Quante cannette in questo posto. Mamma mia.

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@beadsman
Quante cannette in questo posto. Mamma mia.
La futilità del necessario.
Ascolto If I should lose you cantata da Nina Simone e quasi piango. Bagagli emotivi, alcune interpretazioni. Penso a quante persone perse, quante sconfitte, quante lontane; rifletto sui sorrisi appassiti lungo i volti di chi è andato per non tornare; di chi, al contrario, è sempre tornato, ché non è vero non si ritorna: si ritorna sempre da qualche parte. Spesso penso si ritorni sempre dove non si è mai mancati, quasi a crearsi uno spazio di legittimazione umana. L'intimità degli addii. Le turbolenze dei rimpianti.
Le mani sui volti dei vecchi. Vi è una qual certa religiosità del momento. Poche cose sensibili al tatto sono intoccabili come la mani sui volti dei vecchi.
'Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così: non dire una parola che non sia d'amore, per me, per la mia vita che è tutto quello che ho'.
Ritorno a questo concerto come una rondine al nido. Ferretti, Fenoglio, Alba, il Piemonte che sa d'Emilia; la terra, la guerra, una questione più che privata. Quanta attualità.
Ieri, oggi, domani e sempre.
Cerco nella lettura un confronto con me stesso. Non leggo per estraniarmi dal mondo, ma per conoscerlo (rectius: per conoscerne meglio la mia presenza).
Bernhard scrive: 'un amico non l’ho mai voluto avere dal momento in cui ho compiuto vent’anni e quindi di colpo sono diventato un pensatore autonomo. Gli unici amici che ho sono i morti, che mi hanno lasciato la loro letteratura, non ne ho altri'.
Impegnativa come situazione, forse proprio per questo affascinante. Nel rantolo che prosegue vi è la fatica atavica dell'essere umano inchiodato in un contesto fagocitante, qualunque esso sia. Una nevralgia esistenziale.
Prosegue: 'e per me è sempre stato difficile avere una persona qualsiasi, quindi non penso proprio a una parola così abusata da tutti e insipida come la parola amicizia. E già molto presto non ho avuto, per alcuni periodi, nessuna persona, tutti gli altri hanno avuto una persona, io non ne ho avuta nessuna, almeno sapevo di non averne nessuna, anche se gli altri continuavano ad affermare che ne avrei avuta una, ne hai una, dicevano, mentre io ero assolutamente sicuro di non averne alcuna e, forse questo era il pensiero più determinante, più annientante, di non averne bisogno nessuna. Mi illudevo di non aver bisogno di nessuno, mi illudo ancor oggi. Non avevo bisogno di nessuno e quindi non avevo nessuno. Ma ovviamente abbiamo bisogno di una persona, altrimenti diventiamo inevitabilmente come sono diventato io: difficile, insopportabile, malato, intollerabile nel più profondo senso della parola'.
Qui qualcun altro risponderebbe che la maggior parte di noi ha bisogno di uova. E credo sia proprio così: una compagnia complice e la complicità nell'intimità. Lasciare andare e riportare. Ma piano, con gentilezza e candore. Un'esistenza soffice di cui fare esperienza.
Eppure: '[...] anche il fatto che si abbia bisogno di qualcuno è un errore, abbiamo bisogno di una persona e non ne abbiamo bisogno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e una volta non abbiamo bisogno di nessuno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non abbiamo bisogno di nessuno, di questo fatto assolutamente assurdo mi sono reso conto di nuovo in questi giorni; non sappiamo mai e poi mai se abbiamo bisogno di qualcuno o se non ne abbiamo bisogno o se abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non ne abbiamo bisogno e poiché non sappiamo mai e poi mai di cosa realmente abbiamo bisogno siamo infelici'.
Un'infelicità consapevole. Per questo dilaniante, ineluttabile, incontrollabile, inaccessibile. Si è soli consci di esserlo; e l'urgenza del bisogno altrui assurge a (sufficiente, ma anche necessario) significato dell'intera medesima esistenza.
