Hume. (Gnoseologia)
Oggi vi parlo un po’ di questo Hume, un filosofo scozzese che nessuno fila di striscio perché generalmente viene studiato come introduzione a Kant. Ed è opinione generalmente condivisa, specie sui social, che tra Aristotele e Kant la Filosofia smetta di esistere, se non per quel cogito ergo sum che fa sempre la sua figura come tatuaggio o come stato per due motivi: 1) E’ il latino, quindi ostenta la vostra cultura; 2) Si capisce subito quello che dice. E questo non a caso, ma di Cartesio vi parlo magari un’altra volta. Dunque, Hume. Questo Hume è un tipo stranamente simpatico. Me lo immagino mentre scrive la sua opera più importante, il Trattato sulla Natura Umana, e intanto se la ride come un matto pensando a quanta merda stia gettando su Cartesio. Perché Cartesio l’hanno odiato tutti, fino a quando non è arrivato Kant. Infatti Hume era un empirista. E’ importante, perché significa che lui era convinto solo di una cosa nella sua vita: la conoscenza proviene solo dall’esperienza. Prima di toccare, vedere, sentire, mangiare le cose, noi non sappiamo un bel nulla. La nostra zucca è vuota. E si riempie solo quando apriamo gli occhi e, toh, vediamo una mela. Ebbene, questa mela dai nostri sensi passa subito nella nostra testa. Solo che non ci passa davvero, ma in modo più raffinato, come percezione. E la nostra mente è piena di percezioni! Anzi, è piena due volte tanto di percezioni, perché, secondo Hume, la percezione può avere due nomi: Impressione, quando la cosa che percepiamo con i sensi è davanti ai nostri occhi, e la percepiamo in modo chiaro e vivido; oppure Idea, quando invece la cosa di cui abbiamo avuto esperienza la ricordiamo per mezzo della memoria. Dunque le idee non sono per Hume quegli imput geniali che ti fanno esclamare “Eureka!”, ma soltanto delle “impressioni illanguidite”, il ricordo sbiadito delle impressioni che hai avuto dai sensi. In breve: la nostra testa è vuota fino a quando non apriamo gli occhi e cominciamo a conoscere il mondo fuori di noi. Allora si riempie di percezioni, classificabili in impressioni, quando conosciamo una cosa sul momento, ed idee, ovvero i ricordi di quello che abbiamo conosciuto. Impressioni ed Idee rappresentano dunque i contenuti della conoscenza. Ma questa come si realizza? Nulla di complicato: c’è l’Immaginazione che si mette tutta allegra a collegare tra loro le idee. Un esempio: l’Immaginazione arriva nel cervello e vede che ci sono due idee un po’ timide, che si lanciano sguardi ed arrossiscono, Allora, da brava mezzana, interviene e le fa avvicinare. Le due idee si presentano: “Ciao, io sono Mela”; “Ciao, io sono Frutto”. Si scopre che sono compatibili e -zacchete- ecco una prima conoscenza: La mela è un frutto. Naturalmente in questo ruolo da comare l’Immaginazione non opera a casaccio. Almeno non del tutto. Infatti segue tre leggi fondamentali per far accoppiare le idee: 1) Devono essere simili, perché, insomma, chi si somiglia si piglia; 2) Devono essere contigue, ovvero vicine nello spazio e nel tempo; 3) Devono essere unite da nessi causali. Le conoscenze così create, posto che l’Immaginazione non abbia compiuto magagne, sono corrette (attenzione! corretto non significa vero!) e vengono smistate in due enormi gruppi: - il gruppo delle Relazioni tra le idee, dove vanno a vivere tutte quelle conoscenze di tipo matematico, la cui verità è data da intuizione o dimostrazione e per le quali vige il principio logico di non contraddizione (ovvero: se dico che 2+2=4 significa che mai e poi mai si darà 2+2=22)
- il gruppo delle Materie di fatto, ovvero quelle conoscenze che non sono vere per certo, ma che noi assumiamo come tali perché ne abbiamo avuto esperienza diretta o perché così ci ha detto la gente. La cosa simpatica di queste Materie di fatto è che per loro non vale il principio di non - contraddizione. Ovvero, così come mi è possibile dire: “Il sole sorge”, mi sarà allo stesso modo concesso affermare che: “Il sole non sorge”.
