LA CASA E LA NATURA
Opere di Vittorio Buratti
Su Il secolo XIX di Genova viene illustrata la mostra che inaugura oggi alla galleria BBC Arte di Genova con il mio testo critico.
wallacepolsom
🪼
trying on a metaphor
will byers stan first human second

#extradirty
he wasn't even looking at me and he found me
Sweet Seals For You, Always
No title available

Origami Around
Lint Roller? I Barely Know Her
tumblr dot com
occasionally subtle
$LAYYYTER
"I'm Dorothy Gale from Kansas"
h
Jules of Nature

oozey mess
EXPECTATIONS

roma★
cherry valley forever

seen from United States

seen from Türkiye

seen from Malaysia

seen from Germany

seen from Türkiye
seen from Malaysia

seen from France

seen from Indonesia
seen from Italy

seen from Netherlands

seen from United States

seen from Singapore

seen from United Kingdom

seen from Singapore

seen from United States
seen from United States

seen from Sweden

seen from Singapore
seen from United States
seen from United States
@alicegatti
LA CASA E LA NATURA
Opere di Vittorio Buratti
Su Il secolo XIX di Genova viene illustrata la mostra che inaugura oggi alla galleria BBC Arte di Genova con il mio testo critico.
#artefiera 2015
Dall'alto da sinistra:
Oliviero Toscani e Emanuela Falcetti
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Giorgio Verzotti, direttore artistico insieme a Claudio Spadoni della manifestazione
Frankie Hi Energy
Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini
Michelangelo Pistoletto
Alessandro Bergonzoni
Giorgio Verzotti
Alcune immagini della Fiera
VITTORIO BURATTI - RITMI NELLA NATURA
PRESS RELEASE
Mostra personale dell’artista bolognese VITTORIO BURATTI
RITMI NELLA NATURA
24 GENNAIO / 28 MARZO 2015
Vernice: 24 gennaio dalle ore 19.30
Mostra inserita nel programma ART CITY WHITE NIGHT – Arte Fiera 2015 Bologna.
SPACEINTERIORS Bologna - Via di Corticella 205
Orari: dal martedì al sabato: 9.30/12.30 - 15.00/19.00, il mercoledì orario continuato 9.30/19.00
A cura di: Alice Gatti
Allestimento: OFFICINARKITETTURA
Ufficio Stampa: GIOBUR SRL
Info: +39 051 6388177 - [email protected] – infopaceinteriors.it
Web: www.spaceinteriors.it – www.giobur.it
https://www.facebook.com/VittorioBurattiArte
Abbiamo la possibilità di incontrare, lungo il nostro cammino, artisti che ci ricordano quanto un ritorno alla natura sia necessario. Per questo, come monito, decidono di raffigurarla così come l'abbiamo malamente alterata.
È questo il caso di Vittorio Buratti, artista che trasmette un messaggio preciso a proposito dell'ambiente che ci circonda: ne siamo inequivocabilmente dimentichi. Nei suoi lavori prende forma la visione di una società sofferente e schiava dell'era industriale, che non ha cura del suo habitat, sia a livello locale che globale. Vittorio Buratti quindi ci pone, attraverso le sue opere, una domanda molto semplice: l'uomo è condannato a vivere passivamente in questa giungla d'asfalto o ha la possibilità di migliorare il proprio stile di vita, agendo in maniera positiva anche e soprattuto sul paesaggio?
Certo, non sarà forse mai possibile, come auspicava Rosseau, compiere un pieno ritorno alla natura e abbandonare tutti quei comportamenti artificiosi non propri dell'uomo, ma è certamente necessario riflettere su questa tematica. Friedrich e Turner, due tra i più grandi maestri della raffigurazione paesaggistica, vedevano in essa un mezzo per ricongiungersi a sé stessi e all'opera divina. Buratti condivide questo sentire, ma non può rappresentare l’ambiente in un contesto armonioso.
Per questo lo rielabora bi dimensionalmente, con soluzioni cromatiche decise: quello scenario selvaggio e inglobante, proprio di un tempo, non è più vero agli occhi di chi osserva. Inserisce gli arbusti su sfondi monocromatici, a volte rossi, come il colore dell'aria surriscaldatasi per le esalazioni inquinanti, altre blu e gelidi, nervini. I soggetti sono sottili, ma resistenti pioppi - quasi sospesi - e boschi feriti, perché in scatola, mozzati. Ecco la realtà quotidiana: foreste e spazi verdi che vanno riducendosi, soffocati dall'atmosfera e soppiantati dal cemento, mentre la società non lo nota.
Come farlo presente, dunque, se non attraverso l'iperrealismo di un bosco in scatola? Ma, nonostante questo sempre minor spazio riservato alla natura, e sue opere racchiudono sentimenti forse nostalgici, ma mai arresi.
I Ritmi ci percuotono dentro, sono onde vibratili, trasmissione di coscienza ecologica e, anche, di speranza. Ci chiedono fermamente di riflettere e di migliorare l'ambiente che ci circonda. È vero, le ore scorrono inesorabilmente, impedendoci di comprendere l'armonia naturale, ma Vittorio Buratti ci invita con forza a provare, perlomeno, a reagire. L'autenticità del suo messaggio, infine, è resa anche dalla scelta dei componenti utilizzati: cassette in legno riciclate, oli e acrilici su tela, nessun materiale industriale, come gommapiuma, plexiglas o plastica.
Ci portiamo veramente un pezzetto di bosco in casa: perché Vittorio Buratti non spettacolarizza la natura ma, in qualità di uomo e artista, ne fa orgogliosamente parte, ricordandoci che è un dono prezioso.
by Dorian
2014-2013
Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, musicista e pittore.
Finale, ultima parte della Sonata del Sole, del 1907.
https://www.youtube.com/watch?v=_FxVDzHXXh8
SHANTI RANCHETTI: ALLA RICERCA DEL CUORE, UN PUNTO DI VISTA SULLA CONDIZIONE FEMMINILE
Pur essendo stata in passato un’illustratrice per l’infanzia, Shanti Ranchetti non ci racconta favole sul mondo che ci circonda. Il suo lavoro è frutto di un viaggio ai confini del femminile in una società in cui, ancor oggi, l’immagine della donna è distorta, idealizzata o denaturata. Icone potenti e suggestive esplorano il senso femminino, rivelandolo al pubblico attraverso un immaginario fatto di cuori, ali e farfalle, ma anche ferite, bende e strumenti chirurgici. Shanti Ranchetti risveglia verità sopite: a volte con delicatezza, altre con messaggi che sono, come lei stessa dichiara, “pugni nello stomaco”. Spinge il pubblico a osservare il disordine emotivo che porta dentro e per questo la sua arte è figlia dei nostri tempi: un una nessuna centomila fatto di trittici, quadri di grandi o microscopiche dimensioni e santini. Mi addentro in questa epifania di volti e corpi di donna alla ricerca di autenticità e libertà. Sedute in cucina, il luogo femminile per eccellenza (cliché che, onestamente, credo non appartenga a entrambe), iniziamo la nostra conversazione.
I’ll fly away
Nelle tue opere, sono spesso ritratte donne o adolescenti e bambine che osservano il mondo con grandi occhi sproporzionati: parlo in particolare del ciclo delle tue opere sull’adolescenza. Intendi forse rivelare un senso delle cose non visibile a tutti o che molti piuttosto preferiscono nascondere?
Double Face
Percepisco intensamente le situazioni che vive mia figlia adolescente. Il contesto dell’opera "Gossip girl" si evince, più che dagli occhi curiosi, da 4 bocche aperte che esclamano “Who? When? She…? Ohhh!”. Ritraggo le dinamiche del pettegolezzo, delle chiacchiere. Invece in wireless girl gli occhi sono bianchi a simboleggiare un senso di forte abbattimento: ormai gli adolescenti non si guardano direttamente negli occhi, ma comunicano tramite internet, il cellulare, la tecnologia. Manca tutta quella autenticità dell’uscire insieme, del ritrovarsi, del vedersi di persona. Forse, guardandoli di primo acchito possono dare l’idea di immagini molto illustrative, naif, però quando una persona si prende la briga di leggere i testi e di guardarli bene sono dei reali pugni nello stomaco."It’s raining again" è un esercizio di stile, mentre in "The strings of my heart" si affaccia il mio cuore. La donna ritratta riesce a far volare l’amore. Da un lato lo guarisce nella sua casetta, ma nel contempo lo deve far volare via. Sono pronta quindi a far andare il mio cuore, a renderlo libero di volare, in entrambi gli ambiti, però, che per me sono vitali.
Le tue opere quindi sono una sintesi della tua vita e delle situazioni che quotidianamente vivi?
Happy birthday little bird
Sì. In "Happy birthday little bird" l’uccellino rappresenta la mia parte creativa che si sente in gabbia dopo un periodo di crisi e che va nutrita e festeggiata. È ancora in gabbia, ma simboleggia la mia creatività che ricomincia gradatamente a nutrirsi, la mia voce interiore che finalmente si riapre a degli stimoli.
Come mai dipingi su legno e non su tela? Passi con disinvoltura da quello di pino alla magnolia americana, al mogano, all’abete, solo per citarne alcuni.
Con "mater matris venena maligna", fatica che fa parte di un ciclo di 5 opere, ho usato dei legni vecchi, meno perfetti rispetto ai precedenti e che, data la loro grana particolare, mi creano difficoltà nella lavorazione: agire su legno graffiato è problematico. Quindi ho iniziato a usare come sfondo la natura stessa del legno. Mi dedico alla pittura su legno perché amo la sua texture naturale come sfondo. Ho iniziato a lavorare su legno vecchio, delle fette verticali di tronco, perché in lavori precedenti mi era stato detto che sembravano stampe. In "vanitas" rappresento una donna che si toglie il cuore dal petto per non soffrire più e diventare quindi un totem di bellezza algido e vanitoso. In "I’ll fly away", invece, rappresento il mio desiderio di volare alto e di uscire dalla crisi, mentre un’altra parte di me tenta di rimanere al buio. Ma c’è speranza: la farfalla è mutazione, cambiamento.
Questo ciclo mi colpisce molto, mi ci ritrovo perfettamente, perché mi fai ricordare me stessa, i miei sforzi, le emozioni che io stessa provo. Ti sei messa totalmente in gioco, anche con il tuo pubblico, e mi piace il fatto che alla fine tu parli di libertà e riuscita. Il legno mi ricollega ad una natura intima femminile, è un materiale vivo e caldo, che sia pulito, moderno o antico. Ti va di parlarmi ora della rappresentazione della condizione di madre, con l’opera "mater matris venena maligna"?
