Il lungo mare di Tirrenia è una fila unica di stabilimenti balneari che prosegue senza soluzione di continuità anche nelle località di Marina di Pisa e Colombarone. In effetti il viaggiatore può attraversare le tre frazioni percorrendo una pista ciclabile che ha da un lato la strada, e dall’altro le entrate agli stabilimenti.
C’è un modulo ricorrente: in corrispondenza di un ingresso, la pista si avalla, una porta gigante, a cornice, segna l’entrata. Alcuni stabilimenti hanno nomi come ‘balena’ o ‘international beach club’ ma i più portano nomi di donna.
Una città cosmopolita si insedia ogni anno, all’inizio dell’estate, e prende il sole sulle sabbie di Marta, Laura, Ilaria.
Dalla baia del porto di Marina di Pisa si gode di una vista spettacolare. Sopra il terrapieno che dalla costa si estende ad abbracciare un pezzo di mare, a protezione delle 500 barche ormeggiate, è stata ricavata una passeggiata dai colori pastello.
La sommità del camminamento, così come il resto delle aree pedonali attorno al porto, è stata pavimentata con un materiale che a prima vista pare una via di mezzo tra la terra battuta ed il compensato, ed anche il colore sta tra il marroncino e l'arancione.
La prima parte del percorso è a zig-zag, tra aiuole delimitate da lastre di ferro fintamente arrugginite e panchine di legno ricavate lungo il bordo che guarda al porto. Sull'altro bordo una bassa ringhiera di metallo chiaro divide il bruno della passeggiata dal. bianco delle rocce.
Il tutto è una cornice minimale, artificiale ma armoniosa, per il gioco delle onde che si rincorrono pochi metri sotto e si frangono sulle rocce. Occorrono molti blu per dipingere il cielo e il mare. Serve un blu dai riflessi verdi subito sotto la linea dell'orizzonte, un blu limpido nel ventre delle onde, una tonalità più cupa sotto l'ombra delle nuvole, un blu scuro sopra i boschi di alghe, l'azzurro caldo delle parti di cielo illuminate dal sole. E quand'anche venissero trovati tutti questi blu, rimarrebbe il problema di come rendere il bianco delle nubi e della schiuma sulla cresta delle onde.
In stazione la mia attenzione viene attirata da un ragazzo che come me si porta appresso una bici. Lo fa però in modo disinvolto, diversamente da me, alla prima esperienza di quel tipo. Quando viene annunciato il mio treno, anche lui si avvicina al binario, quindi lo seguo istintivamente, mentre raggiunge il vagone di coda e vi entra. Lo scompartimento dedicato alle bici è chiuso a chiave, per cui lui appoggia la sua alla porta, mentre io per un momento non so cosa fare.
Io: Posso appoggiare la mia bici alla tua?
Lui: No, non farlo.
Lui: Non è che sono coglione, è che si graffia, ho fatto molti sacrifici per avere questa bicicletta e già era graffiato quando lo comprai. Non voglio che si grafi.
Mi racconta di come abbia lavorato fino a poco tempo prima in una officina per la riparazione di mezzi agricoli, lavorava molto ed imparava tutto, più di suo padre, assieme a cui lavorava alle dipendenze dell'anziano signore. Come prova mi mostra una cicatrice sul petto in corrispondenza della clavicola sinistra: se lo era rotto nell'officina. Ha un anno in meno di me ma ha già lavorato diversi anni lì, ha guadagnato molti soldi e ora non fa nulla. L'officina è stata chiusa. Mi spiega che adesso le case produttrici mantengono un rapporto molto più stretto con gli utilizzatori dei loro mezzi e hanno sistemi loro per la riparazione. Prima era tutto più mescolato, si potevano mettere assieme pezzi di macchine diverse e si facevano molti soldi.
Si interrompe per indicarmi qualcosa fuori dalla finestra: le nubi hanno coperto la base delle montagne all'orizzonte, mentre il treno penetra la campagna, avvicinandosi a Cremona.
