photo - Annalisa Patuelli (https://www.facebook.com/annalisa.patuelli)
Non mi sentivo così triste dalla seconda elementare, quando una compagna di classe mi derise. Avevo ancora il volto truccato dal giorno prima, ero stato a Venezia, per il carnevale. Appena entrato in classe, fuggii, scosso dalle lacrime che si erano messe in marcia, verso una guerra già persa in partenza. Ho cercato, lavando via il volto, di estirparmi; pari ad una radice di gramigna e di tutta la mia identità costruita per quella mattina, non rimase nulla. Era il primo giorno di Quaresima, mi dissero, rimproverandomi.
Che strane colpe ci accompagnano per tutta la vita, i ricordi, a volte, sono completamente cancellati e altri puntellati con inchiostro, permanenti. Quante cicatrici ci siamo incisi sotto e sopra la pelle, quante ridicole emozioni, che potevano essere passeggere, sono rimaste: scarnificazioni del nuovo e vecchio secolo. Il passato è una terra straniera scrissero, e noi, non siamo appunto in grado di riconoscerci, molto spesso. Chi eravamo all’età del bronzo, nell’era paleolitica, sull’ultima stories di Instagram. Cosa ci ha fatto diventare il corpo vuoto del presente, se è questo il tempo indicativo di cui abbiamo appreso dal sussidiario elementare e dal vissuto vivere. Dobbiamo per forza essere questa sagoma composta di pasta da zucchero tutti i giorni?
La carta velina si spezza, talmente delicata,così fragile che pure uno sguardo di poco più intenso può tingerla di amaranto. Dalle proprie ceneri, brandelli, scarti scartati di storie trite e smussate; impastata, composta, incollata e di nuovo. Quanti strati di carta abbiamo strappato, ingoiato, vomitato e lasciati ad asciugare con sopra nuove parole, nuove promesse?
Non riconosciamo il nostro nome, quando viene urlato, al nostro fianco, alle nostre orecchie, ai nostri fianchi. Eppure non scopo da mesi, non fumo da anni, non vivo da ieri: da quando ho scoperto di avere fallito. Non importa la propria mania di grandezza, il proprio peso, la propria tenacia, la forza la troviamo di fronte all’immasticabile tramezzino preconfezionato delle macchinette in stazione centrale. Eccoci, i tossici delle tre di notte che con qualche moneta nascosta nei calzini vanno a recuperare la dose di zucchero, magnesio, ingrediente1 , ingrediente2, proteine sintetiche, ingrediente 7, colorante E39 (studiato e analizzato in classe, probabilmente le scuole medie furono il periodo più triste).
Sei tanto maturo per la tua età , dicono, ma quale età abbiamo raggiunto alla fine di questa frase? Quante decadi sono passate da quando mi sono sentito tanto infelice? Era la seconda elementare, i miei compagni di classe venivano investiti dai banchi che facevo volare, tutti i giorni, io e la mia compagna Allegria ( o Allegra ) eravamo gli estranei. Gli spostati, quelli arrivati all’improvviso da un universo parallelo, esattamente dal quadrante omega 3 (la grande costellazione del merluzzo, spostati di scuola in scuola di cinque chilometri circa quasi, e appunto li, ritrovati, nella nostra inconsolabile manesca tristezza).
E se la nostra storia fosse tutta qui?
La verità è che scrivo, tutti i giorni, almeno due righe , solo per poi tirarle su con il naso. Spero di riempire i vuoti di questo movimento intestinale bistrattato,
Abbiamo cercato di comprarci, abbiamo fallito. Fallito.
Pensavate che le parole non potessero uccidere ?
Sentite, tutta la memorabilia che avete nel petto, tutta la polvere che vi traumatizza la gola, tutti i tumori della vostra fortunata esistenza. Abbiamo giovato, giocato. Voglia di. Punteggiare. Puntualizzare. La resilenza, non riconosciuta. La morbistenza, non riconosciuta. Facciamo forza sul punto cardine, proprio quello che deve essere spezzato, lasciateci andare liberi, perdete tutti i vostri liquidi ed integrate presentandovi alla corte di Refosco, di Re Mida, di re Alcinoo, siate avari di voi stessi, della vita, della vostra superbia. Partecipate, ad ogni evento su Facebook, partecipate, e di queste mestizie, di queste feste, fatele fallire tutte. Senza riserva. Fallite.
Dicono che la terapia la fanno un po’ tutti, prima o dopo. Dicono che è un percorso, non una malattia. Mi sento malato però, è già giunto il momento di raccogliere le poche briciole? Le memorie dal sottosuolo? Io, non dico malvagio, ma niente sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né ribaldo, né onesto, né eroe, né insetto. E ora trascino la mia vita nel mio angolo, tenendomi su la maligna e magrissima consolazione che un uomo intelligente non può in verità diventar nulla e che solo gli sciocchi diventano qualcosa. Ancora sedicenne, li osservavo con cupa meraviglia; già allora mi stupivano la grettezza del loro pensiero, la stupidità delle occupazioni, dei giochi, dei loro discorsi. Non capivano certe cose cosí indispensabili, non s'interessavano di argomenti cosí suggestivi e impressionanti che per forza presi a considerarli inferiori a me. Non era la vanità offesa che mi ci spingeva, e, ora, non venitemi avanti con le obiezioni convenzionali, rancide fino alla nausea, che io non facevo che sognare, mentre essi già allora capivano la vita reale. Non ci hanno mai capito nulla, nessuna vita reale, e vi giuro che questo, appunto, era ciò che piú m'indignava in loro. Al contrario, la realtà piú evidente, piú abbagliante la percepivano in modo fantasticamente sciocco e già allora si abituavano ad inchinarsi nient'altro che al successo. Di tutto ciò che era giusto, ma umiliato e oppresso, ridevano crudelmente e vergognosamente. Naturalmente, in questo molto derivava dalla stupidità, dal cattivo esempio che aveva sempre circondato la loro infanzia e adolescenza. Erano depravati fino alla mostruosità. Ed io non da meno. S'intende che anche qui c'era soprattutto esteriorità, soprattutto cinismo ostentato, s'intende che la giovinezza e una certa freschezza trasparivano anche in loro perfino attraverso la depravazione; ma in loro non era attraente nemmeno la freschezza e si manifestava come una specie di scherzo. Io li odiavo tremendamente, sebbene fossi magari peggio di loro. Essi mi ripagavano della stessa moneta, e non nascondevano la propria ripugnanza per me. Ma io non desideravo piú il loro affetto; al contrario, avevo sempre sete della loro umiliazione.
Non mi sentivo così triste dalla terza media, quando un compagno di classe mi spense una sigaretta sul polso.
È un inizio. È una fine. È un fallimento.