Avevo deciso di chiudere gli occhi, tapparmi il naso e fare un salto nel vuoto.
Sono passati quasi tre mesi da quando guardavo le luci sfavillanti di Mumbai dal finestrino firmato Alitalia.
Prima di arrivare mi arrufavo i capelli al pensiero della malaria e dei vari virus che avevo ignorato per evitare una trentina di vaccini.
A dieci giorni dal rientro le mie paure occidentali si risvegliano dal letargo per affiorare sotto forma di propaganda pura, stampata in prima pagina su tutti i quotidiani locali. Chissà perchè proprio in questi giorni stanno chiudendo diversi aeroporti nel sud dell'India o nel vicino stato dello Sri Lanka.
I vicini di casa mi chiedono con aria preoccupata perchè non posticipo il volo; quando sono in albergo per il weekend turistico mi viene magicamente infilato sotto la porta il giornale col titolone a caratteri cubitali, proprio come nei migliori film americani.
Il terrorismo psicologico procede di pari passo con il bombardamento mediatico.
Sono certa però che nelle mie fobie si annida la bestia dell'oblio.
Il silenzio reverenziale di una chiesa non mi riporterà mai a quell'adrenalina mistica che ha preceduto ogni mio allenamento da quando sono qui.
I miei rituali quotidiani intonano lodi al mio io con una solennità che non ha nulla delle pose ieratiche delle statue cristiane.
Sono entrata ogni giorno nella palestra- tempio per percorrere quei gradini in discesa.
Prima che i piedi possano avanzare in un passo onoro Madre Terra, la stessa terra di cui è composto quel pavimento. Lo sfioro con la mano sinistra, prima di riportarla alla fronte e al petto.
Con questo gesto si toccano dall'esterno due dei sette cakra: quello che corrisponde al terzo occhio, la conoscenza suprema, e il plesso solare, che consente di armonizzare il proprio respiro a quello cosmico.
Poi mi avvicino al puttara, l'altare a sette gradini, ed eseguo una sequenza dove mani e gambe si combinano in delle pose di preghiera.
Così invoco gli dei tutelari di quello spazio.
L'ultima pratica obbligatoria prima di dedicarmi a me stessa è il saluto a Surya, il Sole: questo esercizio cambia orientamento a seconda della sua posizione, è vietato dargli le spalle.
Postura eretta e mani giunte all'altezza del petto, la voce deve uscire con l'intenzione di farsi sentire; poi a terra per strisciare come un serpente e risalire sciogliendo la spina dorsale.
Per capire con quale intensità gli studenti si dedichino a questi esercizi ho dovuto più che altro lavorare su di me, amplificare le mie percezioni sensoriali attraverso gli odori, i colori, i suoni e i gesti da cui ogni giorno sono circondata.
Tutto è scandito da un ritmo la cui regolarità è arbitraria.
Così ad ogni lettera corrisponde un settore del cosmo, una direzione, un genere di piante, un tipo di minerale, un mestiere, un colore, un organo del corpo.
Ogni mattina quando mi sveglio Radhi intona una preghiera e mi lascia un'impronta del suo dito al centro della fronte. All'inizio lo vivevo come il segno di un rossetto, il mio nuovo make up orientale, oggi sento le consonanti come scorpioni che si accodano alle vocali per raccogliere l'aria dai suoni gutturali, gli istinti guerreschi dai suoni dentali e l'equilibrio da quelli terrestri.
All'inizio non potevo sapere che gli Hindu cominciano la loro giornata imponendo su ogni parte del loro corpo una lettera. In questo gesto, chiamato nyasa, le lettere diventano un ornamento, un gioiello che fa del corpo l'universo in piccolo.
Tuttavia devo ammettere che mi piace invadere il terreno delle vite private degli studenti e dei familiari del Guru, se non per catturare preziosi insegnamenti sulla disciplina, almeno per accedere ad una sfera intima, fatta di complicità appena accennate e subito interiorizzate.
Il campo di battaglia si è ben presto mimetizzato nel mio campo da gioco, anche senza pacche sulla spalla.
Con lo stesso spirito ho toccato i piedi del Guru prima di affrontare un combattimento, senza mai considerarlo un dovere al contrario una garanzia di acquisizione di coraggio; un modo che mi ha fatto acuire la presenza del maestro e di un mio mondo parallelo e condivisibile.
Solo la costanza della pratica può far comprendere il perchè esistano esigue testimonianze scritte del Kalarippayattu: l'intenzione di preservare determinati saperi tramandandoli oralmente.
Non che gli antichi saggi non fossero consapevoli del rischio insito nella tradizione orale, ossia la perdita progressiva di bagaglio conoscitivo, ma tuttora non hanno bisogno di copyright , convinti di un male minore rispetto alla divulgazione impropria di certi segreti.
È stato un autunno di tuoni, di soli e di doppi arcobaleni. Ho incontrato molti più visi che maschere. Non sono pensieri rudimentali. Il mondo fuori continua ad avere senso per me, ma le emozioni non sono tanto interessate al significato.