Dentro il fiore il ragno viene ospitato.

Kiana Khansmith
macklin celebrini has autism
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
🪼

blake kathryn

titsay
Lint Roller? I Barely Know Her
Monterey Bay Aquarium
occasionally subtle

#extradirty
wallacepolsom
YOU ARE THE REASON
Cosmic Funnies
Cosimo Galluzzi
Noah Kahan
Stranger Things
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open

gracie abrams

shark vs the universe

izzy's playlists!
seen from United States
seen from Spain
seen from United Kingdom
seen from United States

seen from United States
seen from Kuwait
seen from United Arab Emirates

seen from Netherlands

seen from United States
seen from Japan
seen from United Kingdom
seen from China
seen from United States
seen from Canada

seen from Ecuador

seen from Malaysia
seen from Australia

seen from Pakistan
seen from Colombia
seen from United States
@ecrivain93rouge
Dentro il fiore il ragno viene ospitato.
Guardo le nuvole non sapendo cosa scrivere e tra esse noto una figura librare. Non lo definisco ma lo immagino;
E torno a scrivere.
Quella notte sei tu
Guardando i tuoi occhi così pieni di tristezza per il tuo imminente viaggio, ti scrivo ciò che già prima ti dissi quella notte, mentre guardavamo le stelle così piene:
In alto fra esse c'è quella che ci unisce, che ci lega.
Quindi quando partirai non voltarti, non avere rimorsi, né paure.
Guarda semplicemente in alto e mi troverai.
Là dove sei tu e sono io.
E per quanti possano essere i passi che ci divideranno, là in alto noi ci ritroveremo per sempre.
Davide G.M Medeossi 13/3/2018
Vuoto mio
Cara madre, non sono certo che quel che ti dirò lo accetterai, ma ad un certo punto tutto è nebbia ed un oscuro passo si fa sempre piu semplice. Lacrima il mio cuore nascosto, nel dirti che io non ho dimora nella vita e che essa non vive piu in me. Avresti dovuto togliermi dapprima del semplice ovulo che nel ventre tuo si era formato. So di porti a d'ora, solo grandi delusioni e che il mio gesto non è altro che un susseguire l'apice mio. Ti terrò con me, mia origine.
Ad un passo si aggiunse il nulla su cui poggia il vuoto, che inghiotte i corpi privandoli dell'anima. Il suono, un cuore spezzato, lacrime infrante di feto violato ad un cordone impiccato. Donna seduta che fissa una stanza di un nato perduto.
Davide Giuseppe Maria Medeossi 16/01/2017
Ti lascio una lettera
“Dimmi che cosa vuoi da me?!. Non so come mai potrei darti più di quel che ti ho già concesso!. Mi sento solo sfruttata dal tuo amore cieco e sordo!.” Lei lo guardava con gli occhi reconditi di lacrime. Ed il passato la attraversava annebbiandole il futuro e rendendole incerto il presente. Lì colui che chiamava padre; di lui solo volto poteva dargli e non più, poiché mai amore o braccia calde aveva mai conosciuto. Con una lettera fra le mani, d’innanzi alla casella postale, ella s’apprestava a dire addio a chi già dal suo primo sbocciare gliene aveva dato. Da lì di quella figura tutto sarebbe svanito. E nel dentro di quelle righe di amore ed odio un susseguirsi di pensieri mai espressi ad alcuno. “Ti chiamo padre anche se tu non volesti mai esserlo per me, poiché mi rifiutasti alla nascita , ma egualmente sento te come mio io, ed è per questo che mai ti chiamerò diversamente. Oggi decido di darti questa, che per me e il regalo più grande ed il mio più difficile lascito. Avrei sempre voluto conoscerti di persona e non tramite piccoli schermi, ma sentendo il tuo caldo tepore, la tua folta barba grattare il mio viso e le tue grandi mani proteggermi ed educarmi. Mi sono sempre chiesta come fosse rincasare e poterti dire ‘Ciao papà’ o poter portare il tuo dì ed il diciannovesimo di marzo una bella lettera con tanti fiori come i miei compagni. Ma mai ciò si è verificato; e