Sta’ tranquillo che io posso anche non vederti eppure averti nella mia vita molto più di quanto non pensi.
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Sta’ tranquillo che io posso anche non vederti eppure averti nella mia vita molto più di quanto non pensi.
Bianca Garufi a Cesare Pavese
Photo Marina Yoon
Tu sai che per me la tua presenza è pura gioia, tanto una gioia che talvolta corro il rischio di dimenticare che magari tu soffra.
Cesare Pavese, lettera a Bianca Garufi
«Saprò diventare come vuoi. Devo diventarlo, perché non voglio che la nostra storia somigli alle altre che ho bruciato».
(Da una lettera di Cesare Pavese a Bianca Garufi)
“Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti. Anzi allora m'immagino di fare le due cose insieme e questa è tutta la mia e la tua tenerezza come una cosa sola. Di scaldarmi soltanto, avrei orrore. Ma se non posso farlo, se tu hai sonno, vorrei essere almeno la mano che ti protegge – una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te invece mi è naturale come il respiro.”
— Cesare Pavese a Bianca Garufi, 21 ottobre 1945 da “Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Bianca Garufi e Cesare Pavese (1945-1950)”, Olschki Editore, 2011.
“Vorrei essere almeno la mano che ti protegge – una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te invece mi è naturale come il respiro.”
-Cesare Pavese
“E questo di sentire che tu mi aspettavi mi ha fatto pensare all'esistenza nostra, di noi due voglio dire. Ho incominciato a prendere coscienza che noi due, per me, era qualcosa che esisteva.”
— Bianca Garufi a Cesare Pavese, 21 ottobre 1945, da “Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Bianca Garufi e Cesare Pavese (1945-1950)”, Olschki Editore, 2011.
Cesare Pavese, Una bellissima coppia discorde, Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi, Lettera del 3 settembre 1945
tu invece mi aspettavi e con te la mia vita come era sempre stata, senza rimedio, senza fine, una vita sull’argine del fiume, non so come dirti… Incominciavo persino ad immaginarmi che un giorno o l’altro ti avrei trovato nella mia vita, tanto da tener conto della tua presenza, come di quelle cose di cui si tiene conto inavvertitamente: dove sei nata, quando, che lingua parli, il colore dei tuoi occhi, tutte le cose che sei, inevitabilmente.
da una lettera di Bianca Garufi a Cesare Pavese, Roma, 21 ottobre 1945
A Cesare Pavese, Roma.
[Roma 21 ottobre 1945]
Caro Pavese,
non so che diavolo succede nella mia testa. Già il fatto che ti scrivo è un segno certo che qualche cosa mi succede che non capisco, che non riesco ancora a capire e portarla alla luce.
Credo dipenda da ieri, la crisi, voglio dire. Che io sia in un mare di guai è un pezzo. Ma fino a ieri ancora me la cavavo abbastanza bene, malgrado presentissi che mi sarebbe accaduto qualche cosa come una frana o meglio come il diluvio universale.
E sì che ancora avevo resistito l’altra sera mentre parlavo con Fabrizio e dopo quando ti ho rivisto e ti ho raccontato di come era andato l’incontro.
L’altra sera, in fondo, mi ha salvata la voglia che mi era venuta, di fare salti e capriole, di mettermi a cantare a squarciagola. Poi ci ho pigiato sopra e mi è tornata la calma.
Dopo tutto, Fabrizio non c’è ragione che interferisca nella mia vita. Una malattia come un’altra con la quale si campa cento anni, un modo di essere, ormai. E per questo ero spaventata mentre lui mi parlava. Una guarigione offerta così improvvisamente non poteva che farmi paura. Avevo infatti una specie di panico nell’anima, come se fossi in pericolo di perdere, improvvisamente, ogni punto di riferimento. Incominciare a vivere d’accapo, ricominciare, rifarmi tutta d’accapo e in più con l’obbligo d’essere felice. Una fatica bestiale.
Se non ci fossi stato tu, forse avrei avuto più coraggio. Tu invece mi aspettavi e con te la mia vita come era sempre stata, senza rimedio, senza fine, una vita sull’argine del fiume, non so come dirti.
E questo di sentire che tu mi aspettavi mi ha fatto pensare all’esistenza nostra, di noi due voglio dire. Ho incominciato a prendere coscienza che noi due, per me, era qualche cosa che esisteva.
E così ieri, tutta la giornata, mi convincevo di questo. Era una cosa appena nata, ieri, questa convinzione. Incominciavo persino a immaginarmi che, un giorno o l’altro, ti avrei trovato nella mia vita tanto da tener conto della tua presenza come di quelle cose di cui si tiene conto inavvertitamente e cioè: dove sei nata, quando, che lingua parli, il colore degli occhi, tutte le cose che sei, cioè, inevitabilmente.
