MY #TFF32 (3 FRASI X 16 FILM)
Una Polonia moderna e innaspettata: discriminazione, scopate, Ferrari e iPhones. Sapore di Hollywood per un Kowalski 007, wodka “shaken, not stirred”, corruzione e una buona dose di humor nero che solo una rude crudeltà ti può dare. Una spy story che documenta, grazie ad una sapiente combiazione di mockumentary e riprese normali, un grave problema sociale.
Scenneries of new beginning
Una copia felice: lui un contabile, lei una giornalista. Un brlui cade in depressione come in un precipizio. Il tema è ricorrente ed importante ma la sceneggiatura zoppica attorno ai due protagonisti che orbitando attorno a quel tavolo con solo due sedie. Rimane anche il mistero del titolo, quasi provvisorio di questo film.
New York, New York cantava Lisa Minelli e in fondo Big Apple rimane sempre una città dove tutto succede, in un modo o nell’altro. Frances è lunatica, impegnata (molto!) e non sa bene cosa (o come?) fare nella vita. Cresciuta con la testa tra le nuvole del tulle de tutù e con una mano in quella della sua migliore amica, più realistica, Sophie durante la pellicola matura, tra amori, amicizie e corse folli Frances ti contagia con la più terribile delle malattie: ottimismo.
Il protagonista, Stuart Hall, un uomo di “razza” mista (cubano, jamaicano, ebreo, portoghese) che, dopo aver frequentato Oxford e aver sposato una donna inglese, ha cominciato a combattere contro il razzismo in Inghilterra degli anni ’60 fondando giornali come “New Left Review” e facendo discorsi publici. Documentario strutturato in modo particolare, diviso per capitoli cronologici e poi suddiviso per “fasi” nella musica di Miles Davis di cui Hall era appassionato. Una tortura.
Il film tratta, secondo me, di quel bisogno che le donne hanno per le parole, il motivo per cui spesso vengono ingenuamente truffate da uomini in rete, succede qualcosa di simile qui: amico anonimo, per mezzo lettera chiede, esorta, ammaglia Nicole fino a che la donna si innamora di lui, siccome lui le ha fatto uscire da un vita pacata, non infelice, solo noiosa.
Un’ipertinente studente di un università dell’Ivy League dopo una misteriosa questione decide di passare il suo anno sabatico a raccogliere mele in Ohaio o nell’Oregon o uno di quei stati con la O. E quello che inizia come un semplice lavoro estivo si trasforma, umilmente, in qualcos’altro. Un’alternativa, forse, da un futuro prescelto, una crepa in quella statica immagine che aveva di se stesso Samuel/David.
Dolore forma sul nostro viso cicatrici, simili ai fantasmi di vecchi sorrisi di cui conoscitori si contano solo su una mano. La storia, quella mondiale e quella personale si mescolano, dolore nazionale che diventa un profondo foro che attraversa il cranio. Non si può essere pronti, non si può auto bombardarsi, non si può sopravvivere e vivere.
Teatro Alla Scala, un grande palco dell’arte scenica. Documentario abbraccia a 360 gradi attività della scuola di ballo, dove piccini e grandicelli si scontrano con la realtà, da subito, da buongiorno. Illustra il mondo delle scenografie, di (future) costumiste e del multiculturalismo e spietatezza dell’arte e del suo mondo.
Sa è una karaoke girl in un bar nell’odierna Bangkok, ma provviene da un paesino sperduto e una famiglia poverissima e occasionalmente manda i soldi ai suoi parenti che la credono sgobbare in una fabbrica. Sa è intelligente e bella, ma cade nella trappola del proprio lavoro, si innamora di un ragazzo che frequanta il locale e con tempo si rende conto che la cosa non potrà mai funzionare. Il regista si concentra solo sulla solitudine che reca questo lavoro, non sui aspetti pratici che comporta
Prince Avalanche racconta la storia di due uomini sperduti in mezzo a nulla e non centra niente Brokeback Mountain. Quello con i baffi è Alvin, onesto lavoratore innamoratissimo di Madison, mentre quello giovane è fratello di Madison, Lance, un arrogante, stupido e grasso Emile Hirsch, che tra l’altro somiglia taaaaaantissimo a Jack Black, vedere quei due correre sbronzi per le foreste canadesi vestiti da Mario Bros non ha prezzo. Mario Bros si sarà rigirato nella tomba.
Monica Z / Waltz for Monica
Chi avrebbe detto che la Svezia, patria di salmoni e Ikea aveva una gemma così preziosa? Monica prima centralinista poi diva, madre di una bambina e donna ambiziosa, divertente, che dopo un cazziatone (o di un buon consiglio) da parte di Ella Fitzgerald esalta la musica e poesia svedese, che la mette in musica e che poi per orgoglio rischia di perdere tutto….Un bellissimo ritratto di una donna consapevole del proprio talento, curiosa, forte….Eroina!
Only lovers left alive è un ritaglio della vita di due vampiri, di Adam e Eve, innamoratissimi da secoli. Lui è un musicista, collezionista di gitarre, purista del suono, adora la tecnologia musicale, invenzioni e Tesla mentre lei colleziona libri, milioni di volumi di cui non si separa mai, che vuole condividere con il suo amato. Si amano sempre, anche se scelgono di vivere in posti molto diversi. Ammaliante visione di Jarmusch che revisiona la storica posizione dei vampiri: Adam e Eve non avrebbero potuto essere più vivi.
Pellicola racconta le vicissitudini di Suzanne, la più piccola di due sorelle cresciute da un padre single, un autista del cammion che rimane incinta al liceo e cres ce il bambino fino al giorno in cui incontra Nicolas, un piccolo truffatore. Suzanne rimane ammagliata da lui, lasciando indietro tutto, amatissima sorella, figlio, padre, prototipo di un futuro, ma quando dopo diversi reati viene processata e imprigionata per 5 anni, la sua vita non sarà mai più la stessa. L’attrice non è invecchiata di un solo giorno per tutto il film (nonostante due figli) e non si sa cosa le succede durante il periodo di distacco dalla famiglia, zero approfondimenti.
Identità del padre in confronto con l’identità del figlio. Il richiamo alla terra natia, amore e rispetto verso il tuo padre, nonno, bisnonno. Jide, il regista del documentario e figlio, alle prese con il padre che ha deciso, dopo aver assicurato un futuro ai suoi figli in una lontana Danimarca, di tornare in Nigeria a coltivare il pollame. Alla domanda di Jide che gli chiede “Vuoi che io torni in Nigeria?” il padre gli dice le parole più belle che un genitore possa dire: “E’ una tua decisione, io voglio solo che tu sia felice con tutti i mezzi a tua disposizione.”
“Striplife” parte come un miracolo: un gruppo di mante vengono trovate spiaggiate nella Città di Gaza, posto proprio al centro del conflitto tra Egitto e Isreale. E proprio come dei piccoli miracoli i giorni di persone rappresentate nel film, giovani e vecchi che vivono tutti giorni i suoni minacciosi di una guerra in corso. Le giornate di una donna-giornalista, un fotografo, un rapper, un gruppo di ragazzi che fanno parkeur.
In questo lungometraggio, Joe Swanberg, racconta le vicende di due ragazzi sulla trentinna grandi amici che lavorano insieme in un birrificio, entrambi in una relazione: Luke con una bella insegnante, Jill, mentre Kate con un posato signor “sottobicchiere” Chris. E’ una serie di sbronze, battute abbastanza scontate e….nient’altro, la pellicola pare essersi dimenticata di srotolare e lo spettatore rimane come in attesa che qualcuno ci versi qualcosa.