È una donna incinta, c’è una bambina all’interno dell’utero, che è fatto di nuvole: è implicito, quando nasciamo, che potremo sempre contare su nostra madre. La madre non ti farà mai del male, ti darà sempre protezione in un mondo così diverso all’esterno, poco rasserenante e rassicurante, sensazione che esprimo sulla tavola avvolgendo le braccia della donna con dei guanti rossi. La vulva è rappresentata da un ramo di cicuta: pianta velenosa, svela come in realtà il rapporto genitore figlio sia un rapporto complesso, di grande amore, ma che fa anche molto male. Non è facile essere genitori: bisogna imparare a non fare degli errori, anche se le intenzioni sono le migliori. A volte mia figlia mi vede inquieta o triste, ma cerco di farle capire che spesso la tristezza e la sofferenza sono momenti in cui si riflette su se stessi e si cerca di migliorarsi. E soprattutto è importante capire che non è detto che sentendoti in un ventre materno, tu non verrai ma attaccata da una persona all'esterno. Comprendo sicuramente la necessità di tornarci, per non soffrire: ma non puoi mai essere davvero sicuro che la persona che ti metterà al mondo sarà la persona più buona con te. Sentirsi crescere qualcosa dentro può anche straniare. Ci sono madri che torturano i figli, che li ammazzano; quindi essere madre non ti risparmia dalla cattiveria, la crudeltà o il sadismo, benché la pancia e il ventre materno rappresentino il sacro mondo ovattato nel quale vorresti sentirti sempre protetto.
Mater matris venena maligna
Parliamo di ribellione al modello di donna-santa-moglie-madre: chi è vindicta?
vindicta rappresenta in modo ironico una donna che è stata usata da un uomo che l’ha trattata come una bambola e non amata e si vendica con bambolina voodo, che rappresenta la causa del suo dolore.
Quindi non siamo sante o profane: ma sante e profane?
Questo è un approfondimento della tematica inerente il sentimento e l’amore, che è sessualità. Sono partita dai miei freak ispirati al circo, dove ho affrontato la tematica del diverso. Un dissimile che poteva inquietare, ma che fondamentalmente conosciuto bene non era poi così differente. Ora ciò che mi interessa maggiormente è rappresentare la donna: ciò che mi auguro è, oltre ad andare ad approfondire il senso delle sante, che non saranno più cosi ironiche, di affrontare sempre più profondamente il tema dell’amore, della passione e del sentimento. Metto in gioco me stessa in primis perché le donne hanno lo stesso sentire; per me è importante che la donna si liberi, non abbia tabù, ma sappia affrontare un percorso fatto di amore, sessualità e passione. Io penso che la donna debba essere femminile, sentirsi sempre se stessa, e che non sia necessario mascolinizzarsi. Deve essere semplicemente libera di scegliere. Come vedi, io dipingo solo donne, che trovo molto più interessanti. Sono anche molto incazzata con gli uomini per il loro maschilismo. Faccio però nel contempo anche una critica alla donna, non siamo solo sante, cerco di cogliere un po’ tutto di noi: la vanità, le nostre debolezze, le chiusure, le freddezze, e così via.
Creare queste opere d’arte ti permette di ritrovare te stessa, di ricucire le tue ferite?
L’ultima mostra a Berlino rappresenta la follia vera: le frecce, il dolore, la mutazione, il sentimento. Ho rappresentato l’oscurità della follia per amore. Nelle sante rappresento spesso le mie ferite sotto forma di cicatrici, di frecce nella carne a cui potrei dare un nome per ognuna delle persone che mi hanno ferita. Spesso trasferisco i miei dolori nelle opere rappresentando me stessa, come in "Wonderful Shanti", dove i molti cuori fuori dal petto esprimono il mio essere troppo buona e disponibile con gli altri e senza scudi o difese, o in "Santa Shanti martire di Buoncuore" dove è fitto di frecce, mentre sono con il braccio fasciato e reggo in mano il pennello. Dipingere aiuta a mettere distanza e a guardare con distacco i proprio tormenti. Le mie donnine, dalla puttana alla nebulizzata, alla casalinga martire sono tutte figlie mie. A volte penso che attraverso i miei quadri è come se urlassi il dolore o la sopraffazione, il peso che sente una donna. Sono passata dal freak del circo al freak dell’anima: una donna che si toglie il cuore non è una persona normale, ma non è nemmeno malata, è solo una donna che soffre.
The beast in me
Parliamo della mostra che hai tenuto a Berlino: si chiama “Into the darkness”, con curatela di Adriana Soldini, bolognese.
Questa mostra mi ha offerto una totale libertà: in una specie di ambito pop surrealista ci è stato chiesto di ragionare sul tema dell’oscurità, della luce, della mente offuscata dalla follia e divisa in due. Nella prima sala la tenebra che ho voluto rappresentare è la mente oscurata dalla follia dell’amore. Ho poi affrontato il tema sociale creando un quadro sulla chirurgia estetica che si intitola "Perfection is my obsession": sono delle piccole opere montate su scuri dell’800. In uno di essi, "The beast in me", per la prima volta ho suddiviso una tematica: al centro ho posto una donna senza capelli, vestita di rosso. Nell’altro ovale c’è un utero con l’aureola sopra (a simboleggiare la procreazione), e a sinistra ho raffigurato un cuore anatomico che ha una farfalla sopra e un insetto che gli cammina addosso. C’è anche un quadro più grande che rappresenta me stessa e si intitola "Me and myself", che rappresenta il lato oscuro e quello solare che c’è in ognuno di noi, la santa e la puttana, la spirituale e la carnale.
