L’arrivo della primavera reca séco degli strani imperativi biologici che ogni anno non mancano mai di colpirmi con lo stesso rigore di un fenomeno atmosferico incontrollabile. Quasi sempre coincidono con un’impellenza di rivoluzione cui non so dare nome - primo principio dell’imperialismo: la capacità di attribuirne uno alle cose permette di soggiogarle - ma che sembra voler spingere su qualcosa che giace sopito e che cerca insistentemente di spezzare le corde.
Quando i sensi cominciano a percepire il lieve canto delle rondini - è da un po’ che non sento più i corvi gracchiare in prossimità della mia finestra, sebbene mi fossi abituato alla loro inusuale presenza fino ad attenderne il ritorno ogni giorno - tutto sembra amplificarsi e rendermi sensibile a cose che credevo di aver dimenticato, come lo stupore nel vedere come la pianta di malerba sul davanzale sia riuscita ad insediarsi nel vaso di basilico e a crescere senza che me ne accorgessi, quasi fosse avvenuto in una sola notte. È una strana forma di presa d’atto, a metà strada tra la tenera commozione e il dolore. Riprendo a vedere tutto come se fosse la prima volta, a soffermare l’olfatto sulle note del gelsomino in fiore e dei tralci di glicine purpureo.
Qualche giorno fa la luce era intensa e il cielo di un azzurro profondo, di un acume che pensavo di aver solo immaginato, che mi ha fatto ripensare ad un mattino di Agosto del 2011 in cui mi sforzai di imbottigliare e di riporre in un anfratto dell’animo la sensazione di felicità affiorata spontanea e che mi costrinse a sedere in soggiorno, davanti ad un barattolo di yogurt al limone.
È in momenti come questi che il calore prende a pungolare da un punto ben preciso del petto, se chiudo gli occhi mi sembra di vederlo roteare.
Forse tendo solo a dimenticare le cose, a farle scivolare dalle mani, ed è per questo che ogni carineria finisce col sembrarmi tenera a fresca. Da quando ho cominciato a vedere Felicity avverto una dolcezza del distacco che non credevo mi sarebbe mancata, quel piacere che deriva nel disperdere le tracce pur mantenendone un’annotazione segreta da qualche parte.
Ho ripreso a pensare a cose inconsuete che nel mio immaginario hanno sempre goduto di notevole fortuna, come la gravità suscitata da un sorriso, una parola detta male o pronunciata del tutto fuori dal contesto, e alla spontaneità di alcune azioni che piovono non programmate. Quando vado a comprare le uova spero sempre che sia sempre quella ragazza a darmele, mi sono sorpreso a farmi piacere il modo in cui affetta le carote o mi offre una noce cercando di spingermi a comprare cose di cui non ho bisogno, pur non ricordandosi di averlo già fatto la volta precedente
Prima ero in strada ed un ragazzo mi ha fermato, tendendo un tarallo. Quando gli ho detto che non potevo mangiarlo per via dello strutto che sicuramente conteneva, me ne ha dato uno all’olio di oliva, accompagnandolo alla domanda: “Tornerai a trovarci? A trovarmi, volevo dire?”. Mentre sentivo la mandorla tostata intrecciarsi al pepe mi sono chiesto di rimando: “Me lo ha chiesto solo per la campagna commerciale che stava portando avanti? Certo che sì, che motivo avrebbe avuto nel chiedere ad uno sconosciuto di tornare a trovarlo, sennò?”. Eppure mi ha fatto commuovere.
Perché ci sto ancora pensando?