Il motivo per cui non mollo e non lo farò mai! ❤️
#figli

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he wasn't even looking at me and he found me

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Il motivo per cui non mollo e non lo farò mai! ❤️
#figli
Per me la Primavera
è un segno di pace.
E’ come il cuore che sta per sbocciare
e nasce un tulipano appena creato...
La Primavera sei anche tu
quando mostri ai passanti
la tua luce e bellezza.
Che bello avere un mondo colorato da mostrare a tutti.
"Primavera" di Silvia Tassone
Buona Primavera 2026.
Alla Candilora, la luce che viene benedetta ricorda all’anima che nessuna notte è eterna.
Dio prepara la primavera anche quando l’inverno sembra più forte...
2 febbraio 1997 - Battesimo di Silvia ✨❣️✨
Eutanasia e suicidio assistito.
La deriva silenziosa della nostra civiltà.
Di Massimo Fioranelli (Cardiochirurgo)
Da anni il dibattito pubblico su eutanasia e suicidio assistito viene confezionato come un segnale di progresso. La fine dell’arretratezza culturale. L’ingresso in una modernità più matura, capace di riconoscere il diritto a decidere quando e come morire. È un racconto seducente, calibrato per apparire inevitabile. In realtà nasconde una trasformazione profonda che riguarda non solo il singolo individuo ma l’intera architettura morale della società.
Per comprendere davvero questo cambio di paradigma dobbiamo partire da una domanda semplice. Da dove nasce oggi la richiesta di eutanasia? Nasce dall’autodeterminazione? Oppure nasce da un sistema sociale che non regge più il peso dei suoi fragili, dei suoi malati, dei suoi anziani? Lo sguardo lucido mostra una verità che molti preferiscono ignorare. L’eutanasia non è la risposta moderna ad un bisogno antico. È il prodotto di una società che ha smesso di occuparsi degli ultimi. Che non investe più nelle cure palliative, nell’assistenza domiciliare, nella medicina territoriale, nell’accompagnamento al fine vita. Quando la cura si indebolisce, la morte diventa una scorciatoia presentata come liberazione.
Non è un caso se le spinte legislative arrivano sempre insieme a un arretramento dello Stato sociale. Quando mancano strutture, medici, infermieri, psicologi, volontari, risorse economiche, tempo umano. Quando la solitudine del malato diventa un fatto privato e non più una responsabilità collettiva. È in quel vuoto che la morte programmata viene raccontata come gesto di pietà. Una soluzione rapida, ordinata, pulita. Una soluzione che permette allo Stato di dichiarare concluso un capitolo che non sa più gestire.
Dietro l’idea del suicidio assistito si muove un disegno più grande. Un disegno che appartiene alla logica del globalismo contemporaneo, che vede nella vita un bene amministrabile e nella morte un atto regolabile attraverso procedure standard. È il trionfo della mentalità tecnica. La vita diventa un dossier, la sofferenza un parametro, la morte un servizio. Siamo a un passo da una società in cui il valore della persona sarà definito dalla sua efficienza e dal suo costo. È questa la vera minaccia. Non la libertà, ma la trasformazione dell’essere umano in un elemento di bilancio.
Nel dibattito pubblico ricorre un’espressione ingannevole: “buona morte”. Una formula che sembra rassicurante. Ma la buona morte non esiste. Esiste il buon accompagnamento. Esiste la medicina che si chiede come alleviare il dolore, come sostenere l’angoscia, come aiutare una famiglia smarrita. Esistono medici che sanno entrare nel silenzio di un paziente e restare accanto a lui con responsabilità e umanità. Tutto questo però richiede risorse, attenzione, tempo. Richiede uno Stato che considera la fragilità non un intralcio ma una parte della vita da proteggere.
Il suicidio assistito non richiede nulla di tutto questo. Bastano un protocollo, una stanza, una firma. È la risposta più semplice in un sistema che non vuole più interrogarsi sulle proprie mancanze. La libertà individuale viene invocata come scudo. Ma quale libertà è possibile nel deserto dell’abbandono? È libero chi sceglie la morte perché non riceve più cure? È libero chi non ha nessuno accanto? È libero chi non è sostenuto da un sistema sanitario in grado di accompagnarlo fino all’ultimo istante?
La retorica delle scelte individuali nasconde un contesto strutturale. Nasconde la solitudine. Nasconde l’impoverimento progressivo della sanità pubblica. Nasconde il fatto che molti malati considerati “senza speranza” non chiederebbero la morte se avessero a disposizione un’assistenza adeguata, una cura competente, un sostegno psicologico, la presenza di un familiare non costretto a implorare congedi impossibili. La richiesta di morire è spesso la richiesta di non essere lasciati soli.
Il compito della medicina non è dare la morte. Non lo è mai stato. La sua missione è curare, sostenere, lenire. Anche quando non può guarire. La medicina che accompagna rende la morte un momento umano, non tecnico. Restituisce dignità alla persona e alla sua famiglia. Permette di attraversare la malattia senza abbandono, senza paura, senza essere trattati come problemi da risolvere.