di questo non ti incolpo padre, ma sappi che per me facile da dimenticare non sarà mai. Ora vado incontro al mio futuro, irrompo in quella fitta nebbia. Vorrei sentirmi dire ‘Sono fiero di te’, ma so che se ci fossimo mai visti, ora lo saresti. Diventerò colei che danzerà tra le corde della vita, e lì dei grandi applausi se mai mi vorrai, saprai di trovarmi. Addio. Sii padre migliore con coloro che ora chiami figlie e non far mancare ciò che tu hai fatto mancare a me, te ne prego, non immagini il dolore. Tua di sangue figlia e di arte.” Imbustata, la donna si allontanò a passi brevi sotto la scrosciante pioggia che lavava via quel difficile peso, mentre il caldo sole asciugava il delicato viso dalla sofferenza passata.
Davide Giuseppe Maria Medeossi
Lettera ad un amica
Sono io, quel pazzo di un amico che hai incontrato nella piazza grande. Ti ricordi, cavolo, a quel tempo ero un ragazzino immaturo sotto molti punti di vista ma, quando ti ho vista, sono cambiato. Sono migliorato pian piano per cercare di conquistarti. Se ripenso a tutti i piani che ho escogitato mi viene da ridere, talmente assurdi da essere quasi geniali, ma alla fine, non sarebbero serviti visto com'è andata a finire. Quando mi hai respinto con quel messaggio mi sono sentito ferito, comunque mi sono rialzato, sono andato avanti e da quel momento per me triste è nata una profonda amicizia, piena di alti e bassi ma la miglior cosa che mi sia mai capitata. Mi ricordo di quelle lunghe chiacchierate sotto le stelle, su quelle vecchie sedie in pietra, in quel enorme giardino zeppo d’alberi e simpatici ricci che facevano a noi tremare dalla paura ogni qual volta che quatti quatti si muovevano da un cespuglio all'altro. O delle nostre gite in bici sotto il caldo sole che risplendeva i nostri giovani visi speranzosi e sognanti mentre attraversavamo quelle enormi praterie ciaccolando. Diavolo! Quanto mi manca tutto questo. Nonostante ciò ho rovinato ogni cosa, la tristezza si è impossessata di me, le mie paure e i miei dubbi hanno portato ad allontanarti, tu che mi sei sempre stata fedele anche di fronte ai miei atteggiamenti e che sei passata oltre. Tu che mi hai stretto spesso tra le tue calde braccia per confortare le mie dure depressioni. Non dimenticherò tutto questo. Per me sei stata la luce in fondo al tunnel, la mia fiaccola. Ora sono qui, lontano, non posso più parlarti o abbracciarti. Vorrei poterti dire che mi manchi, che sei la mia migliore amica e ti vorrò sempre bene. Sono costretto ad una poltrona, impossibilitato a muovermi; lunghi artigli d’acciaio lacerano il mio corpo impedendomi alcun movimento, non posso gridare , muovo a malapena le braccia, quanto basta da poter scrivere. Il respiro si fa sempre più difficoltoso, le palpebre fanno fatica a star su , ma non ho paura perché mi sono chiarito con me stesso e con te ed ho compreso molto, al finire del tutto . Spero tu possa perdonarmi, ancora per l’ultima volta capirmi e accettare la mia immensa stupidita. Ho pensato di poterti solo amare, ma sbagliavo. Quel che provavo era più forte , un profondo amore fraterno e mi spiace che la mia confusione ci abbia diviso. Addio mia solenne amica di sangue ed d’anima, ti amerò per sempre. Ora che la vita si accinge a lasciarmi, io voglio solo dirti grazie.
Vorrei dire ma preferisco lasciare a chi legge di farsi la sua idea. I molteplici modi di catturare il messaggio credo debbano essere lasciati intatti da contaminazioni mie personali.
Davide Giuseppe Maria Medeossi
Per il MONDO