Santa Shanti Martire di buon cuore
Ti senti un’artista intellettuale?
Provano a non farmi sentire un’artista intellettuale perché non seguo l’onda grafica che va ora. Ma io continuo imperterrita per la mia strada. Ho la presunzione di esprimere quello che sento e anche di rappresentare criticamente ciò che mi circonda, questo credo che faccia di me un’artista intellettuale, sottostimata forse da chi resta in superficie guardando le mie opere, ma intellettuale. Tutti i miei lavori sono ricchi di di citazioni che fanno parte del mio background culturale, dal cinema, alla musica al fumetto, all'arte stessa. Citazioni che vanno oltre, cercate e soprattutto comprese. La mia evoluzione è continua e d’ora in poi urlerò ancora più a gran voce tutto ciò che penso sulla donna e la complessità dei suoi sentimenti con lavori molto grandi che, spero, daranno una scossa a chi li guarda.
Biografia:
Shanti Ranchetti nasce a Milano dove si diploma in illustrazione alla Scuola d’Arte applicata all’Industria del Castello Sforzesco. Ha lavorato come scenografa e decoratrice ma dal 1999 si dedica interamente all’illustrazione. Ha collaborato con numerose aziende tra cui Plasmon e Aprica e con varie riviste tra le quali Caffelatte e The End. Ha partecipato a numerose collettive tra le quali: “Contacto2003” Artisti per Lila CEDIUS Libreria Internazionale Hoepli Spazio Espositivo (Milano);”Mostra degli Illustratori” Fiera del Libro di Bologna; 2003- Collettiva “Caffè Mentale- Lapis Girl” Interzona Stazione Frigorifera Specializzata (Verona), Collettiva “Che Peperine!” Circolo Gioventù Bruciata (Bassano del Grappa, Treviso) mini catalogo e mostra a cura si Alessandro Staffa, è stata finalista al Premio Celeste 2008 , in mostra alla Fabbrica Borroni, Milano, “Onda Anomala”, Spazioinmostra, a cura di Ivan Quaroni, 2009; Tra le personale segnaliamo : Sante & Profane a cura di Rossella Farinotti , Spazio XYZ, Treviso. Vive e lavora a Treviso.
Info: http://www.facebook.com/shantiranchettiartista
E-mail: [email protected]
NEL LABIRINTO DEL MAGO ALLA SCOPERTA DI GIORGIO FINAMORE
Giorgio Finamore Dolls Love Generator Particolare 2010
Grafico, illustratore, pittore: Giorgio Finamore è un creativo a tutto tondo che, pur conscio delle ultime tendenze dell’arte contemporanea, se ne discosta, preferendo raffigurare attraverso i suoi lavori un originale immaginario fantastico. Nei suoi lavori ci troviamo di fronte alla raffigurazione grafica di un enigma. Artisti importanti come Picasso, Pollock, Escher hanno rappresentato dedali senza vie d’uscita, spazi chiusi convergenti o finenti in muri e precipizi, opere in cui tratto e colore, come nel caso di Pollock, imbrigliano e angosciano (e non solo apparentemente) la mente umana. Forse, è certamente vero che ogni labirinto riconduce l’artista, in ultimo, unicamente a sé stesso. Parliamone con il diretto interessato.
Giorgio Finamore Mechanical Virgin with Industrial Child 1998
Hai studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove vivi e lavori. Sin dall’inizio, la tua produzione è caratterizzata dalla raffigurazione di visioni che cercano di far vedere oltre e in cui, come tu stesso dichiari, “i soggetti sono imprigionati in un groviglio di circuiti neurali”. Vorrei tu mi parlassi meglio del realismo fantastico, ispirato anche al lavoro di maestri come Giger e Bosch.
Il realismo fantastico, o realismo magico, è uno stile molto ben delineato, ma allo stesso tempo un complesso magma di riferimenti dai confini estremamente labili che, per di più, abbraccia varie forme espressive. La realtà, con tutte le sue fascinazioni e mostruosità è una suggestione che viene elaborata attraverso un processo estremizzante e allegorico. Il loro, e il mio, è un tentativo di andare oltre la percezione superficiale della realtà, di cercare uno sguardo nuovo attraverso un universo fantastico. Il tema principale nelle mie elaborazioni è il rapporto simbiotico tra l’uomo e la tecnologia, in questo mondo governato dalle macchine e dai computer, che ormai abbiamo quasi sottopelle; la problematica che indago scaturisce dalla consapevolezza dell’esistenza dell’ibrido cibernetico, dell’unione in un unico essere del corpo e della macchina. Tra i tuoi lavori degli anni ’90 ho notato una mosca bianca (uso di colori vivaci, rappresentazione di scene di vita quotidiana e di esseri umani): l’album che racchiude le illustrazioni che hai realizzato per il libro “Nella terra dell’U”, di Franz Falanga.
Le illustrazioni di quel libro non sono la mia unica escursione in un mondo più reale, lontano da territori gotici e cyber, perché ricevo quotidianamente commissioni molto varie. Questa domanda però mi riporta ad un periodo molto felice, quando frequentavo l’Accademia di Belle arti di Venezia. Lì conobbi il professor Franz Falanga, architetto, scrittore, musicista. Lo stimai da subito per la sua arguzia, l’anticonformismo, l’intelligenza e la fantasia dimostrati durante le sue lezioni. Instaurai quindi con lui una bella amicizia, che perdura ancora oggi. Grazie alle nostre radici comuni (entrambi i miei genitori sono originari della Puglia, mentre io sono nato a Venezia e Franz è barese), ci trovammo a parlare del suo progetto editoriale.