Mark Rothko, No. 11, 1947, Oil on canvas
© 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / Artists Rights Society (ARS), New York
Ripeto: dal colore.
L’accuratezza del tuo sguardo tagliente. Procrastini la scelta di vivere come un peso che, a tuo dire, nessuno avrebbe portato. Tu che degli altri hai sempre portato con te un volto, un cenno, un capello un paio d’occhi cerulei di ricordo, ora siedi disinteressato su questa sedia in pelle nera rimandandoti quotidianamente. Di ora in ora una ‘coscienza a noleggio’ differente, tanto cara a Dostoevskij e tanto rinnegata da te. Come cambiano le esistenze. Come cambiano le persone.
Si dice scrivere aiuti a stare meglio. Non so più come si faccia. Né a scrivere, né a stare meglio. Ripartirò dal colore. Lo scrisse qualcuno molto più bravo di me, che col colore cambiò le sorti della storia; lo ripropongo io, oggi, hic et nunc, al confine tra la fallibilità e la mestizia. Ritrovo questo luogo che mi coccolò spietatamente anni fa, vi ci faccio ritorno per trovare parole cui dare forma e tanto colore. Ho lasciato andare troppo. Sconto due occhi presi in prestito e un legato fagocitante: cosa conosci di me cui io non posso ovviare? Ricordi un temporale a maggio, con il cielo grigio catrame, e le gote rigate dal vento color paglia. Sei la storia di cui nessuno ha memoria e proprio per questo l’unica storia che conta.
Dal colore. Ripartiremo dal colore.
Quasimodo scriveva “Con umana dolcezza
autunno mi consuma. E questa furia
d’ultimi uccelli estivi sulle mura
della Curia ha il grigio dei portali,
dura nell’aria e dentro il mio
quieto stormire.”
Vorrei riuscire ad aggiungere qualcosa, ma è così difficile.
Si ritorna sempre dove (non) si è stati felici. Una linea di credito aperta con il passato, debitori inadempienti verso il destino. Ho smesso di scrivere perché necessitavo eccessivamente di comunicare e non avevo parole per farlo. Continua a mancarmi chiunque, ed i profumi ed i colori sono come sopiti dalla mia lontananza. Fingo di (non) aver capito la vita per potermi sbagliare nuovamente.
Vorrei dirti ora le stesse cose, ma come fan presto, amore, ad appassire le rose.
Comunque che bello quando ti viene detto di non preparare neanche il discorso di laurea (che comunque non avresti preparato), perché tanto si tratterà di una discussione (implicitamente fervida) dei punti salienti (e tanto rivoluzionari) della tesi.
Dovrebbe essere sempre così.
Ma a voi non fa rabbrividire che Hitler sia stato soltanto un dilettante in confronto a certi personaggi storici?
Busso con dolcezza ai tuoi pensieri impregnati di tristezza. Tu mi sorridi mestamente, come atterrito dal mio essere presente. Mi dici: lascia perdere. Ti alzi, non prima di avermi carezzato il volto, e ti allontani in silenzio.
Non piango più. Vorrei darti la colpa, ma non ci riesco.
Accade in molte delle attività che svolgo di pensare a te. Non è un pensiero portato a maturazione e scientemente (o anche non scientemente, in verità) approvato. È un accadimento contemporaneo al mio svilupparmi quotidiano.
È interessante, perché spesso indossi il colore arancio intenso tipico di una pesca matura. Altre volte, tuttavia, ti presenti nelle vesti di una pioggia sottile che taglia via l’aria. Sei solitamente accompagnata da quella melodia perfetta di cui si vorrebbe essere stati compositori. E ti posi davanti agli occhi, non come allucinazione, ma come una trasparenza avvolgente e palpabile. Come il gusto di una pesca. Come lo stridere della pioggia.
La tua espressione più sincera è quella che tieni nascosta a chi crede di stupirti.