L'estate continua, tranne per coloro che sono tornati a vivere come se fosse inverno. Per me addirittura comincia. Io, quando gli altri vanno in ferie, lavoro. Ed è per ciò che inseguo l'estate fin negli ultimi suoi momenti ed anche oltre.
Vado nelle spiagge deserte, dove il vento che precede l'autunno fa mulinare la sabbia, e prendo quello che rimane dell'estate.
Ci sono altri come me. E ci ritroviamo aggruppati sotto l'unico raggio di sole che sbuca dalle nuvole. Con un cane che, all'ombra, scava un fosso.
Ma le nuvole non sono immobili, il vento le muove. E le mette innanzi al sole, che ora sta qua e che ora risbuca più in là; costringendoci ad una corsa per raggiungerlo. Inseguiti dal cane che parla come può, cioè latrando.
Ma arrivano altre nuvole. E noi diventiamo grigi dal freddo e dalla delusione. Sino a quando qualcuno non grida: «È là! è là!». E tutti, ancora, a correre verso il sole. Con il cane dietro, che abbaia protestando per un inseguimento che comincia a sembrargli privo di senso.
Siamo, un drappello di disperati, sempre in corsa appresso al sole, che appare e scompare in posti diversi, secondo il capriccio delle nuvole.
Così trascorre il giorno. E finisce l'estate; ma io non mi rassegno. E proseguo per un'estate tutta mia. E continuo ad indossare il costume da bagno. E mi immergo nella vasca di casa, colma d'acqua di mare.
Pino Caruso, L'uomo comune, Palermo, Edizioni Novecento (collana Il liocorno), 1986¹; pp. 69-70.