3 campate longitudinali che costituiscono un’ampio open space a tutta altezza di circa 8m e dalla superficie complessiva di 1077mq.
Logo della nuova destinazione d’uso scelta
Attraverso lo studio dell’edificio, dell’area circostante in cui esso è insediato e attraverso la predisposizione dello stesso, l’Ex Robuschi può essere riconvertita in mercato gastronomico, caratterizzato sia da un prototipo di ristorazione fast, sia da un prototipo di ristorazione tradizionale, con l’obiettivo non solo di riqualificare la struttura esistente, ma che sia anche imput per valorizzare e migliore il quartiere in cui è sedimentato.
Tavola di progetto – Food District
L’analisi urbanistica effettuata, prima sul quartiere San Leonardo poi sull’area di inquadramento scelta, ha fornito le linee guida per creare percorsi, collegamenti e accessi al lotto di progetto affinché la trasformazione risulti più fattibile e non perda di credibilità. Nella stesura del progetto, la presenza delle preesistenze si è rivelata un elemento vincolante perché elaborare sul costruito richiede una visione molto più ampia, infatti l’obiettivo principale non è stato solo quello di creare spazi utili alle esigenze richieste dalla nuova destinazione d’uso, ma, soprattutto, realizzarle senza snaturare eccessivamente l’impianto originale. Una delle prime considerazioni fatte è stato individuare le potenzialità e le criticità del costruito, scegliendo cosa mantenere e cosa eliminare anche in relazione ad accessi / percorsi e spazi esterni.
Dal punto di vista del nuovo progetto architettonico, il primo corpo di fabbrica svolge la funzione di edificio servente, ospitando al suo interno servizi, i principali collegamenti verticali, uffici amministrativi e l’ingresso al Mall Gastronomico che si sviluppa all’interno del secondo edificio.
Disposto su due livelli, troviamo al piano terra una ristorazione di tipo fast, distinta in itinerario di degustazione gastronomica con botteghe posizionate all’estremità del mercato, e di degustazione vino e birra al centro del mall.
Al piano superiore, attraverso due scale di collegamento contrapposte, è possibile accedere ad una ristorazione di tipo tradizionale: le unità ospitano 4 diverse tipologie ristorative: pizzeria, osteria e ristoranti di pesce e carne. Dal punto di vista architettonico questi ambienti godono di una duplice visibilità: lateralmente, sia a destra che a sinistra attraverso la predisposizione di pareti vetrate, è possibile osservare ed ammirare la struttura originale dell’Ex Robuschi, invece, rivolgendo lo sguardo verso l’alto, è possibile ammirare il sistema di copertura a shed, peculiarità dell’edificio.
La campata centrale oltre ad ospitare complementi d’arredo per la consumazione dei pasti e per l’interazione sociale, prevede anche una zona ricreativa polifunzionale, ricavata anch’essa dallo scheletro portante in acciaio, caratterizzata, al centro, da un caffè/pub e ai lati da un’area concerti/ esposizioni ed una fun per bambini.
L’area, inoltre, è sezionata trasversalmente da due passerelle che fungono sia da punto panoramico del mercato, sia da collegamento strutturale tra le botteghe poste all’estremità.
All’interno del progetto architettonico sono stati studiati alcuni aspetti non dichiarati dagli elaborati in pianta che, attraverso sezioni e prospetti, saranno più facilmente comprensibili.
Primo fra tutti è il tema della doppia altezza ottenuto attraverso la disposizione su due livelli del mercato gastronomico. Com’ è facilmente intuibile dalle sezioni trasversali e longitudinali, il piano soppalcato non è solo riservato alle unità commerciali, bensì, accoglie un sistema di passerelle opportunamente delimitate da balaustre in plexiglass, che circoscrivono la campata centrale.
Da un vincolo strutturale preesistente (travi e pilastri in calcestruzzo armato) si è ottenuto un gioco di punti di vista:
Trasversalmente, ai futuri fruitori del “Food District”, sarà permesso affacciarsi dalle passerelle panoramiche attraverso le quali potranno osservare l’ambiente, coglierne il volume, gli elementi ex novo e quelli preesistenti.
