Rancore, di quello carnale, che graffia, strappa, deturpa, che mi fa intorpidire le mani, le dita, che mi fa battere i pugni, mi fa battere la testa. Che non trova sfogo, non trova pace. Vive della mia insicurezza, nel disprezzo verso gli altri. Della distruzione fa linfa vitale. Ignorante. Senza via di scampo. Trapelano tra i rimorsi quasi soffocati, singoli sussulti, a giudicare, a ricordare continuamente, ad umiliare questi anni infestati da singulti estenuanti del pregiudizio e della morale più infima: della vita hai sempre fatto quello che gli altri volevano. Che ora non vogliono più. Che non voglio più. E poi?
Rabbia, quella peggiore,atavica e morbosa . Fa impazzire, fa crescere indipendentemente dall’età, dal momento, dal contesto. Apre gli occhi, li acceca, li fa richiudere solo per ricordarti di quanto sia bello tenerli spalancati.
Di nuovo Rimorso. Quello inevitabile, doloroso ma vitale. A stringerti lo stomaco, fino a farti sentire l’amaro in bocca. Il sapore della vita, del sangue. delle lacrime.
Consapevolezza. Addolcisce e rincuora, solenne e riparatrice, si annida tra i rovi e ne fa crescere qualcosa di delicato, qualcosa di importante, da proteggere a costo di tutto, ma non di tutti.
Certezza. Ancora troppo debole. Indistinguibile, offuscata, tuttavia marmorea nella sua pragmatica ambizione di essere trovata, e nel trovarla, di essere immortali, nell’essere per un solo secondo, perenni.
Il paradosso della vita, e con essa, delle parole.