Le persone taciturne non sono vuote. Sono piene fino all'orlo, ed è per questo che versano piano.

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Le persone taciturne non sono vuote. Sono piene fino all'orlo, ed è per questo che versano piano.
Mi tormenta il pensiero che, per quanto possiamo condividere emozioni e pensieri con gli altri, alla fine l'unica persona che vive davvero tutto ciò che siamo, siamo noi stessi.
Nella nostra mente ci siamo solo noi, soli davanti al flusso incessante dei nostri pensieri.
Gli altri possono provarci, possono ascoltarci ma non arriveranno mai fino in fondo.
E forse la verità più difficile da accettare è proprio il fatto che crediamo di non essere soli, ma in realtà ognuno di noi lo è, inevitabilmente.
il resto è tutto un'illusione
prima o poi
Prima o poi mi iscriverò in uno di quei gruppi per single attempati che FB mi propone almeno due volte la settimana. Magari Zuck la sa più lunga di me…
INTROVERSIONE TIMIDEZZA SOLITUDINE
INTROVERSIONE, TIMIDEZZA, SOLITUDINE — una lettura possibile oltre i pregiudizi
INTROVERSIONE, TIMIDEZZA, SOLITUDINE non sono sinonimi: sono sfaccettature diverse di una realtà umana che, troppo spesso, il linguaggio comune riduce a etichette semplicistiche. La distinzione tra introversione ed estroversione è stata tradizionalmente accompagnata da pregiudizi che rischiano di oscurare la ricchezza di chi, per temperamento o scelta, guarda al mondo con occhi diversi. In realtà, l’INTROVERSIONE non è una carenza né una debolezza: è un modo differente di ricevere, elaborare e restituire l’esperienza. Timidezza e solitudine, invece, possono essere affascinanti mappe emozionali o stati passeggeri, a seconda di come li vissiamo e di come li riconosciamo negli altri.
La percezione comune passa spesso per associare l’introversione a “chiuso, taciturno e poco socievole” e l’estroversione a “aperto, espansivo, socievole”. Ma queste semplificazioni non fanno giustizia della varietà umana. L’INTROVERSIONE, pur comportando una certa predisposizione al ripiegamento su se stessi, è anche fonte di profondità: è la capacità di osservare, riflettere e filtrare il mondo attraverso una bussola interna molto acuta. La TIMIDEZZA, dal canto suo, può essere una manifestazione di cautela e sensibilità, non necessariamente un ostacolo all’incontro con gli altri, ma una lente diversa con cui avvicinarsi ai contatti sociali. La SOLITUDINE, infine, non è sempre una scelta dolorosa: può essere una condizione di ascolto profondo, una pausa necessaria per ricaricarsi, per poi ritrovare energia nelle relazioni autentiche.
Il rischio maggiore sta nel confondere queste realtà con una gerarchia di valore. La società occidentale, spesso orientata a modelli di successo estroversi, premia la “brillantezza” di chi sa vendersi, la “volontà comunicativa” e l’utilitarismo che spinge all’azione collettiva. Questo crea una casta dominante di comportamento che emargina, o addirittura perseguita, chi è diverso nel proprio modo di essere. Ma la differenza non è un difetto: è un archivio prezioso di potenzialità. Gli introversi, con la loro sensibilità ed intelligenza, hanno spesso capacità di analisi critica, di creatività e di invenzione che non trovano spazio in un modello unico e uniforme di socialità.
La discriminazione che tocca i bambini introversi è un monito chiaro: quando la scuola e l’ambiente sociale valorizzano priorità come la socialità continua e l’“adattamento immediato”, possono nascere frustrazione, rabbia e sensazioni di inadeguatezza. I bambini introversi tendono a osservare e riflettere, a costruire mondi interiori ricchi di immagini e significati. Se il contesto li priva di spazio per esporre questa interiore vivacità, rischiano di diventare silenziatori forzati, anziché esploratori creativi del proprio potenziale.
La risposta non è normalizzare l’estroversione a ogni costo, né demonizzare l’introversione. Piuttosto, è necessario creare una “gerarchia di valori” più articolata, capace di riconoscere la validità del pensiero critico, della sensibilità, della distanza intellettuale come risorse. Come si potrebbe dire: l’introversione esiste perché esistono attitudini biologiche e cognitive che servono alla specie, non come difetto individuale, ma come contributo all’evoluzione sociale e culturale. L’Introversione, in questa chiave, diventa una capacità di trasformare la sensibilità in sapere, di usare il mondo interiore come banco di prova per valutare il mondo esterno e, se opportuno, per creare mondi nuovi.
