“C'era una volta un pezzo di legno…” Lapo Lani legge “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi
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Museo Casa Rurale di Carcente
Comune di San Siro (CO)
Sabato 8 agosto, ore 17:00
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Le "Avventure di Pinocchio" hanno un inizio bellissimo, tanto da imprimere all'intero racconto una dimensione trascendentale. La nascita del burattino è miracolosa [1]. «C'era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze» [2]. Quel pezzo di legno capitò per caso nella bottega di mastro Ciliegia. Il falegname non aveva ancora iniziato a lavorare il ciocco che udì una vocina sottile sottile: «Non mi picchiar tanto forte!». Al primo colpo d'ascia, si sentì la solita vocina: «Ohi! tu m'hai fatto male!» [3]. Pinocchio vive una dimensione soprannaturale, che intride ogni episodio. Non ci stupiamo se parla prima di nascere o se i burattini di Mangiafoco lo conoscono senza averlo incontrato prima (capitolo X). Chi o cosa si nasconde dietro a questa apparizione, se non una forza tanto innocente quanto inarrestabile, se non l'incontenibile potenza di una nuova vita, se non l'inesauribile grazia della natura?
Pinocchio parla e si lamenta prima di nascere, e la sua genesi è intimamente legata al dolore. Ma il corpo sembra non appartenergli. Il dolore è un fastidio momentaneo, come un prurito («pizzicorino», scrive Collodi); i piedi gli prendono fuoco senza che lui se ne accorga (capitolo VI). La divaricazione che si crea tra l'inerzia pigra della materia e la vitalità incontenibile di Pinocchio è propria della smisurata e implacabile fantasia infantile. Senza subire la fatica nel proprio corpo, egli ride, piange, canzona, fa linguacce, fa insolenze, fa capricci, si ribella, corre, salta («andava a salti come una lepre», «correva come un barbero», «saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori»), nuota («faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buon'umore»). Tutto rientra nella dimensione dell'immaginazione e della fantasia [4], in cui il corpo non c'è quasi, è solo l'estensione del proprio pensiero, e neppure la morte è tragica, ma appare semmai come la fine di un gioco, presto cancellata dall'inizio di uno nuovo. Il Grillo-parlante, nonostante venga ucciso da Pinocchio con una martellata (capitolo IV), ritornerà vivo più volte, in altri episodi. La morte, per i bambini, è un'esperienza imponderabile, come lo è ogni tipo di misura: tutto appare esagerato, così come lo sono le distanze, i pesi, le velocità, i suoni, il tempo. E questo, appunto, è miracoloso: riuscire a percorrere il sottile filo sospeso che lega i delicati rapporti fra le cose enormi e le cose minuscole, fra le cose utili e quelle inutili, fra le cose buone e le cose cattive, fra le cose terrene e quelle favolose. Il miracolo si compie nel saper mescolare le zolle alle nuvole, far tutt'uno del cielo e della terra.
Ed è proprio l'apparizione della morte – quel particolare momento in cui la fine di un ciclo coincide con l'inizio di uno nuovo – che fa cambiare tono a "Le avventure di Pinocchio". Quel vortice lesto e chiassoso di peripezie fanciullesche viene interrotto da un incontro. Da quel momento in poi la storia non sarà più la stessa. Nel capitolo XV, Pinocchio, mentre fuggiva inseguito dagli assassini, «vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve». Quella casina sarebbe stata la salvezza, ma dalla finestra si affacciò «una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo: In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti». Pinocchio, meravigliato, chiese alla bambina cosa ci facesse allora lì, alla finestra, e questa rispose: «Sono morta anch'io. Aspetto la bara che venga a portarmi via». Poi disparve, e la finestra si chiuse senza fare rumore. Dopodiché, Pinocchio fu catturato dai due assassini e impiccato alla "Quercia grande". La morte fa paura, ma è solo la fine di un gioco. Poi ne inizia un altro [5].