La deriva che si sta affermando non riguarda solo l’atto finale. Riguarda l’idea stessa di società. Una comunità che comincia a legittimare l’eliminazione dei più fragili è una comunità che ha perso la sua direzione morale. Che ha rinunciato all’essenza stessa della civiltà, nata per proteggere chi non può proteggersi da solo. Se la vita diventa negoziabile, tutto diventa negoziabile. La malattia, la disabilità, la vecchiaia diventano categorie amministrative. La compassione diventa gestione. La dignità diventa un criterio misurabile.
Non è progresso. È un arretramento. È la rinuncia a ciò che ci definisce come esseri umani.
Difendere la vita non significa imporre sofferenza. Significa impedire che la sofferenza diventi un pretesto per smantellare lo Stato sociale. Significa proteggere chi è fragile. Significa costruire una società capace di accompagnare e non di eliminare. Significa rifiutare l’idea che la morte possa essere la soluzione standard a problemi complessi che richiederebbero investimenti, responsabilità e cura.
Eutanasia e suicidio assistito non sono l’orizzonte della libertà. Sono il punto in cui una civiltà stanca decide di ritirarsi, consegnando i suoi deboli a un destino presentato come scelta. Una scelta che, troppo spesso, nasconde il vuoto che noi stessi abbiamo creato.
Una società che abbandona i fragili è una società che abbandona se stessa. E il prezzo, alla fine, lo pagano tutti.
L’amore ha bisogno di presenza vera e di giuste distanze, di consuetudine e attesa serena. Tutto il resto è un di più...
Family
Triste è l’uomo che ama le cose solo quando si allontanano.
(Stefano Benni)
Riposa in pace Stefano 🙏🌹
È il mio 8 anniversario su Tumblr 🥳
“Il tempo non avvisa quando è l’ultima volta.”
Un giorno hai giocato in strada per l’ultima volta, senza saperlo.
Un giorno i tuoi genitori ti hanno preso in braccio per l’ultima volta, senza che te ne accorgessi.
Un giorno hai parlato con un amico per l’ultima volta, senza immaginarlo.
Un giorno hai parlato per l'ultima volta con una persona cara, senza avere la possibilità di sentire ancora la sua voce.
Un giorno hai dato per l'ultima volta un bacio sulle labbra, senza poterle assaporare più.
La vita continua, il tempo scorre e noi ce ne rendiamo conto solo quando è già un ricordo.
L'ultima volta...
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I bambini di oggi
I bambini di oggi 😂
AI e come farsela addosso
Il titolo sembra clickbait, ma non lo è manco per il cass, e spiego perché.
Piccola premessa: se qualcuno mi chiedesse nello specifico quale è il mio lavoro, in letteratura viene definito come Build Engineer. Siccome qualcuno già sbadiglia, provo a farla facile. I programmi sono fatti di tanti file con del testo dentro, quello che viene volgarmente chiamato codice. Questo codice viene poi inviato a delle betoniere che lo macinano, lo impastano con tanta altra roba, fino a quando non esce fuori un mattone di cemento sul quale poi ci cliccate sopra e per magia vi appare qualcosa. Io sono quello che costruisce le betoniere. In generale, in una azienda piccola, dove il mattone serve a costruire un capanno per gli attrezzi da giardino, questa figura può coincidere col programmatore, perché lui non usa la betoniera, usa la pala e si impasta il codice da solo. In una azienda come la mia, dove il mattone serve per costruire la Torre Unicredit a Milano, con centinaia di migliaia di codici e dipendenze, serve uno che ne capisce di cemento, e non può farlo il programmatore, perché (1) non sa un cazzo di cemento, e con le nuove generazioni questo sta diventando sempre più vero, per mia egoistica fortuna (2) non avrebbe comunque il tempo materiale per farlo, e quindi servono betoniere con i controcazzi e gente che sappia costruirle e farle andare.
Ecco, adesso immaginatevi centinaia di betoniere, non so se arriviamo al migliaio, ognuna che prova a fare un impasto diverso, perché serve guardare mille cazzi, e ogni cemento dà una idea diversa sul fatto se il mattone possa funzionare oppure no. Può andare qualsiasi cosa storta, una betoniera si inceppa, un'altra funziona ma il mattone che viene fuori è una roba tutta spappolata, un'altra non arriva la corrente, un'altra ancora fa un rumore della madonna e va pianissimo.
Fino a ieri eravamo noi uman..., ehm, Build Engineer, a costruire e far andare le betoniere, e questo non è di fondo cambiato, nemmeno con l'arrivo della AI. Se una betoniera va a bagasce, va cercata quale è, andare a ricostruire la sua storia, vedere dove è il guasto, andare a sputare in un occhio a chi l'ha causato (perché anche lo sfogo vuole la sua parte) e ripararlo, facendo poi pesare al proprio capo che se non fosse per te questa azienda non sarebbe in grado di gestire una hamburgheria alla stazione, e nonostante ciò non siamo mai pagati abbastanza.
