La storia migliore è quella che rivela la verità, come qualcosa che vedi e capisci in sogno ma che dimentichi non appena sveglio.
Mary Gaitskill, Questo è il piacere (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli)

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La storia migliore è quella che rivela la verità, come qualcosa che vedi e capisci in sogno ma che dimentichi non appena sveglio.
Mary Gaitskill, Questo è il piacere (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli)
Italo Calvino, Priscilla • Meiosi (Ti con zero)
Lawrence Ferlinghetti (Yonkers, 24 marzo 1919 – San Francisco, 23 febbraio 2021)
La signora della porta accanto (François Truffaut, 1981)
Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l'abbiamo riconosciuta: passeggiamo con la persona giusta per le strade di periferia, prendiamo a poco a poco l'abitudine di passeggiare insieme ogni giorno. Di tanto in tanto, distratti, ci chiediamo se non stiamo forse passeggiando con la persona giusta: ma crediamo piuttosto di no. Siamo troppo tranquilli; la terra, il cielo non sono mutati; i minuti e le ore fluiscono quietamente, senza rintocchi profondi nel nostro cuore. Noi ci siamo sbagliati già tante volte: ci siamo creduti in presenza della persona giusta, e non era. E in presenza di quelle false persone giuste, cadevamo travolti da un tale impetuoso tumulto che quasi non ci restava più la forza di pensare: ci trovavamo a vivere come al centro d'un paese incendiato: alberi, case e oggetti divampavano intorno a noi. E poi di colpo si spegneva il fuoco, non restava che un po' di brace tiepida: alle nostre spalle i paesi incendiati sono tanti che non possiamo più nemmeno contarli. Adesso niente brucia intorno a noi. Per settimane e mesi, passiamo i giorni con la persona giusta, senza sapere: solo a volte, quando rimasti soli ripensiamo a questa persona, la curva delle sue labbra, certi suoi gesti e inflessioni di voce, nel ripensarli, ci dànno un piccolo sussulto al cuore: ma non teniamo conto d'un così piccolo, sordo sussulto. La cosa strana, con questa persona, è che ci sentiamo sempre così bene e in pace, con un largo respiro, con la fronte che era stata così aggrottata e torva per tanti anni, d'un tratto distesa; e non siamo mai stanchi di parlare e ascoltare. Ci rendiamo conto che mai abbiamo avuto un rapporto simile a questo con nessun essere umano; tutti gli esseri umani ci apparivano dopo un poco così inoffensivi, così semplici e piccoli; questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede una infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli. E lasciamo la nostra casa, e andiamo a vivere con questa persona per sempre: non perché ci siamo convinti che è la persona giusta: anzi non ne siamo affatto convinti, e abbiamo sempre il sospetto che la vera persona giusta per noi si nasconda chissà dove nella città. Ma non abbiamo voglia di sapere dove si nasconde: sentiamo che ormai avremmo ben poco da dirle, perché diciamo tutto a questa persona forse non giusta con cui adesso viviamo: e il bene e il male della nostra vita noi vogliamo riceverlo da questa persona e con lei. Scoppiano fra noi e questa persona, ogni tanto, violenti contrasti: eppure non riescono a rompere quella pace infinita che è in noi. Dopo molti anni, solo dopo molti anni, dopo che fra noi e questa persona si è intessuta una fitta rete di abitudini, di ricordi e di violenti contrasti, sapremo infine che era davvero la persona giusta per noi, che un'altra non l'avremmo sopportata, che solo a lei possiamo chiedere tutto quello che è necessario al nostro cuore.
Natalia Ginzburg, I rapporti umani (da Le piccole virtù)
Ma l'incontro con la Laide gli aveva lasciato uno strano turbamento. Forse anche per il ricordo della tipa incontrata in corso Garibaldi. Come se qualcosa lo avesse toccato dentro. Come se quella ragazza fosse diversa dalle solite. Come se fra loro due dovessero succedere molte altre cose. Come se lui ne fosse uscito differente. Come se Laide incarnasse nel modo più perfetto e intenso il mondo avventuroso e proibito. Come se ci fosse stata una predestinazione. Come quando uno, senza alcun particolare sintomo, ha la sensazione di stare per ammalarsi, ma non sa di che cosa né il motivo. Come quando si ode dabbasso il cigolio del cancello e la casa è immensa, ci abitano centinaia di famiglie e all'ingresso è un continuo andirivieni eppure all'improvviso si sa che ad aprire il cancello è stata una persona la quale viene a cercarci.