Raccontaci della tua collaborazione con il collettivo artistico padovano Dusty Eye.
Giorgio Finamore Dusty Eye – Arcade Shadows Hades
Il progetto con Jacopo Masini e il collettivo Dusty Eye, intitolato “Arcane Shadows”, tratta una tematica vastissima. Nel 2012, però, nel corso di una Mostra al Centro Culturale San Gaetano di Padova, tenutasi in occasione del Festival Sugarpulp, abbiamo avuto modo di poter esibire le prime tavole in pubblico. Le nostre raffigurazioni richiedono mediamente un tempo di lavorazione prolungato. Pubblichiamo, però, costantemente le nostre ultime creazioni sulle pagine di Facebook e sui siti web personali. Le nostre sono delle proiezioni visionarie, non cerchiamo una restituzione mitografica storica (comunque compito impossibile visti i temi trattati), ma sia nel lavoro concettuale che nella fase creativa cerchiamo di fare qualcosa che ci piace e che è vicino alla nostra sensibilità: qualcosa di immaginifico e, sicuramente, molto personale.
Un progetto solista è invece “Biomechanical Circus”, pubblicato da Logos Edizioni. Mi spieghi il concept di quest’opera?
Giorgio Finamore Copertina/Cover di Biomechanical Circus Logos Edizioni 2012
L’incubazione consiste in molti anni di lavoro su questi temi e nella preparazione di questa serie di immagini, poi raccolte nel volume. In esso rappresento il concetto della biomeccanica nella sua forma più esemplificativa e allegorica. Il corpo, programmato a svolgere un determinato lavoro, mostra tutta la sua poliedrica agilità, ma è anche condannato alla trappola, nella sua spettacolarità; l’individuo infatti finisce per rimanere imprigionato in tubature e cavi elettrici, quindi schiavizzato dal lavoro stesso, dalla burocrazia, dal sistema, dal consumismo, reso esso stesso una macchina. Partendo da questo concetto ho voluto disegnare il mondo grottesco di un immaginario teatro degli orrori, dove i protagonisti / attrazioni rappresentano noi stessi, immersi nella ripetitività del quotidiano. Ho voluto poi ragionare proprio sulla mostruosità, illustrando nella parte finale un freak show industriale, ispirato ai padiglioni ottocenteschi detti "Side Show" per evidenziare ancor più chiaramente i lati nascosti della natura umana. Lati che tutti portiamo dentro fin dalla nascita.
Sicuramente in questo libro sono forti i richiami a un certo genere di film di fantascienza, oltre che alla narrativa horror, ma io ci scorgo anche molta realtà.
Per me, ad esempio, riuscire a percepire questi universi chiusi e intricati implica un tentativo ed una volontà di fuga psichica dalla ripetitività e dall'alienazione. Secondo me un grado di conoscenza superiore si può raggiungere con l’equilibrio tra la nostra parte umana e quella non umana, tra luce e oscurità, tra conscio e subconscio. È per questo motivo che cerco di rappresentarla penso che più si riesce ad essere in sintonia con questa parte buia, più si può essere consapevoli e trovare in noi qualcosa di luminoso.
Giorgio Finamore Contorsionista Biomechanical Circus Logos Edizioni 2012
Strumenti quotidiani, come forbici, cavi, luci sono tramutati in innesti spietatamente attaccati al corpo umano. Una critica alla società disumanizzata e disumanizzante?
Certamente, nello spirito delle mie illustrazioni, emerge qualcosa che può riportare a una critica nei confronti della società, dei comportamenti umani e soprattutto del sistema. Certo, ci si auspica sempre un cambiamento, ma i politici sono essi stessi animali da circo, attratti dal potere e dal denaro, avvoltoi che si gettano sulle carcasse di cadaveri. Inoltre c’è da dire che viviamo in una nazione tra le più toccate al mondo da queste problematiche.
Quale tecnica preferisci utilizzare (disegno, grafica, pittura a olio) e perché?
Sicuramente il disegno a mano libera, in bianco e nero, a matita o a penna.
GIORGIO FINAMORE – BIO
Grafico ed illustratore, è nato nel 1975 a Mestre. Si è diplomato in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Le sue illustrazioni e i suoi lavori di grafica sono pubblicati su riviste, libri ed innumerevoli copertine di dischi; collabora da diversi anni con l’etichetta discografica veneziana Caligola Records, realizzando artworks per musicisti della scena jazz internazionale, come Anthony Braxton & Diamond Curtain Wall Quartet, Bebo Baldan, Marco Tamburini, Sandro Gibellini, Ares Tavolazzi e molti altri. Una ventina le mostre personali all’attivo in tutt’Italia, una trentina le esposizioni collettive cui ha preso parte con le sue opere. Recentemente ha vinto il Primo Premio del Concorso Internazionale di illustrazione “All’inferno!” presieduto da Altan (Oderzo 2011). Ha collaborato con 0.618 Danza Butoh Mexico disegnando 26 illustrazioni per l’apparato scenico coreografico con annessa esposizione d’arte per lo spettacolo “Butoh de Salon” (Città del Mexico 2011). Una sua opera è stata scelta come immagine rappresentativa per il festival OperaKantika inaugurato da Alejandro Jodorowsky (Monselice 2011). Nel 2012 realizza il libro di illustrazione “Biomechanical Circus” pubblicato da Logos Edizioni.