Contrariamente, in senso longitudinale, questo aspetto non sarà consentito a causa della presenza del vincolo disposto ad un’altezza tale da occludere la vista parallela. Tuttavia, coloro che si troveranno al piano terra potranno osservare, in prospettiva dal basso verso l’alto, le passerelle e ambienti ad essi limitrofi.
Con l’ausilio dei prospetti sarà più semplice comprendere le relazioni tra l’area di progetto e il suo intorno costruito. Particolare attenzione è stata dedicata alla scelta dei materiali che, non solo non snaturasse eccessivamente l’immagine storica dell’edificio, ma, al contrario, valorizzasse il nuovo e migliorasse l’esistente. A tal proposito risulta indispensabile ragionare distintamente sui due edifici del complesso: Il corpo di fabbrica di via Verona e il capannone industriale. Per il primo (su via Verona) si è deciso di mantenere solo in parte la struttura esistente; eliminando la porzione centrale si è ricavato l’ingresso al Food District e il volume in aggetto soprastante. Ulteriormente per i prospetti, non presentando grande valore storico e compositivo, si è optato per un rivestimento sia con facciata ventilata in policarbonato alveolare, le cui cromature richiamano quelle originali, sia in alucobond. La tipologia di rivestimento scelta risulta ben contestualizzata con l’intorno esistente, infatti il sistema in policarbonato, oltre ad essere un materiale innovativo in termini di isolamento termico e schermatura solare, non occulta completamente la facciata originale e richiama vagamente il carattere estetico degli edifici industriali della seconda metà del ‘900.
Per quanto riguarda il capannone industriale, invece, nei prospetti laterali si è deciso di conservare il tratto originale, sottoponendo i mattoni pieni delle facciate ad un processo di pulitura ed isolamento termico a placcaggio interno. Per soddisfare le esigenze e requisiti di progetto sono state, inoltre, inserite delle aperture disposte in corrispondenza delle uscite di sicurezza e degli accessi alle singole unità commerciali, per fornitori e per il personale. Per risolvere il dislivello tra il vecchio ed il nuovo piano di calpestio sono stati introdotti anche tre gradini ed una piccola rampa per scolo acque meteoriche, entrambi delimitati da due balaustre laterali in plexiglass opaco, contrassegnate da un numero di riferimento corrispondente alle botteghe. Per quanto riguarda il prospetto disposto a sud – est, sono state inserite grandi aperture per ogni campata al fine di migliorare l’illuminazione interna all’edificio.
Giunta al termine di questo lungo percorso, ho realmente inteso l’importanza e la complessità di un progetto di riuso e di riqualificazione dell’esistente. L’Ex Robuschi si è rivelato, per me, una grande occasione per misurarmi con i molteplici aspetti che quest’area ha sollecitato: il recupero dell’esistente, il contesto costruito e l’ipotesi di trasformabilità. L’obiettivo principale del mio lavoro non è solo limitato alla formulazione del progetto di riuso, ma si è spinto oltre un secondo fine: quello della rigenerazione di tutto il territorio limitrofo. Quest’ultimo aspetto è frutto di una lunga analisi storica ed urbanistica utile per ottenere un grado di conoscenza tale da individuare la soluzione più mirata, consapevole ed adeguata.
La rigenerazione dell’intorno è stato il punto focale da cui generare l’ipotesi di trasformazione e di progetto dell’Ex Robuschi, comprendendo non solo le sue criticità, ma, soprattutto, valorizzando e migliorando le sue potenzialità. Intraprendere questo lavoro è stato arduo e stimolante, ha saputo mettermi nella posizione in cui l’idea e la creatività del progettista non deve mai oltrepassare la memoria dell’esistente, piuttosto identificarsi come la chiave di lettura per comprendere ciò che si può mantenere e ciò che si può rinnovare. Con il mio progetto di tesi spero di aver dato una seconda opportunità all’Ex Robuschi, ricordando il suo passato e scrivendo un suo possibile futuro.
Autore e progettista: ELENA TANI
The future is here In un pianeta 2.0 che rivendica pace e miglior attenzione alle tematiche ambientali, noi giovani architetti abbiamo il compito e il dovere di fare la nostra piccola parte.