Qual è quindi l’antidoto al pregiudizio? Paradossi: far emergere l’introversione come valore oggettivo, non come anomalia. Mostrare che l’attitudine introversiva è una delle espressioni indispensabili della diversità umana, capace di coniugare critica, creatività e innovazione. In questo senso, l’introverso diventa l’artigiano della propria realtà, capace di giudicare e di inventare con una lucidità spesso invisibile a chi corre all’esterno della propria interiorità. E qui entra in gioco un’idea centrale: la differenza tra introversione e timidezza non è automatica, ma possono coesistere o separarsi. Una persona può essere introversa senza essere timida, timida senza essere introversa, o entrambi. La chiave è riconoscerli come dimensioni valoriali, non come etichette fisse.
Se una società vuole davvero valorizzare la diversità, deve offrire spazi in cui l’introversione possa esprimersi senza dover necessariamente mimetizzarsi in un “falso sé” estroverso. Questo significa promuovere ambienti scolastici e lavorativi che riconoscano il valore della riflessione, della contemplazione, della calma creativa; e significa offrire pratiche di socialità che non escludano chi è meno incline all’agitazione pubblica. In tal modo, l’introversione non sarebbe un handicap, ma una bussola.
La mia visione è meno normativa e più dialogica: l’INTROVERSIONE è una modalità di vedere; la TIMIDEZZA, una modalità di avvicinarsi; la SOLITUDINE, una modalità di ricarica. Quando si riconoscono come facce di una stessa realtà umana, si aprono strade nuove per l’integrazione sociale, per la creatività collettiva e per il benessere individuale. L’introverso non è solamente colui che tace: è colui che ascolta, comprende, progetta, e talvolta reinventa il mondo. L’invito è di smettere di giudicare e iniziare a capire.
Conclusione: se si potesse raccontare l’introversione come una forma di intelligenza emotiva e di creatività sociale, potremmo trasformare la solitudine in una risorsa, la timidezza in una porta di accesso all’empatia e l’introversione in una chiave per un “mondo interiore” che arricchisce il mondo esterno. La differenza non è una barriera, ma un ponte.
Psicologo di Roma zona Tuscolana, Cinecittà , opera anche on line.
Quello che tu non vedi.
Non riesci a vedere me! Guardami! Guarda me, maledizione! Io esisto! Sono qui! Ho i miei dubbi, le mie paranoie, le mie paure, i miei dolori. E amo. Amo tutto. Sono piena d'amore e neppure l'oscurità della notte mi può spegnere. Mi accende, perché nella notte riesco a vedere chi sono, la mia luce e il mio buio. Non ignorarmi. Anche se sono invisibile agli occhi del mondo, io lascerò le mie impronte su questa terra. E persino il cielo piangerà quando mi accoglierà. Sono sola con le stelle che raccontano le loro storie a chi ha il cuore per ascoltarle nel buio, ai sognatori, ai solitari, ai matti. E tutti noi, noi incompresi, risorgeremo, e saremo inarrestabili. Nessuno smetterà di guardarci. Con meraviglia o con paura. Ma mai, mai abbasseremo la testa ancora.
Guardateci! Noi resistiamo, e ci rialziamo.
E inonderemo il cielo con le nostre lacrime di fuoco.
Le cose e le loro ombre
Si ripiega il mondo su se stesso, angolo su angolo, strada su strada, come un immenso foglio di carta, fino a ridursi ai confini di una stanza. E le pareti si accartocciano e le parole soffocano tra i cuscini e i materassi che si avvicinano. I rumori lontani, le voci fuori dalla finestra, tutto cessa, nello spazio psicologico largo solo pochi centimetri.
Ma in questa tana di formica gli orizzonti, a un certo punto, si ribaltano e le pareti tornano ad allargarsi; un mondo al contrario si dipana come una matassa e lo sguardo si apre a nuovi oggetti e percezioni inconsce.
Ricevere visite è molto difficile, in questo mondo alla rovescia dove il buio getta luce sulle ombre. Ma se le ombre non sono che una traccia labile e cangiante, inafferrabile, degli oggetti che davvero, concretamente, affollano il mondo là fuori, allora la solitudine non esiste e il mondo interno non è che una proiezione del mondo di fuori; il luogo dove nascono i significati e dove le ombre rivelano le dimensioni più nascoste delle cose materiali.
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La preferenza EI
Come si è visto, la preferenza per l'atteggiamento estroverso è la base di un comportamento che parte sempre dalla situazione esterna. Al contrario - ci ricorda IBM - l'introverso parte dalle idee, dai concetti, che derivano dagli archetipi junghiani. Gli archetipi sono gli universali, le forme del pensiero, ciò che unifica e conferisce significato ai fatti della vita e alla loro opprimente (per l'introverso, l'estroverso invece ne gioisce) molteplicità.
Così l'introverso è più a suo agio nelle situazioni esterne che riconosce perché corrispondono a un'idea o a un concetto familiare, diversamente la situazione stessa potrà sembrargli poco importante, irrilevante e facilmente vi si perderà.