Info:
www.giorgiofinamore.com
www.giorgiofinamore.com/arcaneshadows.htm
www.logosedizioni.it
www.facebook.com/the.art.of.giorgio.finamore
Contatti/Contacts:
Giorgio Finamore Black Sun Rising 2009
Gioca e ti dirò chi sei, una chiacchierata con Matia Chincarini
Giuoco dei puntini
Per Matia Chincarini il gioco è cosa seria. La particolare accezione della sua produzione artistica mi è apparsa chiara fin dall’inizio, quando ho potuto visionare i suoi giuochi: opere d’arte nelle quali affianca estemporaneamente video e dipinti, creando dei binomi a volte poetici e malinconici, altre ironici e divertenti. Lasciamoci quindi trasportare in questo mondo sospeso tra sogno e veglia, velocità e lentezza.
Vorrei cominciare la nostra conversazione leggendoti, come in un gioco delle parti, le tue stesse parole: “il mezzo della video-art come filtro per arrivare a tutti gli altri linguaggi. È il mezzo ora più comunicativo".
Devo ammettere che ho preso atto solo ultimamente della forza dell’atto performativo. Prima consideravo l’azione scenica come un mezzo per arrivare al videoclip (per poi trasformarlo in un oggetto plastico), nel quale i soggetti ripresi, utilizzati come attori, subivano l’esperienza ludica da me proposta. I miei progetti futuri, invece, vedono nella performance l’opera stessa.
Giuoco dei puntini La pista cifrata
Giuochi_gesamtkunstwerk_Matia Chincarini
Giuochi_sette_ottavi_Matia Chincarini
Da dove nasce questa tua passione per la vide oarte?
Certamente da anni fagocito pellicole di ogni genere e non posseggo un televisore. La video arte è uno dei linguaggi più giovani: la fotografia e la ripresa cinematografica si basano su regole definitesi recentemente.
Hai prodotto un lavoro molto articolato con la serie di video intitolati Giuochi. La tua ricerca pare ti porti a sublimare nei movimenti dei soggetti ripresi dei concetti filosofici di ampio respiro: la libertà, l’innocenza, la nostalgia per l’infanzia e il gioco, solo per citarne alcuni; è questo il messaggio che volevi trasmettere?
In realtà si tratta di un percorso compiuto per creare un ritorno al segno pittorico. Volevo trovare un equilibrio tra la materia pittorica e l’elemento altro che cerco di utilizzare. Sono ripartito con Casca il mondo: con un disegno a grafite su tela ho compiuto il primo passo verso una riappropriazione espressiva. Il passo successivo è stato innalzare la raffigurazione fino a renderla un qualcosa di simbolico. Sono passato per acquarello, acrilico, olio, colori per vetro su metallo, tecniche di stampa manuali e meccaniche fino ad arrivare all’uso delle stoffe, del metallo, del legno, del ricamo manuale e meccanico, della fotografia e della foglia d’oro.
Giuochi_girotondo_Matia Chincarini
Casca il mondo (girotondo) grafite su tela 80x80cm 2008
In questi videoclip il gioco fondamentale pare essere quello di permettere a chi partecipa di ringiovanire, ritrovare quell’ innocenza infantile persa in età adulta. Potremo dire che chi riprendi rappresenta l’affermazione di questo tuo pensiero?
Considero che il giuoco abbia un valore fondamentale sia nella formazione individuale che, conseguentemente, collettiva. Una funzione di alcuni giuochi è quello di indurre l’ipnosi: quindi inducono al distacco dal proprio io e dalla vita quotidiana, l’allontanarsi da una realtà, spesso pesante, per volare in un mondo altro. Quel momento prezioso, in cui ancora non si è spinti all'imitazione o alla speculazione illusoria, è un attimo ancora o nuovamente puro particolarmente adatto per soffermarsi sui concetti della vita e della morte.
Consideri questo progetto chiuso, dopo aver girato 19 video tra il 2005 e il 2009?
I video sul giuoco presenti sul mio sito sono solo una parte rispetto a quelli da me girati. Simultaneamente alla visione di film, produco video, il che mi porta ad affermare che questo è sia un bene che un male. Molti li tengo solo per me ; è un ciclo, quello del girare , dell’ipnosi, del gorgo, della sospensione che vorrei fosse concluso.
In sacchi alchemici affronti temi inerenti la condizione umana odierna. La fisicità è protagonista. Qual è il messaggio che intendi diffondere con questa performance?
Ci vedo l’accettazione dell’illusorietà del corpo. Quel lavoro è stato girato in Belgio nel 2007. Non pensavo alla creazione di una performance ma usavo un corpo, il mio, come pretesto per parlare di un altro percorso. Per intenderci: un corpo nei sacchi è come un santo in un quadro del Rinascimento: rappresenta se stesso, ma dice altro. E tra le affermazioni che il corpo fa è che il sacco viene portato a zonzo fisicamente in dati luoghi, visibili, ma è simile ad una cellula di energia in un cosmo senza tempo.
Giuochi_sette ottavi
sacchi_alchemici_Matia_Chincarini
Nelle tue produzioni di oggetti artistici utilizzi materiali poveri, quotidiani, vecchi o riciclati. Con L’allegro chirurgo, ad esempio, opponi la manualità del singolo individuo all'idea del gioco preconfezionato e comprato. Ed è divertente che gli organi interni siano anche sagome di farfalle, oltre che organi e ossa. Ti va di parlarne?
