Umberto Eco non c’è più.
Non ci credo.
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Umberto Eco non c’è più.
Non ci credo.
Mi sono innamorata del ragazzo che porta le pizze da asporto. Almeno ho una giustificazione per mangiare sempre pizza, da oggi in poi.
Hume. (Gnoseologia)
Oggi vi parlo un po’ di questo Hume, un filosofo scozzese che nessuno fila di striscio perché generalmente viene studiato come introduzione a Kant. Ed è opinione generalmente condivisa, specie sui social, che tra Aristotele e Kant la Filosofia smetta di esistere, se non per quel cogito ergo sum che fa sempre la sua figura come tatuaggio o come stato per due motivi: 1) E’ il latino, quindi ostenta la vostra cultura; 2) Si capisce subito quello che dice. E questo non a caso, ma di Cartesio vi parlo magari un’altra volta. Dunque, Hume. Questo Hume è un tipo stranamente simpatico. Me lo immagino mentre scrive la sua opera più importante, il Trattato sulla Natura Umana, e intanto se la ride come un matto pensando a quanta merda stia gettando su Cartesio. Perché Cartesio l’hanno odiato tutti, fino a quando non è arrivato Kant. Infatti Hume era un empirista. E’ importante, perché significa che lui era convinto solo di una cosa nella sua vita: la conoscenza proviene solo dall’esperienza. Prima di toccare, vedere, sentire, mangiare le cose, noi non sappiamo un bel nulla. La nostra zucca è vuota. E si riempie solo quando apriamo gli occhi e, toh, vediamo una mela. Ebbene, questa mela dai nostri sensi passa subito nella nostra testa. Solo che non ci passa davvero, ma in modo più raffinato, come percezione. E la nostra mente è piena di percezioni! Anzi, è piena due volte tanto di percezioni, perché, secondo Hume, la percezione può avere due nomi: Impressione, quando la cosa che percepiamo con i sensi è davanti ai nostri occhi, e la percepiamo in modo chiaro e vivido; oppure Idea, quando invece la cosa di cui abbiamo avuto esperienza la ricordiamo per mezzo della memoria. Dunque le idee non sono per Hume quegli imput geniali che ti fanno esclamare “Eureka!”, ma soltanto delle “impressioni illanguidite”, il ricordo sbiadito delle impressioni che hai avuto dai sensi. In breve: la nostra testa è vuota fino a quando non apriamo gli occhi e cominciamo a conoscere il mondo fuori di noi. Allora si riempie di percezioni, classificabili in impressioni, quando conosciamo una cosa sul momento, ed idee, ovvero i ricordi di quello che abbiamo conosciuto. Impressioni ed Idee rappresentano dunque i contenuti della conoscenza. Ma questa come si realizza? Nulla di complicato: c’è l’Immaginazione che si mette tutta allegra a collegare tra loro le idee. Un esempio: l’Immaginazione arriva nel cervello e vede che ci sono due idee un po’ timide, che si lanciano sguardi ed arrossiscono, Allora, da brava mezzana, interviene e le fa avvicinare. Le due idee si presentano: “Ciao, io sono Mela”; “Ciao, io sono Frutto”. Si scopre che sono compatibili e -zacchete- ecco una prima conoscenza: La mela è un frutto. Naturalmente in questo ruolo da comare l’Immaginazione non opera a casaccio. Almeno non del tutto. Infatti segue tre leggi fondamentali per far accoppiare le idee: 1) Devono essere simili, perché, insomma, chi si somiglia si piglia; 2) Devono essere contigue, ovvero vicine nello spazio e nel tempo; 3) Devono essere unite da nessi causali. Le conoscenze così create, posto che l’Immaginazione non abbia compiuto magagne, sono corrette (attenzione! corretto non significa vero!) e vengono smistate in due enormi gruppi: - il gruppo delle Relazioni tra le idee, dove vanno a vivere tutte quelle conoscenze di tipo matematico, la cui verità è data da intuizione o dimostrazione e per le quali vige il principio logico di non contraddizione (ovvero: se dico che 2+2=4 significa che mai e poi mai si darà 2+2=22)
- il gruppo delle Materie di fatto, ovvero quelle conoscenze che non sono vere per certo, ma che noi assumiamo come tali perché ne abbiamo avuto esperienza diretta o perché così ci ha detto la gente. La cosa simpatica di queste Materie di fatto è che per loro non vale il principio di non - contraddizione. Ovvero, così come mi è possibile dire: “Il sole sorge”, mi sarà allo stesso modo concesso affermare che: “Il sole non sorge”.