Per questo è stato triste per me che tu ieri sera ti sia sbagliato.
So bene quanto senza importanza sia dire un nome per sbaglio. So anche quanto importante sia e so che è giusto, che non potrebbe non essere importante un nome caro anche se lontano mille miglia dalla realtà che ci possiede.
Ti ho detto, subito dopo, che ero impressionata. Infatti mi era venuto freddo. Qualcosa ho voluto dirti, subito dopo, per il terrore che ho di tutto ciò che si rapprende e fa grumo, porta chiusa e soffoco. Ti ho detto che sarebbe passato. Che avrei fatto il possibile per farlo passare. Lo vedi che faccio il possibile.
Parlare è difficile quando si ha sonno come ho io. E tu non sai cosa significhi per me avere sonno e così tanto. Stamattina mi dicevi scherzando che tornavo al buio materno – è un modo di dire vecchio come il cucco. In effetti non ho che un desiderio infossarmi e sprofondare. Ogni altra cosa è fatica. Anche questa di scriverti.
E tu non sai quanto sia stanca, quanta fatica mi costi essere piena di energia, quanto mi costi tenermi sveglia, rispettare la vita e darle credito continuamente. Devi saperlo questo. Devi saperlo che c’è questo sforzo al fondo di ogni mio gesto. Anche adesso che ti scrivo.
Ciao
Bianca
Caro Cesare, non te la prendere per quello che dico e faccio. Spero di non dire, non fare e nemmeno pensare niente di male.
B.
— Mariarosa Masoero, Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950)
Se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano valore come esseri umani… Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo.
(David Foster Wallace, Come diventare se stessi)
“Cancer, Stop denying yourself true happiness because you can’t let go of something that happened a long time ago.”
—
Cancer Fact # 199Â
Read More facts about the signs Here
(via wnq-astrology)
E INVECE FACCIO BENE FANCULO
Joy Sullivan, from Instructions for Traveling West: Poems; “All Day Long There Is a Bursting”
... mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona...
Dante Alighieri
“Ti son caduto accanto. Tu stavi muta colle ciglia chiuse. Ti baciavo la nuca e quasi non sapevo. Sono triste, angosciato, più nulla ti so dire. Oh mi pare che tu non voglia più! E’ tanto triste adesso quell’istante. Ho paura che tutto sia finito. Non mi dici più nulla. Sono solo terribilmente solo e avvilito. Prima almeno speravo e trepidavo ignaro. Ora non so, ma sto male tanto male. Oh come mi ha lasciato solo il tuo bacio! Tu ricordi, bambina: «Senza una donna da serrarmi al cuore mai l'ebbi e mai l'avrò. Solo; stremato da desideri immensi…» Mi par di ritornare in quell’inferno quando scrivevo quei versi. Ma allora ero già tanto rassegnato. Ora ho nel sangue un veleno terribile e il disgusto del fumo che ho respirato per sognare di te mi rivolta la gola. Tu non senti più nulla? Oh una tua tenerezza in questa sera maledetta mi ridarebbe la vita. Ma tu non mi hai detto più nulla e mi pare vorrai così per sempre. Oh non potevo crederlo di essere amato! Di avere una donna, un corpo vivo, un’anima, un povero e divino cuore umano che sognasse di me. Eppure l’ho sperato, accanto a te l’ho sperato, nei baci dolci, nelle parole sommesse moribonde di tenerezza. L’ho ripensato nel cuore ardente trepidante di un tuo sorriso. Oh se fosse uno spasimo, se potessi urlare tutto sconvolto come ho fatto tante volte prima dei tuoi baci, ma no, è una sofferenza atroce ma stanca, che mi avvelena il sangue con la nausea del fumo e il ribrezzo e l’incertezza. Tornare adesso a far la vita buia sterile, stanca, dopo tutto quel paradiso non posso più non posso. Ho bisogno di averti d’accanto e di stringerti a me e vederti sorridere e piangere e sognare e socchiudere gli occhi a tanti baci e ridirmi parole per me solo per me solo. Oh che nausea che angoscia orribile! Solo più stretto a te posso reggere in vita. Sarà egoismo senz’amore, me ne vergognerò anche, ma ti supplico fammi ancora sentire il tuo amore bello, fammi credere ancora coi tuoi capelli devastati, colle tue palpebre scure abbassate come viole appassite, che io nella vita non sono un mendicante rifiutato da tutti. Fammi dimenticare questo nei tuoi baci divini. Oh bambina se tu sapessi quanto ho sofferto quando stasera non mi hai detto nulla.”
— Cesare Pavese (notte 30 agosto 1927)
Gianfranco Marotta