Vertical
Maya tirò l’ultima boccata dalla sigaretta e lasciò precipitare il mozzicone nel vuoto. Guardò il suo piccolo orologio da polso in gomma: segnava l’una e venti. Le restavano solo 40 minuti per entrare nell’edificio senza essere vista, piazzare i microfoni e nascondersi sul tetto del palazzo. Sospirò profondamente facendo dondolare le gambe dal bordo del cornicione. Da lassù tutto sembrava microscopico: i lampioni, le luci dei bar con i nottambuli e gli incroci delle strade deserte appartenevano ad un mondo distante. Da piccola era cresciuta in campagna insieme ai nonni e al tempo arrampicarsi su rami e pareti rocciose era stato facile e frequente. Ora però la parete esterna del grattacielo si profilava liscia e oscura sotto i suoi piedi, intervallata solo dalle finestre in vetro.
Per un attimo fu sul punto di abbandonare. Poi, un pensiero si fece via via strada nella sua mente: sto semplicemente camminando per strada. Non esiste verticalità, è tutto quanto regolare. Con quell’idea ben salda in testa mosse il primo passo assicurandosi alle parti con le ventose che Jeanne aveva applicato con pazienza alla sua tuta aderente.
Raggiunse la finestra della stanza 102 in pochi minuti. Come aveva sperato gli impiegati avevano lasciato uno spiraglio aperto, senza di certo pensare che qualcuno si sarebbe potuto arrampicare così in alto per penetrare all’interno di quel covo. Sospinse delicatamente il vetro e balzò nel piccolo ufficio. All’interno tutto era immobile: penne e fogli erano stati predisposti sul tavolo ovale, contornato da poltrone in pelle. Maya assicurò il piccolo microfono dietro al calorifero con la massima celerità, poi si avviò di nuovo verso la finestra aperta.
Uscì.
Assicurò le ventose al muro.
Avanzò piano piano aderente alla parete.
Scavalcò il parapetto.
Si sedette.
Tirò un sospiro di sollievo.
… To be Continued…