Lo sentite come ride, quel disgraziato di Hume? Sì, perché stabilendo quest’ultima cosa ci impedisce di avere un criterio di verità con cui poter stabilire se quanto l’Immaginazione ha creato nelle Materie di fatto sia giusto oppure no!. Ma Hume è un vero mascalzone, infatti sapete cosa fa? Ci suggerisce, subdolamente: “Ma no, ma che credevi, c’è un criterio di verità! Il NESSO CAUSALE!” E noi, grati, rispondiamo: “Oh, ma è vero! Vedi, se constato che da A -> B anche nella realtà vuol dire che l’inferenza dell’immaginazione è vera! Grazie, Hume!” E invece no! Perché, vedete, Hume ci dice che questo Nesso Causale non esiste! Ed infatti, qualcuno di voi ha mai visto un Nesso Causale andare a spasso per le strade? No. Avete visto una mela, un albero, percepite la gravità, ma ‘sto nesso causale non esiste! Non ne avete esperienza! E allora? Allora viene il bello. Sapete su cosa si fonda la vostra conoscenza? Tenetevi forte. Sull’ABITUDINE. Esatto, visto quant’è geniale Hume? Difatti: poniamo che voi oggi abbiate visto una mela cadere dall’albero. Ne vedete una anche domani. E dopodomani. E così per il resto dell’anno. Ogni giorno vedete una mela cadere dall’albero. Alla fine vi rompete le scatole di queste mele che cadono sempre, dite voi, e decidete di non guardarle più. Tanto cadono sempre, con Regolarità! Così voi, per abitudine, dite che le mele cadono sempre dall’albero. E credete che questa sia una verità universale. Ma niente ve ne dà la certezza, e nulla vi garantisce che un bel giorno le mele bel belle smetteranno di cascar giù. Questo perché non esiste alcun tipo di Nesso Causale che spieghi perché le mele caschino. Non ci crediamo e basta, per istinto. Ma così, credendoci senza dimostrazione, priviamo tutta la nostra vita di certezza e finiamo in pasto alla probabilità! La mela non cade più, ma è probabile che essa cada. Un giorno, forse, smetterà di cadere. Questa conclusione ha però una conseguenza cui Hume non vedeva l’ora di approdare: la negazione delle tre principali idee metafisiche di Dio, Materia ed Io. Dio, infatti, non esiste. E’ solo probabile. Perché? Dove sta? L’avete mai visto? No. E non tiratemi fuori l’esperienza mistica, ché non vale. L’avete toccato, annusato, mangiato? No. E allora è solo probabile. Perché dire che non esiste è troppo brutto. La Materia è un puro nome. Che significa? Che non esiste. “Ma come!” direte voi, “e le percezioni da dove vengono?” Le percezioni vengono dai singoli corpi, non dalla Sostanza Materiale, dalla Res Extensa. Questo è un nostro falso concetto, un’idea generale che non ha nessun riscontro sul piano empirico, dove esistono solo singoli corpi conoscibili nella loro individualità. L’Io non esiste. Sentite un urlo di atroce agonia? E’ Cartesio che si rivolta nella tomba ogni volta che questa frase viene pronunciata. L’Io non esiste. Perché anche questo è un puro nome, sotto cui noi per pigrizia ed abitudine andiamo a raggruppare tutte le nostre percezioni. Dice Hume, il burlone, che il soggetto non permane mai identico nelle sue percezioni, ma cambia con esse (un po’ come fosse l’antesignano del “siamo quel che mangiamo”) Perciò l’Io si dissolve nelle sue percezioni.
Orbene, questa è la teoria della conoscenza di Hume. Che ha risvolti importanti anche sulla morale, ma adesso sono troppo sconvolta dalla constatazione della mia non esistenza per continuare a scrivere. Mi sto dissolvendo.
