I miei primi ricordi risalgono, più o meno verosimilmente a quando avevo un anno. C'era il terremoto, la mamma mi infilò in una coperta a quadri gialli e azzurri e insieme andammo a rifugiarci in fondo al giardino. A un anno non sai di esistere, quindi molto bene.
A due anni è uguale, a cinque incominciano i problemi. Andavo all'asilo dalle suore. Ricordo la balaustra sulle scale di ghiaino, smussate da milioni di piccoli passi verso il dormitorio. Tantissimo chiasso, un bambino rosso di capelli che mi picchiava, lo scheletro di plastica coperto da un panno che andavamo a spiare, l'odore di verdure bollite del refettorio, gli scivoli. Avevo paura quasi di tutto, era un mondo fottutamente minaccioso, lontano dalla quiete della mia casa, i giochi, il giardino.
A sei è uguale, lo stesso spaesamento ma la scuola elementare mi era più affine. Una sola maestra, una ventina di compagni e compagne di cui sapevi il nome. Mi innamoravo già delle bambine.
A otto stai benissimo, alti e bassi ma scopri il mondo, sperimenti, io sono stato fortunato, mi lasciavano fare praticamente qualsiasi tipo di malanno. Poi mi rimproveravano ma era bello poter conoscere le cose attraverso le esperienze. Forse questa cosa la porto ancora con me, oggi.
Ero timido, molto timido, a dieci anni era ancora tutto bene, poi arrivarono le scuole medie. Fu un trauma, un cambiamento, un asilo per bambini grandi animato da dei vecchi astiosi, infastiditi. Io non ci capivo niente, inoltre incominciavo a crescere e ribellarmi, questo mix potentissimo fece sì che mi bocciassero in seconda media.
Solo i minorati mentali si fanno bocciare alle medie, credo sia stato un modo per denigrarmi, per mettermi un timbro a fuoco. Oggi ci rido, allora mi sentivo solo una merdina.
È notevole come da una certa età in poi si incominci a scandire il tempo in base a scuole e lavoro che frequentiamo, sostanzialmente in base al nostro ruolo nella società e non come individui.
Alle superiori finii in un istituto professionale di stato per l'industria e l'artigianato, il famoso IPSIA. Non mi fregava niente di industria e artigianato, a me piacevano le materie umanistiche, ma ricordo bene durante un colloquio i professori delle medie ridermi in faccia quando avanzai la mia intenzione di andare all'istituto magistrale. Un diploma senza futuro, carta straccia.
Però a me sarebbe piaciuto.
A 13 anni sei inserito nel contesto treno - scuola - treno-pomeriggi-figa che non vedrai mai - discoteca la domenica pomeriggio - goto start.
A quell'età nel mio male stavo bene, incominciava a delinearsi una forma di profondo spleen che mi accompagnerà fin bene oltre i trenta.
Incominciai a suonare la chitarra, mi ribellai a corsi di solfeggio e maestri, mi misi a fare di testa mia, come sempre, e i risultati erano penosi. Stavo bene, trovai un gruppo, suonavamo malissimo. Le prime feste, le prime birre. A 16 anni scrivevo, volevo fare il poeta. Leggevo i classici maledetti, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, era un modo per sentirsi a casa, anche loro apprezzavano il dolore, e in mezzo all'adolescenza cos'hai se non rabbia e dolore?
Le figa latitava sempre, non mi appassionavano cose come i vestiti, le moto, cazzeggiare fuori dall'oratorio, fumare, cose che attiravano le ragazze. Non ho mai fatto quello che non mi piaceva, nel bene e nel male, tanto meno per piacere a qualcuno.
A 18 non cambia molto, e nemmeno a venti.
Incominciai a capire qualcosa, a collocarmi da qualche parte nella società attorno ai 22 anni.
Mi aiutò molto la fine della scuola, vissi ancora un po' di tempo in modo svagato, da finto bohemien, credendo ancora di poter battere il determinismo, il copione che mi era stato consegnato, e diventare uno scrittore. Mi iscrissi a storia, cazzeggiai un anno in giro per Venezia e fù un'esperienza meravigliosa, anche se non frequentai nemmeno un corso. Mi ricordo le magnifiche librerie piene di raccolte di poeti, leggevo Montale sui ponti di Venezia, col mio pile a fiori anticoncezionale.