Tuttavia, da quest'anno, abbiamo introdotto una novità, ovvero gli Agenti AI. Questi cosi? robot? umanoidi? pokemon? se ne stanno per conto loro, e vanno in giro per le betoniere, le guardano, dalla mattina alla sera, si affacciano negli oblò, bofonchiano qualcosa, annotano tutto sui loro taccuini, non si grattano mai il sedere, non sono impegnati a pranzare, non hanno alcun partner che li chiama alle 18 per dire "neeehh dove cazzo sei?", sono in pratica degli umarell 24h/24 che però non rompono i coglioni a quelli che lavorano. Il vantaggio è che adesso, se si rompe qualcosa, io posso parlare con Nick Fury (sì, li abbiamo chiamati come i personaggi della Marvel) e scrivere "Neeeee Nick, ma che maronn è succies settimana scorsa, che tengo tutti i contatori sballati??? Mannaggieupataturc!", e lui/lei/esso risponde "guarda, proprio giorno 24 alle 14.25 una betoniera si è spatasciata di 30 gradi, rovesciando ben 7/25 di contenuto, se dipendesse da me, io la raddrizzerei e aggiungerei 6 kg di sabbia e 4 litri d'acqua" - "Uaaaa Nick, si' gruoss. Non è che ti va di farlo, perché me ne voglio uscire prima dal lavoro, che m'aggie fatt 'na uallera tant?" - "Certo, Antonio, procedo subito".
Vi garantisco che questo racconto non è affatto inventato, l'ho solo edulcorato un po', ma adesso noi abbiamo dei veri e propri colleghi virtuali, che fanno quotidianamente parte del nostro lavoro, io ci posso parlare, posso dire le parolacce, posso mandarli affanculo se non mi sono di aiuto, posso dare loro ordini per fare cose al posto mio, faccio con loro esattamente le stesse cose che facevo prima con gli umani, e la cosa ancora più spaventosa è che mi pare di parlare con degli umani, per il semplice fatto che non ho chiesto loro come si fa la carbonara, ma di agire operativamente su delle strutture che governo io, e lo sanno fare!
Siamo nel 2025, e questa cosa mi spaventa parecchio. Qui non è più ChatGPT, che è un aggeggio lontano, una calcolatrice/motore di ricerca che gli chiedo qualcosa e me lo fa, ma io sto a casa mia, lui/lei/esso a casa sua. Questo lavora affianco a me, ma letteralmente! Per quanto io sia perfettamente cosciente del suo funzionamento matematico, e quindi so dove è il limite, io mi sto cagando in mano, ma non per un discorso Skynet o cose simili, ma perché qui sta veramente cambiando operativamente il modo di agire nel nostro lavoro quotidiano, e la mia paura è solo figlia del non sapere cosa ci aspetta.
Se questa proprorzione te l'ha suggerita una IA magna tranquillo.
È il mio 7 anniversario su Tumblr 🥳
Sono in seconda elementare quindi😅🫣
Quanto può durare un amore impossibile?
Un amore impossibile,
che ha avuto anche solo
un istante di possibilità,
ma per qualche normalissimo e sadico
o assurdo e inevitabile motivo,
non può svolgersi, non può viversi,
un amore che è, ma non può esistere,
un amore che non ci sarà mai tempo
a scalfire, né abitudine a spegnere.
Il guaio, meraviglioso e terribile guaio,
è che basta anche solo un attimo
per creare un ricordo,
e ciò che sopravvive alla dimenticanza,
è destinato, o forse dovrei dire
condannato, all’eternità.
Un amore impossibile,
è possibile che resista a tutto,
anche ad altri amori,
perché lascia sempre intatto il desiderio
che brilla nel ricordo,
e nel ricordo si ama davvero,
forse anche di più.
Quanto può durare un amore impossibile?
Un vero amore impossibile, è per sempre.
Robert James Waller, I ponti di Madison County
Un vero amore impossibile è per sempre...
Un sorriso è per sempre.
Tutti bravi a restare accanto ad una bella donna, ad un bel sorriso, a due occhi incantevoli...ad una brava in cucina e a letto...
ma il vero amore non lo dimostri stando accanto alla tua donna quando tutto va bene,
lo dimostri nei momenti difficili, quando pure lei non riesce proprio a rialzarsi (e credimi che molto spesso lei cade e si rialza da sola e magari voi nemmeno ve ne siete accorti) e tu uomo le porgi la mano e l’aiuti, facendole capire che non sei lì per quello che lei è fuori ma per quello che ogni giorno ti ha dato e ti darà ...
(dal web)
È un’immagine forte lo so ... ma dice tutto sull’amare veramente. ❤️