Lui: Guarda come quelle nuvole tagliano le montagne, è uno spettacolo stupendo. Una mattina così mi sono svegliato in mezzo ad un campo, mentre il sole faceva capolino tra le cime di due monti. Non sai che bellezza, mi sono arrotolato una canna e ho fumato, lì; poi sono entrato in un bar e ho mangiato, ho mangiato tanto, ho fatto due colazioni in pratica.
Mentre parla amica molto con le sopracciglia, ha uno sguardo ed un linguaggio molto espressivi, dai lineamenti fisici capisco che non è italiano di origine, ogni tanto difetta nella sintassi, ma probabilmente come tutti i ragazzi italiani con lo stesso grado di scolarità, ma parla in modo naturale, ed articola pensieri complessi in discorsi efficaci. Intuisco che deve essere un abile seduttore, e me lo conferma variamente nel corso della conversazione. Conversazione che è più che altro io che rispondo alle sue domande, faccio qualche sforzo affinché non cali mai il silenzio e faccio da sponda ai suoi discorsi.
Lui: E tu cosa fai?
Io: Faccio l'università a Pavia, ma a Ottobre andrò a fare un master in Inghilterra.
Lui: Bravo, non bisogna avere paura. Vedo che tu sai bene cosa vuoi fare. La maggior parte delle persone è spaurita dalla vita.
Mi racconta della sua ragazza, che vive e studia da Stradivarius a Cremona. Vuole diventare liutaia.
Lui: Le ho consigliato di non farlo, perché è pieno di Liutai ora e gli strumenti costano molto, ma a lei piace e io le ho detto che se potessi comprarli per lei, o rubarli, lo farei.
Mi dice cosa pensa delle donne, mi dice che le donne sono una cosa bellissima, che non c'è nulla di meglio nella vita, mi dice anche che sono come noi, che sono spaurite anche loro, e che bisogna farle parlare e ascoltarle, mi racconta di una sua amica che è in Inghilterra e con cui parlava per ore al telefono, anche se non erano mai stati veramente assieme.
Mi dice che anche lui vorrebbe provare un'esperienza all'estero, in Germania però, che preferisce all'Inghilterra.
Lui: In Germania c'è l'industria, e a me piace. Per un ragazzo come me che vuole imparare vale oro.
Il treno ha raggiunge Cremona, lui si alza tendendomi la mano. Mi dice il suo nome, Mohamed, è marocchino. Gli stringo la mano e gli dico il mio nome.
Io: Vai a casa ora?
Mohamed: Passo a casa solo per lasciare la bici. Poi vado a La Spezia, ci sei mai stato?
Io: Non sono mai stato in Liguria.
Mohamed: Amico vacci, è bellissimo, non vorrai più lasciarlo.
Il Gran Kan ha sognato una città: la descrive a Marco Polo:
– Il porto è esposto a settentrione, in ombra. Le banchi ne sono alte sull’acqua nera che sbatte contro le murate; vi scendono scale di pietra scivolose d’alghe. Barche spalmate di catrame aspettano all’ormeggio i partenti che s’attardano sulla calata a dire addio alle famiglie. I commiati si svolgono in silenzio ma con lacrime. Fa freddo; tutti portano scialli sulla testa. Un richiamo del barcaiolo tronca gli indugi; il viaggiatore si rannicchia a prua, s’allontana guardando verso il capannello dei rimasti; da riva già non si distinguono i lineamenti; c’è foschia; la barca accosta un bastimento all’ancora; sulla scaletta sale una figura rimpicciolita; sparisce; si sente alzare la catena arrugginita che raschia contro la cubia. I rimasti s’affacciano agli spalti sopra la scogliera del molo, per seguire con gli occhi la nave fino a che doppia il capo; agitano un’ultima volta un cencio bianco.
– Mettiti in viaggio, esplora tutte le coste e cerca questa città, – dice il Kan a Marco. – Poi torna a dirmi se il mio sogno risponde al vero.
Italo Calvino, Le città invisibili, capitolo III, chiusura