Prospettiva di oggi, #165
Il bilancio dice che stiamo naufragando, e forse è proprio per questo che ho lasciato il basilico alla sua penosa morte, senza vaso. Tra un mese e mezzo vado via da qua, credo che non tornerò mai più. Non ho paura.
Doveva andare diversamente, ma sta andando così. Se c’è una colpa, io la perdono - o, al momento, così mi sembra. Sono arrabbiata, ma non con me. È una novità, e la parte migliore è che non mi annienta. Posso essere in collera con le persone e vivere lo stesso, altrove e contemporaneamente qui.
Ho chiuso con tutti gli amici che ho avuto sempre, ed è davvero strano. Questo è un dolore che è germogliato ai tempi del primo lutto, e si è arrampicato attorno ad ogni fessura che gli ho lasciato, fino al finale a sorpresa, all’inizio di questa primavera. Mi sono accorta che ogni volta che ci penso penso anche un secondo pensiero, tenacemente intrecciato: nessuno di loro c’era quando Valerio è morto. Non sono venuti. Io non glielo ho chiesto, è vero, ed è per questo che non importa cercare di distinguere tra alibi e ragioni: basta come mi sento, e mi sento così. Sola, mi sono sentita sempre sola, e adesso finalmente lo sono anche, e funziono bene comunque. Meglio, e la mia vita adesso è questa, per la prima volta mi sembra di costruirci dentro invece che attorno, da qualche parte nel futuro degli altri, nei se e nei ma della distanza. Non è bello, ma è tutto. Mi sento forte, e non più per una attribuzione esterna: ci credo io, gli altri non possono nemmeno più esserne testimoni, e non mi serve.
Nella cella sterilizzata che è Berlino, una parte di me è davvero guarita. Non che si guarisca, ma a volte ci si rigenera a pezzi, ed io le vedo queste mani nuove e questi occhi altri, funzionano. Spero funzioneranno anche nel fango di Napoli, che adesso è ufficialmente il posto peggiore al mondo, perché ci ho lasciato i mostri ad aspettarmi. Non ci torno subito, però. Scapperò da Napoli per un po’ per cercare ancora un altro tempo, il tempo dei passi, per rafforzare ancora un po’ questi arti, per trovare uno spazio di desiderio che ancora non capisco, ma che mi serve. Più di Berlino, più dei miei amici o della famiglia, forse anche più di Valerio - perché non deve coincidervi, e vediamo, vediamo se tra la carriera, la strada e la cura riuscirò a disegnare un orizzonte che, per una volta, porti davvero il mio nome.
Che poi, le persone sono importanti. Il senso romantico degli occidentali mi ha sedotta da subito, perché l’ho assorbito nel brodo primordiale da cui vengo, eppure ho sempre sentito anche lo stridore dell’elitarismo, l’individualismo senza il quale, lo so benissimo, non esisterei affatto. Non rinnego neanche questo: dico solo che voglio farci pace, perché è quello che resta. Come i quattro gatti - umani - che hanno scelto di amarmi in un’altra lingua, chissà perché - e non dico che è la soluzione, dico che basta banalmente perché esiste. Forse è semplicemente così che fanno gli adulti, anche se sono convinta esista una differenza abissale tra coloro che hanno o no dei figli - la mia sfida è trovare un modo qualsiasi per crescere senza intrattenere alcun legame di dipendenza con gli altri. L’autarchia, da qualche parte nella vita di una che tra poco avrà trentadue anni, una evidente ossessione per i contenitori, due gatti non umani miracolosamente vivi ed un fidanzato iperumano dolorosamente morto, nonché poche, pochissime altre cose a cui badare.