Chi è la Bambina morta coi capelli turchini? Chi è quella figura femminile – "graziosa e benigna", direbbe Dante Alighieri – che compare più volte nel libro, con sembianze diverse (bambina dai capelli turchini, la buona donnina dell'Isola delle Api industriose, la bella signora col medaglione nel circo, la graziosa caprettina con la lana turchina, la malata stesa in un letto dell'ospedale, la Fata dai capelli turchini)? Chi è questa figura multiforme capace di fare girare intorno a sé la meravigliosa odissea di Pinocchio, iniziata in un paesino ai piedi dell'Appennino e terminata in una casetta sulla costa del mar Tirreno? E se dietro l'eterna signora della natura e degli animali, la regina della metamorfosi, la benigna tessitrice del destino, la sorellina-madre che alla fine scomparirà per sempre, si nascondesse quel confine delle vicende terrene che ogni uomo tende a raggiungere e a oltrepassare? E se dietro a tutti questi personaggi femminili si nascondesse quel tepore necessario a caricarsi sulle spalle la forza per affrontare i disincanti dell'esistenza con la giusta speranza di una buona sorte? E se fosse proprio quell'istinto vitale che costringe ciascuno di noi ad affrontare continue metamorfosi per contrastare il crudele realismo della vita, prima di poter guardare negli occhi la morte?
Pinocchio, ancora burattino, incontrò la Fata per l'ultima volta in sogno, e la dolce apparizione svanì su queste parole: «Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice». Al risveglio, Pinocchio era un ragazzo come tutti gli altri, in carne e ossa, ma il sogno portava via per sempre il suo più grande desiderio: avere una madre e non essere orfano. Da quel momento non avrebbe mai più rivisto la Fata dai capelli turchini.
Fino all'ultimo una parte di Pinocchio – lo spirito libero dell'infanzia, l'affascinante imprudenza dell'adolescenza, la dimensione leggiadra e soprannaturale del burattino di legno – lotta piangendo e urlando contro tutti coloro che vogliono cambiarla. Alla fine dovrà cedere, e l'estremo sacrificio la vedrà rinunciare a se stessa, e Pinocchio non potrà che diventare il più mostruoso di tutti i mostri delle favole: un essere umano.
Lapo Lani Milano, aprile 2026
Note:
[1] Il termine miracolo deriva dal latino "miracǔlum" ("cosa meravigliosa"), che a sua volta deriva da "mirari", ovvero meravigliarsi, ammirare qualcosa che è contrario alle leggi della natura e prodotto per potenza soprannaturale.
[2] Il nome Pinocchio, come il tipo di legno da cui nasce, è una dichiarazione di simpatia nei confronti della povertà rurale toscana. Dice Geppetto: «Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre, e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina» (Capiloto III).
[3] Capitolo I; «Come andò che Maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino».
[4] Il termine "fantasia" deriva dal latino "phantasĭa", che a sua volta deriva dal greco "ϕαντασία" ("phantasía"), col significato di "apparizione", "immagine" (di ciò che è reale o di ciò che non lo è).
[5] «Il solo, fra tutti i popoli, italiani e stranieri, che non abbia paura dell'inferno [6], il solo che abbia con l'inferno continui e familiari rapporti, sono i toscani. I quali da tempo immemorabile hanno sempre viaggiato in quel paese, e tuttora lo percorrono, come se viaggiassero in casa propria. Vanno e vengono dall'inferno quando piace a loro, e nel più semplice modo: a piedi, in calessino, in bicicletta, come se andassero a fare un giro per il podere. Se ne vanno all'altro mondo, nell'al di là, come se andassero di là, in un'altra stanza». Testo tratto da "Maledetti toscani", Curzio Malaparte; Piccola Biblioteca Adelphi, 2017.
[6] Il termine "inferno" deriva dal latino "infernus" ("che si trova in basso"), che a sua volta deriva da "infěrus", ovvero che sta sotto, in basso, sotto terra.
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Immagine di copertina: “Lapo Lani. Autoritratto pinocchiesco”.
Fotomontaggio, realizzato con processi digitali. Anno: aprile 2026.
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