A 22 dunque arrivò la cartolina e andai obiettore.
Quasi contemporaneamente cominciai a stare male. Male - malessere - malissimo, un male inspiegabile. Quindi a 21, 22 capii che a stare male non si sta bene. I dottori non capivano, io ancora meno, e scendevo sempre più giù in fondo. L'anno dell'obiettore fù creativo, doloroso e inutile, non così inutile come lo sarebbe stato se fossi andato a fare il pagliaccio con la baionetta, le bombe a mano e il fez.
A 23 cominciavo a stare meglio ma ti risparmio il (lungo) racconto di come ci arrivai. Uscire dal vero male fa crescere, non è veloce, non è una passeggiata, è un momento di crescita vera. Superare il male, cioè crescere, significa riconoscere ciò che di positivo ci circonda. A 24 anni entrai nella Grande Azienda. A 24, 25 anni sei una premessa di ometto, incominci a guardare avanti sapendo di stare da qualche parte nella società degli uomini. Del tipo: sono nato qui, vivo qui, lavoro qui. Per uno cronicamente spaesato come me non era poco.
Vedevo un futuro tranquillo, il lavoro nella Grande Azienda come una calda coperta, il sabato libero, dei soldi, un'automobile nuova, molto altro.
Era tutto in salita ma una salita da fare assieme ad altri, tutti verso un destino comune: la crescita.
Crescere, noi e le nostre aspettative, accelerare, cioè crescere a un ritmo maggiore ogni anno. Darci dentro fino a incominciare a dubitare sul senso di alcune parole. Crescere: perchè?
E poi: noi siamo i migliori, devi dare di più. Devi chiedere cosa puoi fare tu per l'Azienda, non cosa l'Azienda può fare per te, tutti sono utili e nessuno è necessario, insomma stronzate di cui sono convinti solo capi e manager. Pillole di statiunitismo motivazionale mal coniugato. E poi, e poi... una lobotomia collettiva.
A 27, 28 stavo bene, a 29, a 30 un'ipotesi di uomo prende il brevetto di ometto. Festeggi il compleanno con i fedelissimi di una vita, puoi incominciare a parlare di vecchiaia, insomma sei nel pieno di una rappresentazione, di una farsa in cui dentro di te ti parli come a 20, anzi a 16, ma fuori metti i pantaloni di fustagno e l'orologio in acciaio inox.
A 33, 34 hai la ragazza, vivi, convivi, ti annoi, fai le vacanze, vendi la moto, compri il cane, cambi casa. A 35, 37 pensi che ne hai quasi 40 e a 40 incominci a preoccuparti per la durata delle tue erezioni.
A 40 inoltre incominci ad apprezzare alcune cose prima scontate, allegate al pacchetto vita che il buon Dio ti ha donato, che potrebbero non essere più disponibili a breve: il profumo della primavera, dormire una notte intera senza svegliarti, il tuo cane che ti ama, le persone che ti sono amiche, il fatto di non dover uccidere per sopravvivere, poter viaggiare, non avere un cancro in fase terminale o il parkinson.
Dopo i 40, i 43 il tipo di consapevolezza, di disillusione che mi ha sempre accompagnato, cambia. Non credo nell'uomo, nel progetto di mondo occidentale che ci stanno proponendo. Non credo in dio, in questa forma di economia, di sviluppo insostenibile ma apprezzo sempre di più quello che viene dal tempo. Le cose senza tempo, gli alberi, il mare, dev'essere la fase prima di andare a guardare gli scavi con la bicicletta. Eppure pensi alla storia, all'incredibile percorso che ci ha fatto arrivare fino a qui. Penso al corpo umano, atri, ventricoli, all'idea pazzesca che da minerali e polveri si sia formato tutto questo. Senza una regia, tutto per approssimazioni.
Hai mai pensato al mimetismo, al camaleonte, che cambia colore per nascondersi, per convenienza ma senza essersi mai guardato allo specchio...
Le piccole cose sono tutte grandi cose.