Ricordi quei pomeriggi dove stavamo seduti al tavolo della tua cucina e tu eri girato verso la televisione che ascoltavi il telegiornale?
Le tue orecchie mi piacevano così tanto.
Quella dolcezza che sprigionavi con i tuoi occhioni grandi, quando poi ti voltavi e mi guardavi.
Era la stessa dolcezza di quel giorno a Bologna, al nostro primo appuntamento, al ristorante seduti uno di fronte all'altro.
Fuori il sole. Il freddo.
Le nostre mani che si accarezzavano mentre, camminando vicini, desideravamo già quel bacio che poi abbiamo consumato una settimana dopo a Modena, davanti quella chiesa, in quella piazza talmente grande che la gente non si era nemmeno accorta di noi, del nostro imbarazzo, del desiderio di possederci.
Quante città abbiamo girato, quante canzoni cantate nella tua auto.
Quanti sorrisi ci abbiamo lasciato lì dentro.
Quella macchina dopo qualche anno l'hai fatta rottamare, e io pensavo che anche quella piccola parte di noi era andata via, la nostra seconda casa dove avevamo fatto, insieme, le radici.
Avrei voluto girare il mondo con quella macchina, con te alla guida, con quella musica che ci piaceva condividere durante i nostri viaggi.
Ho desiderato tu potessi portarmi al mare, un giorno, senza dirmi niente e lo hai fatto su un treno dove le nostre gambe si toccavano e io guardavo te dormire. E com'era bello sentire il tuo respiro vicino al mio collo. Sentirti lì, presente. Eri il mio buongiorno, la mia buona giornata, la mia sera ricca di stelle, la neve soffice sotto gli anfibi, la mia buonanotte, il vento che scombinava i capelli, le mille promesse e gli infiniti "non vedo l'ora".
Si, forse ti amo. Ancora.