Qui in mezzo si vedono, in ordine alfabetico: amiche in minigonna che sorbiscono mojito dallo stesso secchiello con sopra i barbapapa, amici vestiti tutti uguali, biondini con la macchina fotografica che fanno le foto alle amiche in minigonna che sorbiscono il mojito dalo stesso secchiello con sopra i barbapapa, donne color cuoio, gruppi rumorosi di addii al celibato che incontrano gruppi rumorosi di addii al nubilato, gente appesa alle travi degli stabilimenti, io con la mia birra, neri di tutte le età che camminano tra la folla con il loro carico di occhiali da sole, scimmiette da appendere al collo e oggetti fosforescenti falliformi, palestrati nudi dalla cintola in su dall'aria decisamente fascista, ragazzine con la t-shirt che dice "stasera faccio la brava", ragazzini caduti a terra dopo una mossa di danza troppo acrobatica, studenti universitari armati di spruzzino che spruzzano di acqua le ragazze color cuoio che camminano tra la folla, tardone fashion, uomini pelati di una certa età con la t-shirt che dice "meglio calvi che biondi". Tutta questa umanità, percorsa al suo interno da evidenti contraddizioni, è tenuta precariamente insieme dalla musica,come un vaso andato in frantumi e incollato malamente, sempre sul punto di spezzarsi lungo le linee di frattura. Le persone urlano, si abbracciano, sgranano gli occhi, si baciano con avidità negli stradelli o sulle pareti ancora calde di sole delle cabine, agitano le braccia a ritmo di musica, fanno salti sbalorditivi che mi lasciano sempre esterrefatta; i volti sono tutti sovraeccitati e c'è nell'aria quell'atmosfera pregna di libertà, di caduta temporanea di ogni regola sociale, l'apocalisse. Sono le sette di sera e ci siamo sedute con la birra in mano e ci stiamo guardando attorno. Sto osservando la schiena nuda di un palestrato dall'aria decisamente fascista, i muscoli sotto la pelle sembrano pesciolini vivi. Siamo già state raggiunte da un gruppo di ragazzi che festeggiano un addio al celibato, abbiamo baciato lo sposo che ha lasciato ad ognuna di noi un suo santino, una fotocopia con la sua foto e sul retro una dedica personalizzata, scritta di suo pugno, che nel mio caso consiglia: sposati!! con due lapidari punti esclamativi. L'ho piegato accuratamente e infilato nella tasca della borsa.
Siamo qui, metà birra nel bicchiere, aspettiamo che succeda qualcosa che ci faccia divertire. Ruoto la testa per regalarmi una panoramica completa e lo vedo. È lì, a venti metri da noi, steso bocconi nella sabbia, mi è capitato raramente nella mia vita di utilizzare la parola "bocconi" ma è quella che descrive meglio la posizione di questo ragazzo che poteva avere venti o quarant'anni, nero come la notte, con corti capelli rasta sparsi sul viso. Sta rigido come un manichino, la guancia premuta nella sabbia. Bevo un altro sorso di birra. È una posa decisamente innaturale per farsi un pisolino nel giallo sole del tramonto. Ha una borsa finto louis vitton a tracolla, gli copre un fianco ed è anche lei rigida come una lamiera; la sabbia gli si è attaccata dappertutto, le labbra impanate come cotolette. Gli guardo i piedi: uno è puntato nel terreno come un paletto, l'altro giace abbandonato. È così magro. Avverto le altre, indico in quella direzione, iniziamo a preoccuparci. Lo teniamo d'occhio per cinque minuti, nel frattempo un biondino con la macchina fotografica ci scatta una foto e scopro che dietro di noi c'è un suo complice in non so quale simpaticissima posizione. Continuo a guardare questo ragazzo nero senza età sprofondato nella sabbia, che non si capisce se dorme o sta male e che sembra inconsapevole che nel frattempo, attorno a lui, nel frastuono della musica, si stiano consumando amori e tragedie, conoscenze e addii, abbronzature e ubriacature. Sono tanti quelli che gli passano accanto, mandrie di amici con il bicchiere in mano e cappellini di paglia e occhiali da sole verde acido; lo guardano anche loro, qualcuno porta la mano al mento, qualcuno ride. Tutti si chiedono se sia il caso di scuoterlo o no, ma nessuno lo fa. Tutti proseguono. Lui non si muove, anche quando gli passano vicinissimi facendo casino e sollevando tantissima sabbia. È nella stessa identica posizione da almeno un quarto d'ora. Io mi alzo, barcollo leggermente per via della birra, ma porto a termine la mia missione, voglio guardare se il torace si alza, se sta respirando. A tre passi da lui, fisso le costole che gli segnano la pelle sottile del torace. Mi sembra che non si alzino. Torno dalle altre, siamo molto preoccupate a questo punto, eppure rimaniamo lì, non andiamo a scuoterlo, di cosa abbiamo paura non lo so. Lo fissiamo. Nei successivi cinque minuti vedo una cosa orribile, ossia un idiota con i pantaloni gialli lunghi fino al ginocchio che si fa scattare una bella foto ricordo davanti al nero da una ragazza cicciona sua amica che nel frattempo si scompiscia dalle risate. Me la immagino, questa foto che domani sarà su facebook, che bello scatto, lui che ride con i suoi riccioli neri da idiota scompigliati dal vento, e dietro un uomo riverso nella sabbia che non si capisce se sta dormendo o sta male. Sento il sangue ribollirmi nelle vene, mi alzo risoluta a chiamare gli omini della protezione civile che vegliano sulla decadenza giovanile fuori dagli stabilimenti. Le altre mi fermano, l'idiota è appena scomparso all'orizzonte con la sua preziosa macchina fotografica tra le mani quando arrivano due ragazzi. Uno di loro con il piede tocca il piede del nero, quello conficcato nella sabbia come un paletto, lo fa senza delicatezza, ma almeno scopriamo che è vivo, perché il nero si rigira nervoso. Io sospiro di sollievo. Pfiuuuu. Una ragazza ubriaca finalmente gli si avvicina e cerca di parlargli. Il nero la guarda per un nanosecondo poi si ributta con la faccia nella sabbia. Lei si avvicina alle sua amiche dietro di noi dicendo lui non sta bene per niente, ve lo dico io, ma lui si alza e scompare barcollando un po'. Dopo mezz'oretta e decine di foto scattate con sconosciuti, baci ai futuri sposi, spruzzate in faccia da parte di studenti armati di spruzzino, vedo tornare il nero. Entra in pista, è più vecchio di quanto credessi, ha la faccia ancora piena di sabbia, chiede una sigaretta a un tipo in costume con un cappello da cowboy in testa, lui gliela dà, il nero la accende, ha lo sguardo vuoto, alza un dito e lo punta nel nulla per trenta secondi, poi si va a sedere su una poltroncina in finta pelle da cui verrà mandato via dopo pochi minuti, solo perché tra le mani tiene la testa e non un bel cocktail colorato.