una giornata incredibile, sensazioni indescrivibili, emozioni e immaginazione che corrono in continuazione, flashback, sliding doors che mi attraverso il corpo…incominciamo dall’Hotel Polissia, dove arrivo a metà mattina, un palazzo maestosamente immenso con un entrata da capogiro, dove ormai ci sono macerie ovunque. Le scale mi portano su, sempre più su, quasi dovessi salire in cielo, eccoci all’ultimo piano, probabilmente delle suite, grandi spazi con grandi finestre a cielo aperto e dove posso ammirare tutta Pripyan, ma non è abbastanza, mi inerpico sul tetto e poi ancora più su. Ed ecco che la mia immaginazione si mette in moto, penso a quando l’insegna era accesa e vedo la potenza luce delle lettere che potrebbe illuminare un villaggio intero, e anche se la luce del cielo non è delle più adatte per scattare, riesco ugualmente a emozionarmi per tutto quello che posso ammirare da lassù. Poco a poco scendo e mi sembra di rivedere l’hotel con le sue stanze, le porte chiuse, corridoi e qualche maggiordomo che scarica le valigie di qualche nuovo cliente, ma non è così, torno alla realtà, vedo solo polvere, macerie, vetri rotti e sedie ovunque, silenzio totale, solo miei passi e qualche porta che sbatte. Scendo ancora fino a tornare da dove sono salito, cercando di immaginare anche i rumori degl’ascensori ormai in disuso e senza porte, finché decido di uscire e forse di tornare più tardi con una luce diversa, una luce, come dire, fantastica!
Yuri la guida, accompagna me e i miei compagni attraverso un sentiero di arbusti che conducono alla scuola d’arte, un altra tra le tante scuole di Pripyat, che mi fanno capire quanta gente abitasse questa città 29 anni fa. Ecco che appena entro, la mia immaginazione vola ancora più lontano e più incessantemente mi sembra di vedere ragazzi che entrano a scuola, ragazzi che urlano, ragazzi che camminano lungo i corridoi, ormai intrisi di oscurità e silenzio. Salgo di qualche piano e in ogni aula ci sono banchi e sedie con appoggiati sopra libri impolverati e appunti in cirillico, provo a cercare qualcosa di comprensibile per me, ma non trovo nulla, continuo a girare finché non arrivo in teatro, immenso! Sul palco un pianoforte, ancora aperto, sembra quasi che qualcuno abbia smesso di suonarlo da poco, ma non è così. Uscendo ecco che provo a pensare a un ‘bivio’, provo a immaginare tutti quei ragazzi a cui la tragedia ha cambiato le sorti della loro vita, studiavano e hanno dovuto cambiare scuola, cambiare modo di pensare, cambiare progetti, cambiare la loro vita e mi chiedo, cosa ne sarebbe oggi di quei ragazzi se non fosse successo nulla?…facile la domanda, impossibile la risposta!
Decidiamo di andare al cinema, e magari di rivedere il film di tutto questo, di tutto quello che successo fino ad oggi…magari! No, non è possibile, il cinema non c’è più, ci sono solo più i ‘rottami’ di ciò che era. L’entrata con la biglietteria, la sala visioni completamente vuota, nemmeno un seggiolino, al piano superiore c’è la sala proiezioni dove nemmeno si riesce ad entrare, per qualche momento mi sono chiesto se facevo parte della trama di un film o era tutto vero…non c’era nessuno davvero, sul grande schermo non c’era nessun film, non c’era nemmeno il grande schermo, e non facevo parte di nessun film…
Esco dal ‘mio film’ e rientro nella realtà che non è altro che un immensa fabbrica di componenti elettronici completamente abbandonata, la jupiter, dove hanno lavorato persone fino al 1994, più di dieci piani centinaia di stanze strapiene di circuiti elettronici distrutti, pc dell’epoca completamente depredati di ciò che contenevano all’interno. Salgo solo qualche piano e poi abbandono l’edificio perché in alcune stanze non riesco proprio ad entrare, vuoi perché me le immagino con tanti tecnici col camice bianco intenti a lavorare meticolosamente sui loro prodotti e vuoi anche perché tutto questo scempio incomincia davvero ad essermi davvero scomodo.
Non abbandono l’area, mi sposto solo di qualche centinaio di metri per entrare in alcuni edifici adibiti al recupero di mezzi dediti alla decontaminazione della ’zona’ anche se ormai c’è solo più un ammasso di ruggine. Lo spazio non ha limiti qui dentro, ci sono un infinità di pezzi meccanici sparsi ovunque, piccoli uffici con addirittura un calendario del 1997 a confermare che qui dentro la vita è continuata anche dopo il 1986. Una parte centrale del tetto composta da una trave enorme è crollata pericolosamente, al tal punto che mi induce ad uscire da questi edifici. Continuo ad attraversare corridoi calpestando vetri e ferro, verso l’uscita, che mi condurrà alla mensa di coloro che lavorano nella ‘zona’.
Ora l’ospedale di Pripyat, anche questo un gigante tra le macerie, appena entro al piano terreno c’è l’accoglienza, sul bancone un pezzo di tuta dei pompieri che per primi accorsero durante il disastro e successivamente trasportati qui per essere curati. Ci viene sconsigliato di scendere al piano interrato se non con le tute per via del fatto che le radiazioni sono altissime, quindi decido di salire al primo piano dove si trovava il reparto per bambini. Ecco che la mia immaginazione ricomincia a lavorare, e mi sembra di vedere bambini ovunque in attesa di cure, neonati nelle loro culle in attesa di crescere, e poi la sala della musica dove potevano godere di un po di relax e divertimento. I piani superiori sono un ammasso di letti rovesciati uno sopra l’altro e armadietti contenenti medicine e farmaci inutilizzati. Sale operatorie completamente divelte, registri con annotati sopra i nomi dei pazienti con la data di nascita mi inducono a pensare che quelle pagine non sono mai più state consultate da quando successe il disastro. In una stanza trovo addirittura una partita a scacchi lasciata metà su di una scacchiera in cartone, e che tale rimarrà per sempre…immagino chi fossero i due giocatori e la mente inizia a spaziare pur sapendo che non ci sarà mai un’identità precisa...
Uscendo dall’ospedale non riesco a distogliere la vista dalla ruota panoramica presente al luna park di Pripyat, e decido che anche lì darò spazio alla mia immaginazione. Una pista di autoscontri, un edificio in cui si tirava con il fucile ad aria compressa, 4 altalene, una giostra che gira su stessa e ovviamente la grande ruota panoramica, facevano parte dei divertimenti con cui i ragazzi del posto passavano il tempo. Tutto arrugginito, gli autoscontri sono senza il volante, uno contro l’altro come se la corsa si fosse interrotta all’improvviso e tutti coloro che stavano li avessero dovuto scappare precipitosamente. Non c’è tempo per immaginare questa volta, c’è la luce del tramonto che origina contrasti molto forti e allora scatto, cerco di immortalare il momento di adesso senza pensare a quanta gente ci sarebbe stata in questo preciso momento se non fosse accaduto nulla, riesco a pensare solo ad un gettone che non entrava nelle macchinine e alla prossima corsa che ripartiva…la nostra corsa verso ‘la zona’ invece ricomincia domani…per adesso scatto!