Una stanza sola, al centro un tavolo vuoto privo di ornamenti, al lato destro due materassi mal ridotti senza coperte, lenzuola o cuscini ed infine, infondo alla stanza su di un angolo un bambino rannicchiato. Il fanciullo ode boati echeggiare all'esterno, chiama mamma e papà ma nessuno risponde, non c’è più nessuno lì, solo lui ed un peluche senza un orecchio che stringe forte forte al suo petto. I boati si fanno via via più forti, il bambino grida impaurito; grida mamma! papà! ma nessuno risponde, nessuno lo ascolta, nessuno potrebbe farlo. Un uomo sfonda la porta corre verso il bimbo troppo impaurito e debole per scappare. L’individuo strappa una parte del peluche dalle braccia del fanciullo a cui rimane sola la testa, lo prende per il braccio e con forza lo strattona via dall'angolo; il bimbo fa da peso morto ma non serve a niente, l’uomo lo trascina con forza, il rude pavimento gratta sul corpo già sfregiato del fanciullo provocandogli gran dolore. Appena fuori dall'edificio lo scaraventa poco più in la facendolo franare sul terreno ghiaioso, pieno di sangue e con le lacrime che riempiono gli occhi il piccolo inerme si sente urlare contro dall'uomo, che estrae il fucile mentre invoca un dio a lui non caro. Il fanciullo stringe forte la testa mal ridotta del peluche, la preme sul petto tanto da fargli toccare il cuore e mentre il cielo piange a dirotto il bimbo ode il suo ultimo suono mentre viene avvolto dalle braccia calde di chi ama veramente, di chi del mondo si e fatto carico di tutto il dolore elargendo solo amore, anche a quel bimbo che ora potrà abbracciare i suoi genitori.
“Non per Parigi, non per il Kenya ma per il mondo. Oggi non mi tingo di blu, bianco e rosso ne tanto meno di rosso, verde e nero con due strisce bianche. Oggi, domani e tra un anno rimango esattamente come sono, con in cuore le voci di tute quelle vittime ed un profondo rispetto per le loro lacrime.”
Davide Medeossi, 15 Novembre 2015
Avvolgendomi
Urlano e scalpitano, sbraitano a più non posso. Relegato in una minuscola stanza fredda e senza porte, vedo in quei secondi la mia vita. Solo contro tutti, abbandonato, fuggito da una guerra per trovarmi qui. Mi urlano immigrato, dicono che li sto derubando, io ...... ma di cosa dovrei derubarli?. Sono fuggito da giovane, strappato dai miei genitori da quella casa che seppure grezza e assai spoglia per me era stata tutto. E ora mi ritrovo qui, lasciato da menti più alte di me a marcire in un luogo che non mi appartiene, privo di ciò che può dirsi casa. Vorrei tanto non essere qui, vorrei tanto andarmene, tornare a casa mia, laddove sono nato. Uomini incappucciati entrano dentro la stanza, uno dei tre mi colpisce, perdo i sensi. Mi risveglio pochi minuti dopo, la testa mi duole, faccio fatica a muovermi, non riesco a mettere a fuoco nulla. Pian piano i sensi si riappropriano delle loro funzioni, ma ancora non riesco a capire, sento urla di rabbia ed un caldo torpore attraversa il mio corpo. Riapro gli occhi, devo essere svenuto di nuovo. Sono in alto appeso a qualcosa, i polsi stretti con le corde mi fanno male. Ancora pero non capisco, tutto mi appare confuso. Vedo una figura sfuocata porsi davanti a me. Arriva a pochi passi, non riesco a metterla bene a fuoco, essa mi rifila un altro colpo, perdo nuovamente i sensi. Mi risveglio intorpidito, le urla sono ancora presenti ma distorte, non capisco, intorno a me il buio. Sento un liquido cospargersi sul mio corpo, esso arriva su di me come una frusta, penso all'acqua ma non capisco perché debba puzzare cosi. L’odore è forte, acceso, insopportabile, esso preme sulle mie narici con gran forza, non capisco cosa sia anche se so di averlo già sentito. Intanto l’oscurità che avvolge i miei occhi viene riempita da scie rosse e gialle che danzano davanti a me, dapprima distanti via via sempre più vicine. Le grida si placano ed un immane calore mi inonda. Il mio urlo cieco sostituisce il silenzio mentre le fiamme prive di colpe danzano su di me avvolgendomi.
Davide Medeossi