Ricordo che la prima volta che mi innamorai di N. era aprile ed avevo quattordici anni. Per fortuna non ricordo il momento esatto. Ma nulla potrà cancellare dalla mia memoria i cinque giorni di silenzio che seguirono, da parte sua, il nostro primo incontro. Nulla potrà eliminare quella sensazione di inadeguatezza, quel contare le ore, poi i minuti, quindi i secondi in una climax discendente che segnava una lenta e costretta discesa verso la consapevolezza che quell'attesa avrebbe segnato la mia vita. Infatti io non vivo: aspetto. Adesso aspetto l'esame, quindi aspetterò l'aereo, poi un altro volo. Allora aspetterò la sveglia, poi il pullman, ed in ogni attesa è come se quei cinque giorni rimbombassero in ogni scatto delle lancette. Vivo non sulle ore, ma nella loro attesa. Nello scarto invisibile che separa un secondo dall'altro. Quello è il posto dove mi trovo da quella volta. È un luogo di pesantezza insopportabile. Si osserva la vita che scorre come da dietro un vetro appannato. Percepisci che oltre quella superficie frigida c'è un Fine dell'attesa. Ma è solo una percezione oscura, la vista di ombre che sfrecciano e non si fermano. Ombre che non aspettano nulla, puntualissime, ombre che non si portano sulle spalle il carico di quei cinque giorni.
Now how I remember you, How I would push my fingers through Your mouth to make those muscles move, That made your voice so smooth and sweet.
“Se sei felice e tu lo sai allora non vale più”
Alle volte l'unica cosa che vorrei è essere stupida. Non ricca, non bella, non popolare: solo stupida.
Per stare con me bisogna essere coraggiosi.
1.1 Il Coraggio è spesso fratello dell’Immaturità. 1.1.2 Accade spesso, infatti, che le persone “mature” siano piuttosto vili. O pigre. O spaventate. 1.2 Ne consegue che aspirano a me solo persone immature. O che tali sono concepite dal mio giudizio. 1.3 Purtroppo, non sono eticamente capace di sopportare le persone immature. 1.3.1 Questo non perché io mi reputi matura, ma perché non sono idonea a sostenere una relazione in cui l’altro sia oggettivamente più immaturo di me. 1.3.2 Ne consegue che sono attratta, da un punto di vista intellettuale ed anche fisico, da persone che io reputo più mature di me. 1.3.3 Vedi 1.1.2
1.4 Logicamente deriva che sono destinata a morire sola.
Vorrei
Ciò che davvero vorrei da te è posare la mia testa sulla tua spalla e chiudere gli occhi, mentre le mie mani vengono strette dalle tue. Vorrei poterti accarezzare il volto delicatamente, e sentire le tue dita incastrarsi tra i miei capelli. Vorrei tanto, chiusi in un abbraccio, il tuo respiro sul mio collo. Vorrei sentire il tuo cuore battere vicino al mio, sentire il tuo corpo e sentirmi con te. Vorrei un bacio soffice sugli occhi, un sorriso nello sguardo, l’odore del caffè ed osservarti mentre suoni il pianoforte. Vorrei poterti correre incontro, saltarti al collo e sentire che tu mi reggi. Vorrei poter essere in macchina con te, la musica che sale leggera dalla radio, oltre il parabrezza un tramonto rosato che ci fa socchiudere gli occhi. Vorrei poter ammirare il mare con te accanto, seduti sugli scogli a lanciare ciottoli tra le onde ascoltando il loro confidenziale mormorio. Vorrei anche poter piangere sul tuo petto, ridere sulle tue labbra. Leggere appoggiata alla tua schiena, vorrei poter scrivere con te ed avere in te un porto sicuro cui far ritorno quando la bufera impazza dentro e fuori. E se ti senti sradicato, lasciami essere il tuo vaso. Sarò un vaso leggero, capace di sostenere le tue radici dovunque esse vorranno muoversi. E, se ti senti a disagio o incompreso, vorrei essere quel silenzio che tutto coglie, quel divino silenzio che accoglie la potenza dei tuoi turbamenti e la attua in tacita ed accolta consolazione. Vorrei poterti accarezzare i capelli, lasciarli scorrere tra le dita come fossero sabbia o terra o polvere. Vorrei poter entrare in casa tua, anche solo come fantasma. Anzi, vorrei proprio essere un fantasma, che si intrufola nella tua casa e nella tua stanza per osservarti nel quotidiano: per vedere come bevi l’acqua, come tagli la carne, come prepari il tè o le sigarette, per vedere se sul letto poggi le scarpe o se hai un comodino su cui si accumulano libri e posacenere. Vorrei poterti dormire accanto, stringermi a te quando fa freddo ed osservare come dormi, indovinando ciò che sogni semplicemente studiando le tue sonnambule smorfie. E vorrei svegliarti con un bacio, con una lieve carezza o con un sussurro nell'orecchio. E vedere come, con assonnata stizza, ti rivolti nel letto, tirandoti le coperte fin sopra la testa.
Modi rapidi per finire sulla mia lista nera 3: "Hai visto Melancholia di Von Trier?"
