Una spada in una nube di luce
La tua mano nella mia, usciamo a vedere la folla della Vigilia su Fillmore Street, nel quartiere Negro. La notte è oppressa dal gelo. La gente si affretta, avvolta nel fumo del proprio fiato. Davanti alle vetrine i bambini saltellano con occhi brillanti. Scampanellio di Babbi Natale. Ingorghi d’auto e strombazzare di clacson. Stridore di tram. Gli altoparlanti sui lampioni suonano canti natalizi; dai juke- box dei bar Louis Armstrong canta Bianco Natale. Nei locali le ragazze s’agitano strofinandosi e spogliandosi al suono di Jingle Bells. In alto, i neon scarabocchiano, scancellano, scarabocchiano ancora messaggi di gioia, igiene, avidità, paura, e fieri nomi piccolo-borghesi. La luna splende come un budino. Fermi all’angolo della strada guardiamo in su, di traverso, la luna che s’alza, le enormi regolari, solenni costellazioni invernali. Tu dici: «Ecco Orione!». La cosa più bella che ognuno di noi potrà mai vedere al mondo o in vita si trova nel vuoto di cieli illuminati dalla luna, sopra uomini, donne, bambini, bianchi e neri, avidi e allegri, buoni e cattivi, acquirenti e venditori, vittime e padroni, che sciamano, come qualche immenso teorema che una volta risolto sarebbe per sempre la soluzione del mistero e della pena, sotto campanelli e lustrini. Là c’è lui, l’uomo della Vigilia di Natale, disteso in cielo come un vero dio nel quale basterebbe solo credere appena. Ho cinquant’anni e tu cinque: non converrebbe dirlo, come non conviene scriverlo. Credi in Orione. Credi nella notte, nella luna, nella terra affollata. Credi nel Natale, nei compleanni, nei conigli di Pasqua. Credi nei fugaci elementi naturali, destinati tutti quanti a degradarsi e sparire. Sii sempre fedele a queste cose: sono tutto ciò che abbiamo. Non rinunciare mai a questa religione primitiva per le civilizzate e insanguinate astrazioni di quei bastardi che vivono uccidendo te e me.
Kenneth Rexroth
Traduzione di Francesco Dalessandro












