I miei sentimenti verso Dr. Geisha non sono mai stati ovvi, almeno non lo sono mai stati per me.
Intestardita, nonostante certi evidenti segnali, volevo a tutti i costi continuare a considerarlo solo il mio maestro, mi illudevo che così fosse. Chissà una parte di lui avrebbe voluto aderire a quel ruolo di maestro, quindi per la prima volta in vita sua dare corpo al mito, incarnarlo, essere impeccabile. Sapevo che amava quelle storie di guerrieri quanto me, quello che sospettavo è che non le prediligesse spiritualmente; le amava con un amore passionale e volubile, cosi come amava altri tipi di miti, quelli greci per esempio, e vi avrebbe tessuto intricate reti seduttive, con lo scopo di conquistarmi, se quelli fossero stati la mia predilezione.
Comunque mi piaceva pensare che io, la mia relazione con me e quello che ne faceva, fosse il suo lasciapassare verso l'impeccabilità, e che in qualche punto preciso della sua lunga traiettoria di vita, doveva esserci stato un momento nel quale quel mito particolare, il mito degli antichi naguales, lo avesse rapito con un impeto straordinario. Pensavo spesso che il nostro incontro fosse stato dettato dallo stesso spirito che anima tutte quelle storie, che ci donava cosi una possibilità di comprenderle direttamente. Che una minima purezza dei suoi intenti sarebbe stata sufficiente per rimettere in gioco quel potere che avrebbe potuto avvolgerci, se solo entrambi ci avessimo creduto abbastanza.
Piu tardi nel tempo mi convinsi che doveva essere solo un inganno della mia mente di occidentale facilmente suggestionabile, e così debole, che qualsiasi tipo di superstizione esotica avrebbe attecchito e fatto radici con facilita´.
Benji, così ci disse di chiamarlo, arrivò puntualissimo e, fin da subito, lasciammo che ci guidasse per le strade di Oaxaca. Ci propose di andare a ballare in una piccola discoteca locale, dove facevano spettacoli di tutti i tipi. Lo spettacolo più interessante per me, fu di un uomo, sulla quarantina, un uomo solido, marziale e gotico, che recitava le sue idee con voce tronante.
Si spogliò completamente, si vestì con un mantello di velluto nero, per poi accendere candele rosse, e successivamente spegnerle con il pene in erezione, dando colpi secchi sulle fiamme.
Si accendono candele per devozione, per pregare, per chiedere favori ai santi o ai morti, alle antiche divinità, a un potere impersonale, per fare magie d'amore o magia nera; ma quell'uomo dopo aver iniziato a pregare, spegneva a colpi di cappella la speranza restante in lui. Era qualcosa di esilarante e commovente al tempo stesso: perdeva la sua paura o sceglieva il suo destino? Violentava la sua natura? Controllava il suo istinto o ne era controllato? Come si chiamava quella magia?
A prescindere dalle possibili spiegazioni concettuali di quello spettacolo, dalle interpretazioni che potevo sbozzare, o dal significato che lo spettacolo avesse per l'attore o per gli spettatori, ne restavo estasiata. Bevvi molta birra. Poi mi dedicai esclusivamente a ballare. Indossavo una specie di tuta attillata, di un colore azzurro che mi elettrizzava, con la quale mi sentivo completamente a mio agio; ignoravo spontaneamente i movimenti di Dr. Geisha, che cercava di attrarre la mia attenzione, balzando fuori con quelli occhi spillati, velatamente allarmati: sembrava che non si sentisse completamente a suo agio. Sapeva che non poteva semplicemente abbandonarsi, pena la morte della sua familiare personalità, non era così semplice come aveva sempre fatto, come riciclare i vecchi passi già compiuti, di quelle danze tradizionali messicane di un tempo, metterli insieme e fare finta di stare ballando ancora. Ebbi la improvvisa certezza che in quello, nella danza che sorge dalla terra, che si connetta al sesso e al cuore, prima che alla ragione, non poteva superarmi: nella fluida danza, disarticolata, caotica, primitiva e improvvisata, non sapeva come vivermi, come ottenermi, come dimostrare la sua superiorità, cosa di cui sembrava avere sempre un disperato bisogno.
Non so se in quella danza fui agevolata dal
mio essere donna, non ho mai pensato a me come a una “donna”, e specialmente quando ballavo, era più facile per me comprendere i miei limiti, che erano soprattutto limiti percettivi, e i limiti di chi mi stava accanto. Vedevo che mentre io ballavo intorno a me stessa, fino a sparire, fino a trasformarmi in una sorta di vortice, Dr. Geisha ballava intorno a me, senza saper fare di quella danza uno strumento per cambiare il suo stato di coscienza.