Lo sentite come ride, quel disgraziato di Hume? Sì, perché stabilendo quest’ultima cosa ci impedisce di avere un criterio di verità con cui poter stabilire se quanto l’Immaginazione ha creato nelle Materie di fatto sia giusto oppure no!. Ma Hume è un vero mascalzone, infatti sapete cosa fa? Ci suggerisce, subdolamente: “Ma no, ma che credevi, c’è un criterio di verità! Il NESSO CAUSALE!” E noi, grati, rispondiamo: “Oh, ma è vero! Vedi, se constato che da A -> B anche nella realtà vuol dire che l’inferenza dell’immaginazione è vera! Grazie, Hume!” E invece no! Perché, vedete, Hume ci dice che questo Nesso Causale non esiste! Ed infatti, qualcuno di voi ha mai visto un Nesso Causale andare a spasso per le strade? No. Avete visto una mela, un albero, percepite la gravità, ma ‘sto nesso causale non esiste! Non ne avete esperienza! E allora? Allora viene il bello. Sapete su cosa si fonda la vostra conoscenza? Tenetevi forte. Sull’ABITUDINE. Esatto, visto quant’è geniale Hume? Difatti: poniamo che voi oggi abbiate visto una mela cadere dall’albero. Ne vedete una anche domani. E dopodomani. E così per il resto dell’anno. Ogni giorno vedete una mela cadere dall’albero. Alla fine vi rompete le scatole di queste mele che cadono sempre, dite voi, e decidete di non guardarle più. Tanto cadono sempre, con Regolarità! Così voi, per abitudine, dite che le mele cadono sempre dall’albero. E credete che questa sia una verità universale. Ma niente ve ne dà la certezza, e nulla vi garantisce che un bel giorno le mele bel belle smetteranno di cascar giù. Questo perché non esiste alcun tipo di Nesso Causale che spieghi perché le mele caschino. Non ci crediamo e basta, per istinto. Ma così, credendoci senza dimostrazione, priviamo tutta la nostra vita di certezza e finiamo in pasto alla probabilità! La mela non cade più, ma è probabile che essa cada. Un giorno, forse, smetterà di cadere. Questa conclusione ha però una conseguenza cui Hume non vedeva l’ora di approdare: la negazione delle tre principali idee metafisiche di Dio, Materia ed Io. Dio, infatti, non esiste. E’ solo probabile. Perché? Dove sta? L’avete mai visto? No. E non tiratemi fuori l’esperienza mistica, ché non vale. L’avete toccato, annusato, mangiato? No. E allora è solo probabile. Perché dire che non esiste è troppo brutto. La Materia è un puro nome. Che significa? Che non esiste. “Ma come!” direte voi, “e le percezioni da dove vengono?” Le percezioni vengono dai singoli corpi, non dalla Sostanza Materiale, dalla Res Extensa. Questo è un nostro falso concetto, un’idea generale che non ha nessun riscontro sul piano empirico, dove esistono solo singoli corpi conoscibili nella loro individualità. L’Io non esiste. Sentite un urlo di atroce agonia? E’ Cartesio che si rivolta nella tomba ogni volta che questa frase viene pronunciata. L’Io non esiste. Perché anche questo è un puro nome, sotto cui noi per pigrizia ed abitudine andiamo a raggruppare tutte le nostre percezioni. Dice Hume, il burlone, che il soggetto non permane mai identico nelle sue percezioni, ma cambia con esse (un po’ come fosse l’antesignano del “siamo quel che mangiamo”) Perciò l’Io si dissolve nelle sue percezioni.
Orbene, questa è la teoria della conoscenza di Hume. Che ha risvolti importanti anche sulla morale, ma adesso sono troppo sconvolta dalla constatazione della mia non esistenza per continuare a scrivere. Mi sto dissolvendo.