Divertente è che le sagome di farfalle sono davvero presenti ne L’allegro chirurgo originale. Comunque, più che un riciclare legato ad un’etica ecologica o biologica, intendo i miei lavori come un mezzo per ritrovare una memoria degli oggetti.
L’allegro chirurgo
Per giocare, inoltre, bisogna stare a delle regole. Pensi quindi che l’oggetto giocoso permetta di affrontare sanamente delle sfide, crescendo?
La sfida e lo sforzo fanno crescere. Il giuoco è un buon metodo educativo e le regole e la disciplina sono certamente una via di crescita. Quindi se giuochi con delle regole impari.
Tortora sono il tuo specchio
Giuoco dei Tappi#1: 8 su spiaggia raso, stoffe, sabbia, polvere di marmo, mosaico, tappi e acrilico su legno 90x50cm 2011
Il progetto al quale stai lavorando in questo momento?
E’ una ricerca che parte da riflessioni psicologiche e filosofiche, che vuole andare oltre le maschere e quindi oltre quelle consacrate paure che ci creiamo per difesa. Il pubblico viene spinto a indossare delle mascherine ricamate e crea a sua volta una seconda opera grazie al suo coinvolgimento percettivo ed emotivo. Si vorrebbe dare, anche se solo per un breve istante, una coscienza della maschera che si indossa e di tutte le altre maschere che sono attorno. Infine, da un punto di vista formale, le mascherine sono ricamate con un gusto barocco, quasi volto alla decadenza, ma nel contempo testimoniano la mia ricerca verso la bellezza.
INFO:
Matia Chincarini vicolo Carmelitani Scalzi 14c 37122 Verona (VR) Cell: 328/9047581 [email protected]
http://www.matiachincarini.com
Valdagno (VI)
Dipinge dal 1995
Diploma al Liceo Artistico Statale di Verona Diploma Accademia di Belle Arti di Bologna pittura Pozzati 2001
PERSONALI 2010 “moduli” a cura di Lorenza Loverato, Consorzio SPRCA, Verona 2009 “8+6+2″ a cura di Ernesto Zancanella, galleria doro, Verona 2007 “scabrosamente” a cura di Margherita Salmaso,[mana.]art., Bruxelles, Belgio 2005 “angeli, sacchi e santi” a cura di Nadia Melotti, Galleria Testoni, Verona 1999 “medias” a cura di Moreno Danzi, galleria redzone, S.Giorgioingannapoltron, Verona
COLLETTIVE 2011 “The Mistycal self” a cura di Cecilia Freschini, ArtVerona, Verona “ArtVerona” selezione Premio Ciaccio Brokercon Poliart Contemporary, Verona “PoliartLab” a cura di Leonardo Conti, Poliart Contemporary, Milano 2010 “micro2″, a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno, Associazione Circuiti Dinamici, Milano Arte fiera, Galleria Biagiotti, Bologna “Apparenti circostanze+Diario di pittura”, Andrea Facco+Matia Chincarini, testo critico di Alberto Zanchetta, Galleria Biagiotti, Firenze “(in)Cavo” a cura di Gaetano Salerno e Miguel Angel Cuevas, Villa Pisani, Stra, Venezia “La natura come cura la cura della natura” a cura di Dario Trento e Nadia Melotti, valle del tasso, Caprino, Verona “93ma Collettiva Giovani Artisti” Fondazione Bevilacqua La Masa, a cura di Stefano Coletto, Venezia 2009 “amoredovesei? a cura di Giulia Scapini, ex dogana, Verona “paratissima” fuorisalone Artissima, “Avventura Urbana”, studio di architettura, Torino “ventennale Ance” (primo premio), Palazzo della Gran Guardia, Verona 2008 “sentieri nell’arte” a cura di Nadia Melotti, valle del tasso, Caprino, Verona 2006 “CZ VPI 2006″ direzione artistica di Massimo Caiazzo, la Biennale di Venezia.10.Mostra di Architettura, Giudecca, Venezia “quaranta per quaranta. circa.” a cura di Sebastiano Zanetti e Francesco Bonazzi, Verona 2005 “artisti di galleria” galleria Paola Verrengia, Salerno “riparte” ripahotel, galleria Paola Verrengia, Roma 2004 “premioceleste” a cura di Gianluca Marziani, presente in catalogo 2003 “oozy oomph” a cura di Marco Casadei e Andrea Fiorini, sala silentium, Bologna 2002 “arte per emergency” a cura di Mario Pasquotto, galleria redzone S.Giorgioingannapoltron, Verona 2001 “diffusa” la Biennale di Venezia.49.Esposizione Internazionale d’Arte, a cura di Camilla Bertoni, Venezia 2000 “diffusa” a cura di Davide Coltro, centro culturale B. Brecht, Milano 1999 “premio Federico Garcia Lorca” a cura dell’Università di Belle Arti, palazzo de la Madraza, Granada, Spagna 1998 “generazioni” Palazzo Forti, museo d’ Arte moderna, Verona, a cura di Giorgio Cortenova, Verona
Labirinto cretese
DON'T STOP ME NOW ALESSANDRO BOMBARDINI
Se in un’opera d’arte cercate energia, vitalità e forza, se la vostra vista è attratta da pennellate e segni liberatori, se amate la vita per le impennate di adrenalina, fermatevi a osservare i lavori di Alessandro Bombardini. L'artista raffigura l’esistenza quotidiana disfacendola e ricomponendola attraverso pennellate colorate, graffi, abrasioni e linee. Ne parliamo con il diretto interessato in una domenica d’estate per capire qualcosa di più sulla sua ricerca artistica.
Le tue prime produzioni risalgono al 2007. Sono dei murales che ritraggono icone rock (come Jimi Hendrix, Kurt Cobain, i Beatles). Musica e arte, quindi, viaggiano in sincronia?