Modi rapidi per finire sulla mia lista nera 2: citarmi Schopenhauer. E poi aggiungere, come giustificazione: “No, ma fai finta che non l'ha detta lui ‘sta cosa, che è una cosa originale mia”.
Io che cerco di sorridere.
L'espressione che ho nella mia foto (o meglio: la mancanza di espressione) è quella che si trovano a dover fronteggiare tutte le persone che mi rivolgono la parola. Credo. Ed immagino che probabilmente sia questo il motivo per cui nessuno mi parla!
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.
Trilogia della città di K. è un libro di cui non si può parlare facilmente. E’ una narrazione che ti penetra sottopelle, si aggrappa con violenza ai tuoi occhi, ti imprime a fuoco le sue parole nella mente. E’ un libro che ti spinge con violenza sull'orlo del pianto, del pianto più meschino e nero, ma non ti concede mai, mai la libertà di far scorrere le lacrime. Opera dell’autrice ungherese e naturalizzata svizzera Agota Kristof, il libro sembra limitarsi a riportare la testimonianza della guerra e delle sue barbarie, affidando la narrazione a due voci protagoniste, la cui identità rimarrà incerta, enigmatica ed inquietante fino alla fine dell’opera. Ma in realtà l’opera non è solo l’ennesimo romanzo stucchevole e pieno di pietismo su quanto sia brutta la figlia di Marte. Anzi, con tutta probabilità quello della guerra è solo un elemento secondario rispetto a quella che è la vera protagonista di questa “favola nera”: la Debolezza.
Le due voci protagoniste propongono allo sguardo sempre più disincantato del lettore una carrellata inesauribile di tipi umani, diversissimi tra loro per ceto, cultura, ideologia, ma tutti accomunati dal demone della Debolezza. Demone che procede lentamente e di nascosto attraverso la vita di tutti gli uomini, che condiziona il loro agire, che li perseguita senza tregua fino a condurli ai più atroci, scioccanti e disumani atti di follia: il concedersi volontariamente allo stupro di una ragazza con il labbro leporino, pur di sentirsi amata; il sopruso sui meno forti; l’omicidio di una persona che continuamente non fa che rimarcare la debolezza del suo assassino; il sospetto che travolge chiunque sembra voler venire a sconvolgere la nostra solitudine, scudo che cela la nostra infinita mediocrità; il suicidio che non è un rituale o una protesta ma semplicemente l’estrema e disperata soluzione all'ingiustizia della vita; la guerra ed infine, ma centrale all'interno dell’economia dell’intero romanzo, il silenzio, il segreto, la paura di rivelarsi e di compensare un atroce separazione, la cui realtà viene sempre messa in discussione.
E questa Incertezza, anch'essa permeante l’intero svolgersi del racconto, è figlia diretta della Debolezza: un’Incertezza irritante, che stride fortemente con il carattere empirico e schietto della narrazione. Quest’ultima, infatti, si attiene esplicitamente solo ai fatti, non li condisce con nessun tipo di sentimentalismo. Eppure l’Incertezza resta. Anzi, ad un certo punto del romanzo essa si ergerà con tutta la sua potenza sconvolgente, stroncando di netto qualsiasi sicurezza del lettore. Questo perché, sembra voler sussurrare la Kristòf, la certezza non è mai oggettiva: è anzi anch'essa una nostra costruzione, un muro eretto per impedirci di guardare in faccia quella Debolezza che invece in noi è essenziale.
Ciò che risulta è dunque un tentativo pedestre, lacunoso dell’uomo di sembrarsi forte proprio ricorrendo a questa certezza. E tuttavia nulla protegge quest’ultima da essere demolita dalle esplosioni di follia generate dalla Debolezza, abbandonando l’uomo nudo e tremante, insulso e schifoso in tutta la sua grettezza, dinanzi all'avanzare imperterrito della sua tanto fuggita e tanto onnipresente meschinità. Un libro dunque, Trilogia della città di K., la cui lettura non può mai essere davvero consigliata, ma piuttosto imposta, desiderata, fuggita o ricercata. Una lettura la cui genuinità sta nel pugno allo stomaco sferrato da ogni singola parola e nell'impossibilità di non avere la bocca sempre più spalancata man mano che le pagine corrono sotto le vostre dita.
Modi rapidi per finire sulla mia lista nera: consigliarmi musica.
Specie dicendo: “Oh, ma se ti piace la musica classica allora DEVE ASSOLUTAMENTE piacerti la musica STRUMENTALE”. No. NO.