Dino Buzzati, Un amore
Tina Aumont in her apartment in Paris, 1972
In uno scritto breve e poco citato del 1912, Sulla più comune degradazione della vita amorosa, Sigmund Freud affermava che l'"impotenza psichica" era, dopo l'angoscia, la forma di disagio nevrotico più comune nei pazienti dei suoi tempi. Con il termine impotenza psichica Freud intendeva due cose. Si riferiva in primo luogo a una forma di impotenza con cause psicologiche anziché fisiche. Un uomo può essere potente in senso funzionale in alcune circostanze, ma non in altre; il problema non è nell'equipaggiamento in sé, ma nella mente di quella persona. Ma Freud si riferiva anche a un indebolimento che non necessariamente si manifesta in termini puramente fisici. Nell'usare il termine "impotenza" in modo metaforico, Freud indicava un'inibizione psicosessuale, una limitazione della capacità di desiderare e sostenere il desiderio, una sorta di flaccidità psicologica. Un uomo può riuscire a portare a termine l'atto fisico, a compiere i movimenti giusti, ma senza passione, senza desiderio intenso. E anche se Freud, come d'abitudine ai suoi tempi, spesso scriveva come se l'uomo fosse l'unico soggetto degno d'interesse, è chiaro che nel descrivere l'"impotenza psichica" egli scriveva di un'inibizione specifica della capacità di sostenere il desiderio con cui lottavano tanto gli uomini quanto le donne del tempo. Forse la caratteristica più straordinaria delle osservazioni cliniche di Freud è che la condizione con le maggiori probabilità di impedire una potenza completa, un'esperienza piena di desiderio, è l'amore stesso. I pazienti di Freud, come Brett, potevano amare e desiderare, ma non riuscivano a fare l'esperienza allo stesso tempo dell'amore e del desiderio verso la stessa persona. "Dove amano, non provano desiderio", osservava Freud, "e dove lo provano non possono amare".
Stephen Mitchell, L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico (Raffaello Cortina Editore, traduzione di Francesco Gazzillo)
Un amore di gioventù (Mia Hansen-Løve, 2011)
«Lo so che non sei impazzito, e non penso che ti succederà. Sento davvero di aver trovato uno spirito affine in te. E non si tratta di intuizione o di qualche idiozia misticheggiante in base alla quale saremmo gemelli cosmici, o il nostro incontro sarebbe stato scritto nelle stelle, perché, ammettiamolo, non è così che funziona la vita, la vita è un mucchio di incidenti senza alcun senso. Improvvisiamo, per tenere tutto insieme. Ma con te c'è qualcosa di più. Ed è bello. Ecco perché, se fossi un tipo che ama scommettere, punterei tutti i miei soldi su di noi. Penso che staremo sempre insieme». Lui rimane in silenzio. Kate non si aspetta certo commenti, da parte sua. «Potremo avere i nostri momenti difficili», prosegue Kate, «e potremo doverci prendere delle pause, forse lunghe. Ma non penso che ci libereremo mai l'uno dell'altra. E non perché siamo la coppia più romantica al mondo, o niente del genere. È una connessione misteriosa, un fottuto mistero». Kate ride. «O un mistero non fottuto, o forse un mistero di quelli in cui si fotte una volta ogni tanto. Chi lo sa? Ma ne sono stata certa dalla prima volta che ti ho incontrato, e non te l'ho mai detto.»
Scott Spencer, Una nave di carta (Sellerio, traduzione di Luca Briasco)
Voglio dire: non c'è una scienza esatta delle combinazioni. In che senso? Non c'è una conoscenza scientifica dei rapporti tale da permettere di affermare con certezza: ecco la donna o l'uomo che fa per me. Dobbiamo procedere a tentoni, alla cieca: questo funziona, quest'altro no ecc. E chissà perché, esistono persone che si imbarcano in situazioni fallimentari solo per dire che le loro storie non funzionano mai! Sono i cosiddetti melanconici, quelli che si adagiano sulla loro tristezza, la coltivano, perché pensano che sia la cosa più importante che hanno nella loro vita. Solo attraverso un lungo percorso di apprendimento si arriva a conoscere, dapprima vagamente, e poi sempre meglio, cosa si compone e cosa non si compone con noi. Si può averne un vago presentimento, a volte.
Gilles Deleuze, Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza (Ombre Corte, traduzione di Aldo Pardi)
Italo Calvino, Palomar
La Sonate à Kreutzer (Éric Rohmer, 1956)
Approfittiamo che c'è una fontana, e il silenzio e la notte e i massi neri e la ripa ch'è nera sul cielo nero con poche stelle perché è una notte buia e gli alberi si scuotono nel vento, pensa che fanno così tutta la notte, sarebbe strano che tu fossi qui a ascoltare il rumore di una fontana nei buio maestoso della montagna, neanche per sogno verresti quassù, se non avessi spaventato un falco penserei che nemmeno io ci sono, eppure, eppure, anche se non ci sei, e io non so nemmeno se ci sono, certo vorrei che fossimo qui e che il tuo mondo si congiungesse al mio per quell'unico punto in cui si toccano, approfittando che c'è una fontana e il silenzio e la notte e i massi neri e la ripa ch'è nera sul cielo nero.
Juan Rodolfo Wilcock, Approfittiamo che c’è una fontana (Adelphi)
The Meyerowitz Stories (Noah Baumbach, 2017)
Au hasard Balthazar (Robert Bresson, 1966)
Ma arrivi tu e tieni il mostro dietro di te e gli stai tutta intera davanti; non come una cortina che possa essere sollevata da una parte o dall'altra. No, come se l'avessi oltrepassata al grido di chi aveva bisogno di te. Come se tu avessi sopravanzato di molto quello che può accadere, e sulle spalle portassi solo il tuo slancio, il tuo eterno cammino, il volo del tuo amore.
Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge (a cura di Giorgio Zampa, Adelphi)