Sì, per me viaggiano sicuramente sulla stessa linea d’onda. Quell’anno produssi diversi murales a Castello di Godego per il locale Dadart, dove organizzavo i miei primi concerti. La colonna al centro del locale, dipinta di rosso, ha una particolarità: gli artisti che sono scomparsi hanno il volto visibile, mentre quelli ancora in vita sono girati di spalle. È stato il mio primo esperimento, ma devo dire che si trattò di un buon inizio, visto che il mio lavoro riscontra ancora interesse.
Parliamo della street art: cosa ti piace di questa forma d’arte?
La amo, credo sia una forma d’arte molto contemporanea. Infatti ho intitolato la mia tesi (presentata per l’anno accademico 2009-2010 presso l’Accademia di belle arti di Venezia) Neo Street Art e Neo Informale. Per spiegare cosa significa per me arte moderna cito volentieri una frase di J. Pollock del 1951: “Per me l’arte moderna non è altro che l’espressione degli ideali dell’epoca in cui viviamo”. Anch’io utilizzo l’action painting, la mia energia crea materia. Mi ricollego anche al neorealismo e all’informale italiano, nonché a alcuni esempi di maestri che hanno fatto della sperimentazione musicale e pittorica (come Kandiskij, ad esempio). Nell'anno 1951 Pierre Henry e André Moles fondarono il Groupe de Recherches de Musiques Concrète: con loro nacque la musica elettronica. Con la nascita del suono stereofonico e degli effetti spaziali della musica avvenne una rivoluzione incredibile. E questa nuova qualità del nastro magnetico si ripercosse anche sulle altri arti. La mia produzione, quindi, abbraccia tematiche ampie, ma sicuramente il mio obiettivo è di ispirarmi al passato per creare non solo qualcosa di contemporaneo, ma di nuovo e proiettato verso il futuro. Fondo insieme gli insegnamenti del passato, mastico le tecniche per andare oltre, con una sensibilità contemporanea.
april Acrilico, spray su tela 35×35 cm 2012
Come si sviluppa questa tua ricerca del nuovo?
Assemblo i colori tra loro, cerco di immaginarmi un qualcosa di diverso da trasferire su tela e prendo spunto dalla strada, nel vero senso della parola. Ad esempio osservo molto le crepe, le rovine, i buchi dell’ asfalto: le caratteristiche dell’ambiente urbano mi colpiscono. Traggo ispirazione dalla realtà per cercare di trasferire attraverso forma, scrittura e colore ciò che vedo. L’esoterismo, inoltre, gioca un ruolo importante nella mia produzione, così come il vivere quotidiano.
composizione, sinestesia in la# Acrilico, carta, spray su tela 140x50cm 2013 Collezione privata
Quindi potremmo definire i tuoi lavori la perfetta sintassi armonica tra vissuto e sensazioni personali?
Sì, comunque non sono mai soddisfatto delle mie creazioni: mi ci riconosco ma tendo ad andare avanti, lavoro costantemente per migliorarmi, non devo mai fermarmi. Le mie opere sono un kaos organizzato, dove succede realmente di tutto. Procedo andando avanti lentamente, perché non voglio riproporre qualcosa che ho già fatto: penso che chi si focalizza su un soggetto e lo ripresenta costantemente rimanga sempre uguale a se stesso. E non è la fine che voglio fare.
g. Acrilico su tela 50×70 cm 2012 Collezione privata
Immaginiamo di trovarci di fronte a una tua esposizione personale: cosa pensi sarebbe importante il pubblico comprendesse?
Io credo sia il quadro che parli. Ti dirò di più: io credo di non dover fare niente, l’opera trasmette qualcosa di per sé. Sei tu che puoi o meno sentire qualcosa osservandolo. Io sono ciò che faccio.
Le tue tecniche creative?
Agisco per sovrapposizione, a volte con geometrie particolari, poi con il gestuale, il collage. Disegno anche con le dita, come i bambini. Credo sia necessario usare le dita per creare delle opere: diciamo che attraverso l’arte si esprime il bambino che è in me, poi arriva l’adulto e sistema un po’ il discorso. Una mia esigenza particolare però, è che i fondi siano perfetti, immacolati. Poi arrivo, mi diverto e, per usare il gergo comune, ci faccio sopra un po’ di tutto.
Keith Haring affermava – i miei disegni non cercano di imitare la vita, ma cercano di crearla e inventarla – è lo stesso per te?
Si… e molto spesso, quando creo, penso al significato della vita.
E. nameless Acrilico, spray, smalto, matita, T-shirt su legno 2013 Collezione privata
BIOGRAFIA:
Alessandro Bombardini è nato a Bassano del Grappa (VI) il 6 febbraio 1979. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Venezia dove si diploma nel 2008 (tesi in Arti e Musiche Contemporanee, Luigi Russolo – il futurismo e la conquista dell’enarmonismo) e in Pittura nel 2011 (tesi in Pittura e Storia dell’arte, Neo street art, Neo informale – dalle origini, arte, società e musica). Nel 2008 consegue la Licenza triennale (compositori e strumentisti) di teoria e Solfeggio presso il conservatorio di musica A. Steffani di Castelfranco Veneto (TV).
INFO:
http://www.alessandrobombardini.wordpress.com
http://www.youtube.com/inghi990
http://www.facebook.com/alessandro.bombardini
About these ads
sister sarah
Birgit Jürgenssen (1949-2003)
Ohne Titel (Selbst mit Fellchen), 1974/1977
Farbphotographie
© Estate of Birgit Jürgenssen / Courtesy of
Galerie Hubert Winter, Vienna / VG Bild-
Kunst, Bonn 2014/2015 / SAMMLUNG
VERBUND, Wien
Feministische Avantgarde der 1970er Jahre
Werke aus der SAMMLUNG VERBUND, Wien 13. März bis 31. Mai 2015 Galerie der Gegenwart, 2. Obergeschoss